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 2002  ottobre 09 Mercoledì calendario

Il bracconiere di uomini politicamente corretto, La Repubblica, mercoledì 9 ottobre 2002 Washington

Il bracconiere di uomini politicamente corretto, La Repubblica, mercoledì 9 ottobre 2002 Washington. Cè qualcuno, fuori dalla mia porta, che spara al cuore della mia America, alle scuole dei miei bambini, ai supermarket dove facciamo la spesa ogni giorno, alla città dove mia figlia si è appena sposata, nella mia Washington che progetta guerre lontane e si ritrova una guerra nel prato di casa. un intelligente bracconiere di umani, questo che ci spara addosso da una settimana, un deer hunter politicamente corretto, bianchi, neri, donne, latinos. Uno che sa bene dove colpire, nei luoghi della quotidianità più indifesa, il prato davanti, il distributore di benzina, il parcheggio di un supermercato e infine il tabernacolo di tutte le paure, una scuola, dove un bambino cade con un proiettile ad alta velocità calibro 0,223 nel petto accanto alla sua bicicletta rovesciata, che si stampa nei nostri occhi come la carrozzina di Eisenstein che ruzzola giù sui gradini. Ha colpito nove volte in sette giorni e ucciso sei volte, tutte nello stesso triangolo fra la capitale Washington e le contee del suo circondario, luoghi sicuri e languidi dove ci dimentichiamo la porta di casa aperta e la macchina con i finestrini abbassati, ritrovando tutto quello che avevamo lasciato dentro. E nessuno, non la Cia, non l’Fbi, non la Nsa, non l’Esercito, non la Guardia nazionale, non la Park Police, non il Secret service, non la Washington police, non gli sceriffi di Contea, non l’agenzia per la Sicurezza nazionale, non un cane, nella muta di uniformi che brulicano nella capitale ”blindata” dall’11 settembre 2001, ha la più vaga idea di chi possa essere il cecchino che ci dà la caccia. Poi, certo che ”abbiamo paura”, perché il segreto di questo piccolo terrorista è il segreto dei delitti perfetti, colpire a caso vittime che non hanno nessun rapporto con lui e da lontano, senza tracce di Dna. Ci fanno paura le sirene, le pale di elicottero, le fotoelettriche nelle notti, la familiarità dei luoghi dei delitti, le rassicurazioni dei tromboni del potere che sfilano davanti alle telecamere per dirci quelle frasi idiote e formulistiche, tipo ”l’economia è solida”, che ogni cittadino ha imparato istintivamente a leggere alla rovescia, ”stiamo facendo il possibile”, ”abbiamo aumentato a 100mila dollari la taglia”, ”stiamo ricevendo 4mila segnalazioni ogni ora dai cittadini”. Chiacchiere. Viaggiando lungo le strade della città e del sobborgo dove mille volte ho portato la figlia a scuola, il figlio a giocare al pallone, l’auto a fare il pieno, il cane a correre, nelle scuole della contea dove la moglie di mio figlio oggi insegna, vedo nell’aria dello stupendo ottobre washingtoniano, il vuoto brillante dei campi verdi da gioco abbandonati. Conto i posti nei i parcheggi degli shopping center quasi deserti e ascolto il silenzio delle scuole ammutolite, dove gli studenti vengono rinchiusi all’interno, ”codice blu” si chiama. Neppure il 12 settembre avevo visto segni così visibili di paura. All’appello in classe, ieri mattina, mancavano un terzo degli studenti. «Un attacco vile e traumatico» commenta Bush che si sta agitando per Baghdad, ma di Saddam, oggi nella capitale dell’Impero, non frega niente a nessuno. Pare che questo, o questi due, ”cacciatori di cervi umani”, siano «uomini bianchi con tratti ispanici», insomma latino-americani, niente ”minaccia islamica” questa volta. Che vada, o vadano, in giro su un furgone bianco e siano eccellenti tiratori, forse con addestramento militare e un fucile da cecchino smontabile e high velocity, probabilmente con cannocchiale. Si apposta, dicono i bossoli ritrovati, con la calma del tiratore dietro muretti, per poggiare bene la canna e sparare da una distanza agevole, 150 metri. Mette a fuoco nella lente il suo bersaglio, scelto sempre quando è solo, perché il colpo sia più facile e i testimoni meno vicini. Il proiettile esce a velocità supersonica. La vittima non fa in tempo a sentire il rumore dello sparo. Ha sbagliato un solo colpo su nove, il primo, forse per calibrarlo. Mercoledì scorso 2 ottobre, giorno di apertura della sua caccia, sparò alle 17 e 20 contro la vetrina di un negozio di tessuti dove mia moglie va a comperare stoffe e rocchetti di filo per il suo hobby, le coperte quilt, frantumando la vetrina. Collaudo soddisfacente, perché 44 minuti più tardi, alle 18.04, l’Oswald dell’uomo qualunque è nel vicino parcheggio del supermercato alimentare Food Warehouse, dove abbatte un uomo di 55 anni che stava caricando in auto i sacchetti della spesa. Il giorno dopo, giovedì 3, ricomincia la caccia di buon’ora. Alle 7 e 14 lo troviamo lungo una delle strade del miracolo economico washingtoniano, i corridoi high tech. Inquadra James Buchanan, un giovane che sta tagliando l’erba. Lo fulmina. un nero, ma il cacciatore non è razzista. Meno di un’ora più tardi, nella stessa zona, prende di mira Permukar Walekar, indiano, 54 anni che sta pompando benzina. Un colpo solo, come sempre. Il terzo morto. Odia i maschi? No, odia tutti, Alle 8.37 dello stesso giovedì, si diverte con Sara Ramos, 34 anni, latino-americana, seduta su una panchina aspettando il bus. Bang, morta. Alle 9.58, prende di mira una giovane donna bianca Lori Lewis che sta lavando il suo minivan. Uccisa. Poi, il cacciatore probabilmente va al lavoro. Quando finisce la sua giornata, alle 21.20 si concede un omicidio della buonanotte. Fa secco un haitiano, Pascal Chariot, che stava attraversando la strada nel buio. Venerdì deve essere occupato, perché trova il tempo per una sola battuta. Si allontana dal suo territorio di caccia, ed è accovacciato dietro un boschetto a Spotsylvania, in Virginia, un’ora di viaggio dalla capitale verso il Sud sul furgone bianco. Una donna di 43 anni esce da un negozio di terrecotte. Apre il portapacchi dell’auto, si china per raccogliere un vaso che le sfugge di mano. Il vaso le salva la vita. Il colpo le frantuma la spalla, ma non il cuore al quale il cacciatore mira sempre. Vivrà. Sabato e domenica si riposa, perché col week end non si scherza. E lunedì torna al lavoro, nel suo territorio preferito e sceglie una scuola media. Si apposta dietro il muretto di una chiesa e quando nel cannocchiale entra Ben Tasker, un ragazzo di 13 anni che pedala veloce verso l’ingresso, gli deve sembrare una preda più divertente delle altre così noiosamente statiche. Il proiettile si frammenta nel torace con schegge che i chirurghi troveranno nei polmoni, nel pancreas, nella milza, nel diaframma. Eppure, dopo tre ore di intervento, Ben sembra avercela fatta. Ieri, martedì 8 ottobre, non ha sparato, non ancora. Ha paura, finalmente anche lui, o loro? Possibile che un furgone bianco sia tanto difficile da trovare, nella capitale dell’Impero in guerra? Noi siamo usciti a cena, ieri sera. Vittorio Zucconi (Nei giorni successivi, il killer ha colpito ancora. Questa volta in Virginia: uccisi due uomini che stavano facendo rifornimento di benzina. Ndr)