Roberto Perrone, Sette, 17/10/2002, 17 ottobre 2002
Il Toro, Tilli e l’Avvocato, Sette, 17 ottobre 2002 C’è niente di peggio che investire con la propria auto un campione del cuore, quello di cui si tiene il poster in camera? Ad Attilio Romero, ”Tilli” per gli amici, è capitato
Il Toro, Tilli e l’Avvocato, Sette, 17 ottobre 2002 C’è niente di peggio che investire con la propria auto un campione del cuore, quello di cui si tiene il poster in camera? Ad Attilio Romero, ”Tilli” per gli amici, è capitato. Già i rimorsi per aver cancellato la vita di un uomo e soprattutto dell’uomo che era l’idolo di un ragazzo di 19 anni, potrebbero bastare come pena del contrappasso, ma a Tilli è successo pure di vivere tutta la vita sotto padrone bianconero. Prima Gianni Agnelli, di cui ha curato le pubbliche relazioni, poi Franco Cimminelli, industriale dell’indotto Fiat e attuale proprietario del Torino, che ha offerto al cinquantaquattrenne figlio del primario neurologo dell’ospedale Mauriziano la presidenza del club attualmente messo peggio in serie A: zero punti in classifica, allenatore traballante, tifosi inferociti. Però, bisogna ammetterlo, in linea con le ultime ricerche scientifiche secondo cui, nel 2050, saremo tutti vegetariani. Infatti al ristorante del centro sportivo del Torino, quando i giocatori si fermano a pranzo tra un allenamento e l’altro, la carne se la devono pagare a parte. Attilio ”Tilli” Romero è diventato il ventottesimo presidente della storia granata il 12 giugno del 2000. Quando ”l’azionista”, come lo chiama lui (abituato ai glorioso tempi Fiat), gli propose quella carica, Romero andò a chieder consiglio all’Avvocato. «Vada, vada, vedrà che si diverte». L’ironia di Agnelli è notoria, ma Romero non la colse. La sua vita è «aggrovigliata alla storia del Toro», come rivelò al momento dell’insediamento. Tilli è facilmente riconoscibile, nel panorama del calcio italiano. un incrocio tra il maestro Mazza (quello della tv) e Massimo Moratti. I suoi capelli avrebbero bisogno di una sistemata, ma ormai fanno parte del personaggio. Aveva promesso di tagliarseli prima del derby di ritorno dell’ultimo campionato, in caso di vittoria sulla Juve. Il suo barbiere, tifoso del Milan, già affilava le cesoie, quando lo juventino Maresca pareggiò. I detrattori sostengono che Tilli tirò un sospiro di sollievo. L’esordio del tifoso Romero è datato campionato 1958-59, Torino-Bari 2-2. Era l’anno in cui suo cugino Mario Vitelli sponsorizzò la squadra col marchio Talmone che non poteva andare sulle maglie, ma nella ragione sociale sì. L’esperimento non ebbe successo (il Torino finì in serie B), però il nome resistette. L’Avvocato, ancora adesso, in privato chiama «Talmone» il Torino e non senza sarcasmo. Il groviglio di passione ha avuto il momento più drammatico nell’ormai nota faccenda di Gigi Meroni, ”la farfalla granata”, geniale col pallone e nella vita, capace di incredibili ghirigori in campo e sulle tele che dipingeva per diletto. Il 15 ottobre del 1967, alle 21.30, Meroni, mentre attraversava, al buio, corso Re Umberto, col compagno di squadra Fabrizio Poletti, per evitare un’auto, fece un balzo all’indietro e finì dritto sul cofano della 124 coupé di Romero, 19 anni. Gli amici lo chiamavano Calimero, proprio come il suo idolo che imitava in tutto, anche nei vestiti beat. Incredibile il destino. L’assicurazione risarcì la famiglia, ma il presidente del Torino, Orfeo Pianelli, fece causa a Tilli, chiedendogli di pagare i danni provocati al club dalla scomparsa del campione. Nel 1979 la Cassazione diede ragione a Romero. Ce n’era da disamorare chiunque, ma non un tifoso granata. L’amore di Tilli è furibondo. Ama il Torino, di cui snocciola formazioni, date e risultati, e le coupé. Due passioni aggrovigliate, per restare in tema. Nei primi anni 70, su una di queste auto, inseguì con alcuni amici l’arbitro Lo Bello fino all’aeroporto. Tilli adora il Toro, i superlativi e la tv. Gli piace mettere il faccione, malattia molto diffusa. Dopo le numerose apparizioni da Biscardi e a ”Controcampo”, domenica 6 ottobre era alla ”Domenica Sportiva”, lunedì 7 ottobre a ”Unomattina”, in entrambi i casi con la Coppa Italia del 1943 ricomprata a un’asta londinese, martedì pomeriggio a beccarsi gli insulti dei tifosi a Orbassano. Gli insulti se li è presi tutti, stoicamente, ma non ha gradito le critiche per le sue performance televisive. Tilli è nato portavoce: parla in prima persona plurale e con Cimminelli, tifoso (con tessera, una volta) della Juve, ha stretto un patto d’acciaio. Vanno perfino in vacanza insieme in Calabria. Insegna al figlio di lui, Simone, il mestiere di dirigente. Del padre disse che sarebbe diventato come Ferruccio Novo, il presidente del Grande Torino, del figlio che è bravissimo. Di se stesso azzardò: «Al mio erede voglio lasciare uno scudetto». La sua esistenza è aggrovigliata a quella del Toro, ma i tifosi, ora, lo prendono in giro e tra poco forse anche a sberle, se la situazione peggiora. Su ”Fegato Granata” (periodico senza bisogno di spiegazioni) è apparsa questa vignetta-didascalia: «Bisogna sfoltire la rosa»; disegno: da una parte c’è un gruppo di giocatori, dall’altra Tilli che sale in macchina. Forse c’è di peggio che investire il proprio campione del cuore, diventare presidente della propria squadra del cuore e assistere, impotente, alla sua crisi. Il 17 novembre 2001 Tilli sentenziò: «Il Torino gode di ottima salute». Il 7 ottobre del 2002: «Non ho potere». Soldi non ce ne sono, punti neanche. Forse è il momento giusto per riprendere in mano il suo adorato Céline e scoprire se, dopo un viaggio al termine della notte, si arriva da qualche parte. Roberto Perrone