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 2002  ottobre 25 Venerdì calendario

I preti-operai andranno in paradiso?: alle assemblee Don Mario avvertiva Cofferati: «Se dici bugie vai all’inferno» Il Venerdì, 25 ottobre 2002 Torino

I preti-operai andranno in paradiso?: alle assemblee Don Mario avvertiva Cofferati: «Se dici bugie vai all’inferno» Il Venerdì, 25 ottobre 2002 Torino. Fuori dai cancelli di Mirafiori non c’è quasi un’anima, salvo un paio di figure che distribuiscono volantini sotto il sole bianco di ottobre. E pensare che solo là dentro potrebbero saltare 2.700 degli oltre 8.000 posti di lavoro che la Fiat ha dichiarato in esubero. Intorno alla ”Madre di tutte le aziende”, clima livido, da fine impero. Sembra passato un secolo dai furori degli anni 70, quando don Carlo Carlevaris, Silvio Caretto, Aldo D’Ottavio e gli altri «preti-operai» si confondevano ogni mattina nella fiumana delle tute blu. Stessi turni, stesse passioni, stesse contraddizioni. Chi si ricorda ancora dei ”preti-cipputi”, un centinaio in tutta Italia, che per spirito evangelico preferirono la fabbrica alla parrocchia? Anche quell’esperienza, iniziata in Italia negli anni 60, oggi è andata in pensione. Come loro. Al lavoro, fisicamente, ne restano appena un paio. E con loro sta andando in pensione un altro pezzo di memoria operaia. Dice Carlo Carlevaris, 76 anni, il decano del gruppo. «Ho messo per la prima volta piede in Fiat nel 1953. Ma non come prete operaio: come Cappellano del lavoro, quel sacerdote che doveva ”prestare assistenza religiosa e morale agli operai”, ma che in realtà era uno strumento con cui l’azienda cercava di ammorbidire i rapporti con i militanti, in particolare con i ”comunisti”». Appena toccata con mano la ”condizione operaia”, però, il ruolo di assistente-spirituale comincia ad andare stretto a don Carlo: simpatizza coi lavoratori, e subito l’azienda bolla anche lui come comunista, mettendolo alla porta. «Mi congedarono servendosi della Chiesa: fui denunciato al Sant’Ufficio come ”cripto-comunista”». Che fare? Ispirandosi al modello dei preti-operai francesi, Carlo decide di rientrare in fabbrica, ma da lavoratore. Nel ’66 viene assunto come magazziniere nello stabilimento Berto-Lamet a Torino, verrà scoperto al primo sciopero sulle pensioni, nel 1968. Il vento della protesta si infiltra in una fabbrica ritenuta fino ad allora tranquilla, un posto dove non c’è nessun iscritto al sindacato e le vertenze si risolvono nell’ufficio del capo: una chiacchierata, una pacca sulla spalla. Ma alle prime avvisaglie di lotta organizzata, Carlo Carlevaris, quello strano magazziniere istruito che sa parlare e trascinare i compagni, entra nel mirino della direzione. Cercano di licenziarlo. Lui rifiuta, con lo stabilimento che si ferma per solidarietà. Il braccio di ferro si conclude con una retrocessione: gli tolgono i guanti da magazziniere e gli mettono in mano una ramazza. «Per 17 anni ho spazzato il mio reparto e pulito i cessi». Così il prete operaio diventa leader sindacale. Entra in Commissione Interna, sotto i vessilli della Cisl, minoritaria. In fabbrica non ha potuto conservare a lungo l’incognito nemmeno don Aldo Ottavio, 58 anni, oggi sindacalista Fim-Cisl dopo anni alla Lancia di Chivasso, dove entrò nel ’77. «Ho dovuto rivelare che ero sacerdote un giorno in cui sul lavoro un collega venne colpito da un infarto. Accompagnandolo all’ospedale dissi chi ero». Furono invece i compagni a ”smascherare” Armando P., 62 anni, addetto al montaggio in un’azienda elettromeccanica torinese prima di diventare formatore sindacale: «Non ci misero molto a scoprire che ero prete: le mani troppo bianche, tremanti e inesperte per un operaio. E in più non bestemmiavo, e non parlavo di donne... A proposito: furono proprio le donne a saperlo per prime. Le operaie che frequentavano la parrocchia lessero il mio nome sul confessionale». Armando non è solo ex operaio: è anche ex prete. Dodici anni fa si è sposato, oggi vive alle porte di Torino con la moglie e un figlio. «Ma ero più ”scomodo” da prete operaio», dice. «Da sposato non dai più fastidio: in qualche modo non esisti più». C’era, tra quei preti, anche chi entrava in fabbrica per immedesimarsi con i forzati delle macchine, i cafoni, quelli che sbarcati al Nord in cerca di lavoro dormivano sulle panchine di Torino. Ma mettere d’accordo Vangelo e lotte sociali era un’impresa. Nei reparti l’ideologia è dura, aggressiva e la religione inesistente. Sono gli anni del fermento post-Concilio, e i preti operai lì nel mezzo: da un lato una realtà industriale infuocata, dall’altro, una Chiesa divisa fra tradizionalismo e aperture al nuovo. Scherza Carlo Carlevaris: «Al lavoro i compagni dicevano: ”è un bravo operaio, peccato che sia un prete”. E gli altri preti, fuori: ”Un bravo sacerdote, peccato che sia comunista”». In un momento in cui il cattolicesirno più avanzato cerca il dialogo col marxismo, il marchio di «rosso» te lo becchi anche se comunista non lo sei. Però alla lotta di classe Armando ammette di averci creduto e di crederci ancora, ma sempre come «azione non violenta per i diritti». Più critico Silvio Caretto, 62 anni, ex prete operaio magazziniere e ora parroco a Settimo Torinese, nonché sfegatato tifoso granata, come testimoniano calendari e gagliardetti in canonica. «In qualche modo», dice «subivamo anche noi il mito della classe operaia, della centralità della fabbrica. Ma, in fondo, non eravamo i più poveri tra i preti. E sa perché? Perché gli operai non erano i più poveri tra i poveri: erano organizzati, con un progetto per il futuro. E questa era una ricchezza. Una forza. C’erano anche allora povertà più deboli e marginali e sacerdoti che se ne occupavano. Avremmo dovuto cercare di coordinarci anche con loro. Non l’abbiamo fatto, e abbiamo scontato l’isolamento. Un errore». E aggiunge: «Le sconfitte hanno superato le vittorie: anch’io sono figlio di una generazione sconfitta». La classe operaia non è andata in paradiso? Bisognerebbe valutare caso per caso, spiegano gli ex preti lavoratori. Che tra rispetto e diffidenza hanno attraversato anche gli anni bui del terrorismo. Pietro Coggiola, capo officina di Aldo D’Ottavio viene ucciso a Torino. Mentre tra ”quelli di sinistra”, a fianco dei quali i preti combattono le battaglie sindacali, ce ne sono tanti che di colpo si volatilizzano, e spariscono nella clandestinità. Ricorda Silvio Caretto: «C’era una delegata, una brava, capace, che un bel giorno scomparve. Venimmo a sapere che fine aveva fatto quando la arrestarono per una rapina, l’ultima sanguinosa azione dei terroristi a Torino. Ma a noi sacerdoti i più duri ci snobbavano. Preferivano mettere paura a quelli del loro ambiente, ai veteromarxisti. A me, nelle assemblee, quella ragazza diceva: ”Prete, i conti con te li faremo dopo la rivoluzione”. E io: ”Allora dovrai aspettarne di tempo!”». Né con la rivoluzione né coi padroni. Mica facile. Anche i rapporti con i dirigenti sono burrascosi. «Col capo ci evitavamo», dice Armando. «Pur di non incontrarci giocavamo a nascondino tra i macchinari. Quando morì sua madre andammo al funerale. Ma rifiutò di stringermi la mano». Silvio Caretto, invece, oppose lui il gran rifiuto: non accettò di confessare un dirigente alla vigilia di una delicata operazione cardiaca a cui doveva sottoporsi negli Usa. «Gli dissi: ”In fabbrica no. Se vuoi confessarti sai dove trovarmi come prete. E poi perché ti rivolgi proprio a me?”. Eravamo nel bel mezzo di una dura trattativa. Non potevo espormi. Qualche anno dopo chiarimmo: gli spiegai i motivi di quella mia scelta». A Carlo Carlevaris invece il suo datore di lavoro, l’avversarlo di tante vertenze, telefonò in piena notte per dirgli che lo avevano estromesso dalla direzione. Il ”Commendatore” che voleva licenziare il ”prete agitatore” era stato buttato fuori lui, vittima del riordino dei vertici dopo che l’azienda era stata assorbita dalla Fiat. «Mi disse: ”Continui a fare per i miei operai quello che ha sempre fatto e che io non posso più fare”». A Torino, Carlevaris vive ancora nella stessa soffitta nella quale andò ad abitare più di trent’anni fa. Un sottotetto a San Salvario, il quartiere ”caldo” dell’immigrazione accanto alla stazione di Porta Nuova. «Laggiù», dice indicando un palazzo «è sempre un grande andirivieni. Non so in quanti sono, lì dentro: gliele affittano, per diverse centinaia di euro a testa, i vecchi emigranti del sud che si sono spostati fuori città». Tra l’attenzione ai nuovi esclusi, un’occhio alla politica e alle trasformazioni del lavoro, i preti-operai cercano di tenere viva la memoria della loro esperienza travagliata: come è successo qualche settimana fa in un incontro organizzato a Torino da Cisl e Fondazione Vera. «Esperienza conclusa. Finita, certo», taglia corto don Caretto. «Ma il prete operaio lo rifarei. Anche oggi» dice sorridendo «che c’è un presidente operaio. Ma come fa Berlusconi a dire che in Fiat non ci saranno tagli? Torniamo all’assistenzialismo? Non era un liberista, lui? populismo sudamericano». Mario Colnaghi, invece, 78 anni e una vita in Pirelli, tra tutti i preti-operai ha una particolarità in più: Sergio Cofferati ha confessato di essere stato spinto anche da lui nel sindacato. Ma don Mario, dalla casa di riposo a Rho, Milano, si schermisce: «Troppa grazia». E con un filo di voce e un sorriso mormora: «Il Sergio l’ho conosciuto che era un ragazzino. Prima che parlasse alle assemble e gli dicevo: ”Vedi di non dire bugie, che poi vai all’inferno...”». Marco Cicala