Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 24/10/2002, 24 ottobre 2002
Decidere come decidere è decisivo, Corriere della Sera, giovedì 24/10/2002 Roma. «Se non si decidesse oggi di decidere che l’Ulivo deve decidere ”come” decidere, ebbene, sarebbe una decisione gravissima perché significherebbe che l’Ulivo non è in grado neppure di decidere le modalità del suo decidere: ecco quali sono i termini di questa decisione»
Decidere come decidere è decisivo, Corriere della Sera, giovedì 24/10/2002 Roma. «Se non si decidesse oggi di decidere che l’Ulivo deve decidere ”come” decidere, ebbene, sarebbe una decisione gravissima perché significherebbe che l’Ulivo non è in grado neppure di decidere le modalità del suo decidere: ecco quali sono i termini di questa decisione». Era dai tempi in cui qualche parente cagliaritano gli faceva ripetere «eu oi oìa u ou e u oìa» (oggi vorrei un uovo e un’oliva) che Gavino Angius non si avvitava in uno scioglilingua simile. Eppure, nel suo spiritato non-sense c’è tutto il senso dell’assemblea generale dei parlamentari dell’Ulivo. «Rinnovamento nella continuità», ride Claudio Petruccioli accarezzando il portafortuna (cornetto di corallo in versione priapea) che tiene sempre in tasca: «Era così anche col Pci: furono necessari due congressi per decidere se potevamo o non potevamo decidere di prendere una decisione che potesse farci decidere... Vabbè, ci siamo capiti». Capiti... Si fa per dire. Certo, alcune cose in questa sala in cui deputati e senatori si sono dati appuntamento per discutere della coalizione nel clima più proprio (quaranta gradi di pesante appiccicosità) sono davvero chiare. La prima è che tutti sono coscienti che gli elettori sono stufi di vederli litigare. La seconda è che galleggia un trasversale fastidio per la voce fuori campo di Sergio Cofferati. La terza è che, in una sinistra plurale che vorrebbe riconoscersi insieme in Jacques Maritain e Carlo Giuliani, don Sturzo e Joska Fischer, trovare «la quadra al cerchio» è particolarmente laborioso. Compagni, il dibbbattito no!, invoca Francesco Rutelli riecheggiando morettianamente i soliti tormentoni. E ricorda quanto tutto sia già stato detto, tutto già deciso. Data per data: non è forse vero che il 16 marzo 2001 e poi il 29 maggio e poi il 21 settembre e poi il 30 ottobre e poi il 15 febbraio del 2002 era stata sbandierata la decisione di dar vita a un coordinamento dei gruppi parlamentari? E che il 30 gennaio scorso era stato annunciato che stava lì lì per nascere una federazione dell’Ulivo? E che da mesi tutti non fanno altro che riempirsi la bocca con questo mito dell’Ulivo unito? E mo’ basta. Basta con questi omaggi all’Ulivo puramente retorici: « inutile dare un nuovo mandato ai segretari perché studino come uscirne... Lo hanno già avuto 14 o 15 volte...». Allora? «Auto-disciplina democratica». Applausi. Meglio: applausini. La strada dell’invocatissima unità, è tutta in salita. Oliviero Diliberto ribalta sulla Margherita e sulla pretesa di una posizione unitaria la «drammatizzazione» sulla guerra in Iraq che ha portato alla spaccatura, ammonisce che «la cessione di sovranità non può esistere se poi finisce coi soliti che cedono e i soliti che decidono» e quindi si tolgano di testa lo scioglimento dei Comunisti Italiani: «Io il mio partito non lo sciolgo come non lo sciolgono i diessini». «Bene! Quindici anni d’opposizione non ce li toglie neanche Barnard», sbotta il socialista Giovanni Crema, che pure tre anni fa era così riottoso verso l’Ulivo da dire «alla fossa comune preferiamo il loculo individuale». Scusi senatore, cosa c’entra Christian Barnard? «Visto che faceva i trapianti...». «La gente ci dice: fate l’opposizione, prendete iniziative, mostrate che ci siete! Non s’interessa al voto di maggioranza», dice al microfono Alfonso Pecoraro Scanio. E spiega che, per carità, non esiste proprio! «Se i ”grünen” e la Spd avessero deciso a maggioranza sul nucleare, la coalizione non esisterebbe più!». La filiforme anima in pena di Pietro Fassino fende la folla avanti e indrè, avanti e indrè, senza requie. Gli occhialetti, coerenti con l’umore, gli sono scivolati fin sull’estrema punta del naso e sporgono vertiginosamente sul vuoto. Come attacca a parlare Mastella, scivolano ancora di più. Clemente, il «participio presente sannita» (da non confondere con Enrico Morando, battezzato da Ayala come «il gerundio più acuto della sinistra»), non ci sta a questa storia del voto a maggioranza. Scherziamo? «Ci sono tre ulivi: l’Ulivo ortodosso, l’Ulivo eretico e l’Ulivo scismatico. Che sono io». Figuratevi se si fa assorbire: «Diceva il Vaticano II: unità nella diversità!». Scusate tanto, arringa Pierluigi Castagnetti cercando di contenere anche i distinguo di Fabio Mussi, «ma se l’assemblea si rivelasse solo uno sfogatoio sarebbe un gravissimo errore». E spiega che, con tutti gli errori che sta facendo Berlusconi, «non possiamo prenderci il lusso di non essere pronti a tornare al governo. Ma come può una coalizione proporsi alla guida del Paese se non è in grado di decidere insieme?». Laura Cima non è d’accordo, anzi: «Anche oggi hanno parlato soltanto i maschi. Non è una leadership, è un clan». Franco Marini attacca Cofferati perché esalta una cosa come la «mistica dello sciopero che già era in discussione trent’anni fa». Massimo D’Alema spiega che sì, il futuro è l’Ulivo che «non è l’assemblaggio di tanti partiti» e «l’unità è di per sé un contenuto» e certo, lo sa di avere lui per primo «sbagliato nell’avere indebolito l’Ulivo» ma comunque aspetta che ora anche altri ammettano i loro errori. «Avrei voluto sentire fare questi discorsi a Gargonza», sospira Rosy Bindi. E tutti sospirano con lei: Gargonza, 6 anni e un secolo fa... Gian Antonio Stella