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 2002  ottobre 16 Mercoledì calendario

Quando la Ford voleva comprare l’Alfa Romeo, l’Unità, mercoledì 16 ottobre 2002 Milano. Nel caso Fiat è il momento dei pentiti e dei dispiaciuti

Quando la Ford voleva comprare l’Alfa Romeo, l’Unità, mercoledì 16 ottobre 2002 Milano. Nel caso Fiat è il momento dei pentiti e dei dispiaciuti. Romano Prodi, ex presidente dell’Iri, sostiene che sarebbe stato meglio vendere l’Alfa Romeo alla Ford anziché alla Fiat, così il mercato italiano dell’auto avrebbe beneficiato di una maggior concorrenza. Un’analisi corretta, anche se appare un po’ tardiva. Tenuto conto che Prodi è stato uno dei grandi protagonisti della stagione delle privatizzazioni sarebbe interessante sapere se ci sono altre vendite di Stato che non rifarebbe, magari ci potrebbe dire se sottoscriverebbe ancora l’accordo con Carlo De Benedetti per la Sme. Nella categoria dei dispiaciuti, invece, c’é Cesare Romiti, che in una non-intervista a un giornale romano - «Interviste adesso? No, non me la sento, mi sembrerebbe davvero poco fine» - s’interroga, proprio lui che ha battuto il sindacato, salvato l’azienda e firmato il bilancio record della storia Fiat, come sia stato possibile in soli quattro anni, cioè da quando se n’è andato, dilapidare tutto. Forse il presidente della Rcs oggi ha tempo di rileggere le analisi sulla debolezza strutturale della Fiat che venivano diffuse a piene mani in giro per il mondo anche durante il suo regno, quand’egli allontanava fior di manager, adombrando chissà quali sospetti, perché troppo autocentrici. La Fiat, si diceva, anche quattro e più anni fa, beneficia di un miliardo di dollari di utili l’anno provenienti dall’America Latina, un mercato rischioso come si è visto nell’ultimo periodo, mentre mantiene una posizione strategicamente debole, per la bassa qualità dei prodotti, sul mercato domestico e su quello europeo. Insomma la povera globalizzazione torinese e la difesa del monopolio della produzione nazionale dell’auto non sono servite alla Fiat ad assicurarsi un futuro dignitoso. Dall’altra parte era chiaro che nel 1986, come dice oggi, Prodi, che la vendita dell’Alfa Romeo alla Fiat non avrebbe sviluppato la competizione sul mercato italiano, ma avrebbe solo garantito alla casa torinese la difesa, ancora per pochi anni, di una posizione dominante con quote di mercato fino al 60 per cento. Non si può certo dire, però, che la colpa fosse del solito Craxi, degli sciagurati governi dell’epoca, dei manager delle Partecipazioni Statali, dei sindacati. In realtà, da una attenta analisi di quei fatti, traspare un’unanimità imbarazzante verso l’opzione Fiat. Sono tutti d’accordo, forse gli unici che davvero si oppongono sono il consiglio di fabbrica e un gruppo di iscritti al Pci di Arese, qualche orgoglioso manager delle Partecipazioni Statali, ma per il resto, come vedremo, è tutto un Paese filo-Fiat. E pensare che all’inizio del 1986 quando Iri e Finmeccanica avviano l’iter per la cessione dell’Alfa Romeo, Gianni Agnelli sembra snobbare l’iniziativa. All’assemblea degli azionisti dell’Ifi, l’avvocato dice: «Non credo che nel caso dell’Alfa Romeo ci sarà un’asta: a noi comunque non interessa». Dunque l’apparente disinteresse degli Agnelli apre la via all’offerta della Ford che pare intenzionata ad avere un polo produttivo in Italia, uno dei primi quattro mercati dell’auto al mondo. In questi giorni alcuni giornali si sono interrogati se davvero esistesse questo interesse americano. Altro che se esisteva. Ci sono documenti che parlano. In primavera Finmeccanica e Ford annunciano «uno studio congiunto per un comune piano produttivo e impegnativo programma di investimenti per l’Alfa Romeo». In luglio le parti informano che «lo studio è nella fase conclusiva» e «le prime indicazioni confermano i vantaggi di un’associazione a lungo termine tra le due aziende». Il 23 luglio ’86, il presidente di Finmeccanica, Franco Viezzoli, dice alla Commissione Bilancio del Senato che «recentemente si è potuta acquisire la disponibilità e l’interesse a una alleanza strutturale da parte di un grande costruttore di auto quale la Ford (...) in precedenza era stata acquisita un’ipotesi tecnica di collaborazione da parte della Fiat». Conclusione di Viezzoli: «A giudizio dell’Iri, della Finmeccanica e dell’Alfa Romeo, l’offerta Ford, sulla base dei vari elementi disponibili, è apparsa vantaggiosa». C’è di più. La Ford formalizza un piano industriale per l’Alfa Romeo. I documenti sono in mano all’amministratore delegato dell’Alfa, Tramontana, che più tardi diventerà un manager di primissimo piano del gruppo Fiat (per molti anni amministratore delegato della Rinascente, prima della tragica scomparsa in un incidente stradale). Le proposte Ford sono queste: «Il mantenimento dell’attuale struttura societaria Alfa senza scorpori di unità produttive; la saturazione produttiva di Arese e Pomigliano; la valorizzazione del know how Alfa; l’utilizzazione comune delle esistenti motorizzazioni Alfa; la tutela dell’immagine e identità Alfa; la partecipazione al capitale Alfa con eventuale opzione della maggioranza da parte della Ford e investimenti rilevanti in ragione della rispettiva quota azionaria». Qualche numero. La Ford vuole utilizzare gli impianti Alfa per produrre almeno 50 mila vetture l’anno mentre altre 350 mila verrebbero prodotte col marchio del Biscione destinate per il 39 per cento al mercato italiano, per il 16 per cento agli Stati Uniti e il restante 45 per cento agli altri mercati internazionali. Il gruppo americano, inoltre, prevede investimenti in nuovi prodotti e tecnologie per 3.300 miliardi di lire in dieci anni. Niente male, vero? Infatti, l’affare sembra in dirittura d’arrivo. Il primo ottobre la Ford presenta all’Iri la proposta definitiva per rilevare l’84 per cento del capitale Alfa Romeo. L’azionista pubblico deve rispondere entro il 7 novembre. A questo punto, quando gli americani sono sulla soglia della porta, scoppia il putiferio. A Torino sono spaventati, se arriva la Ford cambia la musica. Gianni Agnelli e Cesare Romiti si muovono. Il 17 settembre e il 2 ottobre incontrano il presidente del Consiglio Craxi. L’Avvocato può dichiarare: «Noi offriamo più della Ford». Strano perché nessuno dovrebbe conoscere la vera offerta della casa americana. Ma la questione è politica. Si forma un’imbarazzante solidarietà da parte della Fiat. Ciriaco De Mita segretario della Dc: «C’è una volontà concreta da parte della Fiat di risolvere il problema Alfa. è chiaro che le intenzioni della Fiat vanno tenute nel dovuto conto, così come non si può sottovalutare che la Fiat ha considerevolmente rivisto la sua posizione». Piero Fassino, a quell’epoca segretario dei Pci a Torino, dichiara in un’intervista a Peppino Turani: «Un partito come il Pci non può fare il piazzista, cercare di spingere l’Alfa Romeo verso la Ford o la Fiat. A certe condizioni, però, penso che l’Alfa Romeo debba andare alla Fiat. Lasciarla cadere nelle mani della Ford sarebbe molto pericoloso: un errore strategico di cui finiremmo per pagare le conseguenze per anni e anni». Tra i socialisti qualcuno vorrebbe puntare sugli americani. Ad esempio la sezione socialista di Pomigliano D’Arco è a favore della Ford. Giulio Di Donato, ex vicesegretario del Psi, racconta in un interrogatorio nel 1996 che Giuliano Amato e Sabino Acquaviva fecero pressioni perché, in base a considerazioni di opportunità politica, si scegliesse la Fiat. La svolta filo-Torino venne celebrata con un convegno a Pomigliano con la partecipazione di Amato, Acquaviva e Cicchitto. Venne convinto anche il segretario locale Felice Iossa che pochi mesi dopo sarebbe diventato deputato e più tardi anche sottosegretario all’Industria. Insomma non c’era più nessuno in grado di opporsi all’offerta Fiat. Antonio Pizzinato, allora segretario generale della Cgil, ha ricordato: «Alla vigilia della vendita il presidente dell’Iri, Prodi chiamò i segretari di Cgil, Cisl. e Uil. Ci informò della lettera di intenti con la quale la Ford si impegnava all’acquisto dell’Alfa Romeo. La casa americana, ci disse il presidente dell’Iri, era disponibile a rispettare gli accordi stabiliti tra sindacati e Partecipazioni Statali. Le tre confederazioni espressero il loro consenso a quell’operazione che doveva essere perfezionata entro brevissimo tempo. Il giorno dopo si riunì il consiglio di Gabinetto sotto la presidenza di Craxi e vennero cambiate le carte in tavola. Prodi ci richiamò nel suo ufficio, si disse che c’era l’offerta della Fiat e che il governo aveva dato il suo assenso». Amen. Rinaldo Gianola