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 2002  ottobre 11 Venerdì calendario

Un colonnello italiano negli arsenali di Saddam: Gian Piero Perrone è convinto che per fare l’ispettore Onu non si debba essere intelligenti, Il Venerdì, 11 ottobre 2002 «Un ispettore delle Nazioni Unite non deve essere particolarmente intelligente

Un colonnello italiano negli arsenali di Saddam: Gian Piero Perrone è convinto che per fare l’ispettore Onu non si debba essere intelligenti, Il Venerdì, 11 ottobre 2002 «Un ispettore delle Nazioni Unite non deve essere particolarmente intelligente. E se è anche un po’ ignorante, al di fuori delle sue competenze, ancora meglio». Detta così, fa un certo effetto, come affermazione, ma Gian Piero Perrone, colonnello della riserva dell’Esercito, ha le sue ragioni: è uno dei 250 ispettori e (probabilmente l’unico italiano, lui stesso non lo sa) pronti a partire per Iraq con l’Unmovic, la commissione Onu incaricata di verificare se Saddam Hussein ha ancora armi di distruzione di massa e, nel caso, di controllare che effettivamente le distrugga. La storia del’intelligenza e dell’ignoranza deve essere un artificio retorico, perché Perrone è ritenuto un esperto missilistico di grande competenza. Nativo di Brindisi e trapiantato nel Nordest, a 55 anni è già in riserva da due (raro caso di pensionamento senza preventiva promozione a generale) perché voleva stare più vicino alla famiglia. Effettivamente, in passato c’era stato poco: dall’86 al ’90 era in Belgio al Quartier generale della Nato, poi per una decina d’anni, sempre con la Nato, ha ispezionato gli armamenti convenzionali dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia e infine è stato commissario dell’Unscom, la prima commissione Onu sul disarmo iracheno. Perché un ispettore dell’Onu deve sapere poco e capire ancora meno? «Perché deve essere assolutamente super partes, deve ignorare quello che avviene nei palazzi della politica e concentrarsi esclusivamente sul suo lavoro e sulla sua professionalità. E posso garantire che gli ispettori Unmovic si comportano proprio così, sono persone con il cuore in pace». Però nel ’98 l’ispettore Scott Ritter, americano, si dimise accusando il proprio governo d’aver utilizzato i lavori a fini di intelligence. «Non ne so molto, ricordo solo che si creò un caso nazionale. Oggi mi domando come Ritter possa affermare, dopo quattro anni che non si fanno ispezioni, che in Iraq non ci sono armi di distruzione di massa. Ma so anche che un ispettore deve riferire solo cose sulle quali è tenuto a riferire. Se vedo un carro armato e nel mio mandato non è previsto un controllo sui carri armati non lo dico. Tutto qui». Ma si può garantire che l’appartenenza a uno schieramento, la nazionalità, le idee politiche personali non influenzino il giudizio di un ispettore, magari anche in buona fede? «Innanzitutto in questa missione c’è una grande novità: gli ispettori non sono più alle dipendenze dei propri Paesi, ma delle Nazioni Unite. Prima, poteva accadere che gli Stati più generosi prestassero all’Onu i loro tecnici e magari chi più ne aveva di più ne prestava con la possibilità di creare qualche squilibrio. Ma oggi nessuno degli ispettori, di 44 diverse nazionalità, porta sull’uniforme alcun distintivo che non sia dell’Onu». Molte di queste 44 diverse nazioni sono comunque deboli, predisposte a subire pressioni se non ricatti dai Paesi più forti. «Guardi che gli ispettori operano in équipe e il rapporto che arriva al Consiglio di Sicurezza è sempre il risultato di un grande lavoro di confronto con il capo team. Poi, c’è poco da far pressioni, quel che conta sono le evidenze. Se andiamo in una fabbrica di propellenti verifichiamo se ne producono per missili a corto o a lungo raggio: abbiamo gli elementi e le competenze per capirlo. Nel caso risulti che da quello stabilimento esce un propellente adatto per missili con una gittata a lungo raggio, che l’Iraq non può produrre, ci devono spiegare perché». Questo per dire che le conoscenze tecniche sono garanzia di neutralità e imparzialità? «Assolutamente sì, non c’è orientamento o pressione che tenga di fronte alle evidenze». Rispetto alla sua precedente esperienza in Iraq come si presenta questa nuova missione? «Nel ’97-’98 l’aria non era tanto buona, in alcuni casi le autorità irachene non hanno voluto collaborare ed è stato necessario l’intervento di Kofi Annan per ispezionare i siti presidenziali dove effettivamente non si trovò nulla. Oggi sembra che gli iracheni siano disposti a collaborare, tutto dipende da loro e vorrei sottolineare un elemento piuttosto trascurato ma di grande importanza. La risoluzione 1.284 dell’Onu prevede che dopo 120 giorni di ispezioni condotte senza impedimenti e con spirito di cooperazione da parte delle autorità, le sanzioni contro il Paese vengano sospese per quattro mesi rinnovabili». Si è letto che gli ispettori della precedente commissione sono stati intimiditi: telefonate anonime, clacson che suonavano davanti ai loro alberghi tutta la notte... A lei è capitato? «No ma, all’epoca, io ero un commissario: avevo uno status più protetto e privilegiato». E qualche ispettore le ha riferito di aver subito queste intimidazioni? «No, l’ho letto solo sui giornali». Quando partirete? «Non lo sappiamo ancora ma sembra sia una cosa imminente, né sappiamo quanto resteremo: è un lavoro che va preparato sul campo. Comunque abbiamo già seguito un training specifico di due mesi». E che cosa vi hanno insegnato? «Aggiornamenti tecnici, ma anche elementi della cultura locale per evitare gaffes, equivoci involontari ma controproducenti. Siamo stati noi italiani a richiedere questa formazione». Ha imparato qualcosa di nuovo del galateo iracheno? «Tutte cose di buon senso che un europeo in genere sa di suo ma che è sempre bene ripassare. Però ci hanno anche detto che è sconsigliato guardare una donna negli occhi, noi lo facciamo abitualmente e non per secondi fini, ma in Iraq può risultare offensivo. E stato anche stabilito che nelle interviste alle donne ci dovrà sempre essere un’interprete di sesso femminile». Alla luce di queste attenzioni, come giudica l’idea degli americani di portar fuori dall’Iraq gli scienziati e le loro famiglie per intervistarli senza rischi di ritorsioni? «Vorrei ricordare che c’è una sovranità nazionale da osservare, e che gli iracheni hanno una loro dignità da rispettare. Sa, il lavoro dell’ispettore è molto delicato non è un’operazione di polizia». Paola Zanuttini