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 2002  ottobre 02 Mercoledì calendario

Steven Hatfill, microbiologo e razzista, è sospettato per le lettere all’antrace inviate al Senato, Corriere della Sera, mercoledì 2 ottobre 2002 Un anno dopo, l’untore dell’antrace fa capolino dai giornali e dalle tv d’America, ormai ovvio come un bagel a colazione

Steven Hatfill, microbiologo e razzista, è sospettato per le lettere all’antrace inviate al Senato, Corriere della Sera, mercoledì 2 ottobre 2002 Un anno dopo, l’untore dell’antrace fa capolino dai giornali e dalle tv d’America, ormai ovvio come un bagel a colazione. Talmente colpevole da sembrare finto. Già, perché è meglio dirlo subito: Steven Hatfill pare proprio l’assassino che ci immaginavamo. uno scienziato un po’ lunatico, con una brutta grinta da white supremacist, da ariano invasato; ha un passato in bilico tra James Bond e il Dottor Stranamore; un gran fardello di indizi sulle spalle. Peccato però che, dopo mesi di caccia e cinque per quisizioni, i fedeli non abbiano prodotto una sola prova buona a incriminarlo e che, anzi, adesso sembrino di nuovo in affanno. Peccato che i tanti indizi siano tutti traballanti e, in parte, grotteschi. E peccato che, nonostante ciò, questo misterioso microbiologo, figlio di un allevatore di cavalli dell’Illinois, già ricercatore a Fort Detrick (i1 laboratorio governativo da cui è uscita la polverina letale), sia stato dato in pasto durante l’estate ai network nazionali, pur senza essere formalmente sospettato di nulla, e ora sia stato dimenticato nel limbo: né imputato né scagionato, non proprio mostro ma nemmeno vittima. Il ministro della Giustizia, John Ashcroft, per giustificare quella gogna tv, ha definito Hatfill «persona di interesse» nell’indagine. Le «persone di interesse» sono circa cinquanta finora, tutte interne al piccolo circolo di scienziati che si occupano di guerra biologica, ma il solo nome filtrato è quello di Hatfill che nel frattempo ha perso, per intervento del governo, l’ultimo lavoro all’università della Louisiana, e gira l’America piangendo: «Voglio guardare negli occhi i miei compatrioti e dire loro, che non sono io il killer!». Peccato. Perché può darsi che il killer sia davvero lui. E, anche se non lo è, la sua storia è uno spaccato dei guasti nel settore più segreto della ricerca. Eppure adesso è difficile ragionare a freddo, senza sentire il brivido che si prova davanti alla colonna infame, a un reprobo così perfetto da apparire costruito, egli stesso, in laboratorio. Perché dai laboratori spunta la sua pista. Il 18 giugno, a Washington, quattro agenti federali e un gruppo di consulenti del Senato passano più di un’ora ad ascoltare la microbiologa Barbara Hatch Rosenberg. La Hatch da mesi è la punta di diamante della teoria del complotto interno. A gennaio ha raccontato al ”Corriere”: «L’Fbi potrebbe metterci una settimana a prendere il colpevole, ma non vuole, perché l’arresto potrebbe essere imbarazzante per il governo». Da mesi ha disegnato un identikit: l’assassino è uno scienziato del giro di Fort Detrick, forse vicino ai servizi, certo di estrema destra; uno del piccolo circolo, con tanto di clearance, il nullaosta di sicurezza rilasciato dalla Difesa. Pare non faccia nomi, quel giorno, la professoressa, ma i federali escono stravolti dall’incontro: sono in ritardo, devono muoversi. E, una settimana dopo, bussano alla porta di Hatfill, a Frederick, in Maryland, per la prima perquisizione. In diretta: chissà come, le tv vengono avvisate. Le telecamere dagli elicotteri inquadrano la sua casa. Chi è Steven Hatfill? Uno che a Fort Detrick ha lavorato due anni su Ebola, con i colleghi chini a sgobbare sull’antrace nella stanza accanto («mostrava un interesse indebito, per le spore»). E tuttavia è anche uno che gonfia i suoi curriculum, scrive di avere prestato servizio nelle forze speciali Usa mentre si scoprirà che dopo un mese di addestramento è stato bocciato. Di sicuro è andato in Africa nel ’78, a 24 anni, ci è rimasto fino al ’94 e ha trafficato con i razzisti rhodesiani e sudafricani, un po’ dottore e un po’ soldato. Sempre nei suoi famosi curriculum sostiene di avere fatto laggiù «esperienza di combattimento», ancora in squadre speciali tra i famigerati Selous Scout: anche questo pare falso, ma potremmo trovarci davanti a un’operazione di copertura, chissà. Uno dei suoi grandi accusatori, l’editorialista Nicholas Kristof del ”New York Times”, si pone una buona domanda: «Cosa ci faceva un tizio che ha collaborato con due governi razzisti dentro un laboratorio americano che studia Ebola?». Forse Hatfill è un mitomane, ma forse è un mitomane che si è mosso all’ombra della Cia. «Colorare la propria storia non vuol dire essere un assassino. Quello che hanno fatto a Steven è una vergogna: è come se fosse radioattivo, tutti lo fuggono», ci dice Pat Clawson, l’amico giornalista che gli fa da portavoce. Del resto, se tutto ciò che Hatfill scrive di se stesso fosse vero, ci troveremmo alle prese con uno 007 che svela segreti, e passate vergogne nel proprio profilo personale: perché la principale fonte d’accusa di Hatfill è Hatfill medesimo. Sa come distillare armi letali, certo, ed è perfino sospettato (dai cronisti) di avere messo mano nell’epidemia di carbonchio che colpì i neri rhodesiani tra il ’78 e l ’80. Ma poi sarebbe stato talmente stupido da rimanere altri quattro anni nel Paese, diventato Zimbabwe e governato da quegli stessi neri che lui avrebbe contribuito a decimare. Dicono che li suo movente sia la rabbia, il rancore contro gli Stati Uniti. Perché? Perché gli avevano ritirato il nullaosta della Difesa, guarda caso poco prima che iniziassero le spedizioni delle lettere appestate. Ma perché gli avevano ritirato il nullaosta? Perché, si mormora, l’avevano beccato con una donna in laboratorio: satiro in mezzo ai virus mortali. Dicono che i segugi addestrati a riconoscere l’antrace siano impazziti durante i sopralluoghi a casa sua, ma molti mesi sono passati e molti esperti sono scettici sulla possibilità, che davvero i cani abbiano fiutato qualcosa. Dicono che non abbia superato un test alla macchina della verità (e come stupirsene?), che abbia commissionato uno studio sugli effetti dell’antrace per posta, che abbia perfino scritto un romanzo (Emergenza) in cui si immagina un attacco biologico sul Congresso. Ma siamo ben lontani da una prova. Le lettere con le spore, arrivate al Senato l’autunno scorso, avevano come mittente una «Greendale School, New Jersey», che non esiste: e, in Zimbabwe, Hatfill abitava poco lontano da una zona chiamata Greendale. Ma di Greendale, nei Paesi anglofoni, ce ne sono centinaia e un giudice si metterebbe a ridere davanti, a una simile coincidenza. In realtà, come ha rilevato il ”Financial Times”, l’antrace è tornato campo di battaglia politica. La destra americana punta di nuovo sulla «pista straniera». Clawson giura: «L’Iraq è il colpevole più probabile, invece se la prendono con Steven». I liberal battono ancora sulla pista interna, e «Steven» è la dimostrazione perfetta di tutte le loro teorie. In mezzo c’è un paradosso: forse il biologo dell’Illinois è solo il capro espiatorio di un’indagine in cui l’Fbi non viene a capo di nulla; ma, anche ammesso che sia un mostro, la leggerezza con cui Ashcroft e compagni l’hanno rovinato dovrebbe spingere la parte più decente della nazione a difenderlo, perfino a dispetto delle proprie convinzioni. Dice invece una fonte democratica del Congresso: «Nessuno spenderà una parola per lui fInché l’enigma non sarà risolto». La sacralità della corrispondenza non pare l’unico valore americano distrutto dall’antrace e dallo strano caso del dottor Hatfill. Goffredo Buccini