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 2002  ottobre 25 Venerdì calendario

Il gioco del patrigno veterano e della recluta zombie, Corriere della Sera, venerdì 25 ottobre 2002 New York

Il gioco del patrigno veterano e della recluta zombie, Corriere della Sera, venerdì 25 ottobre 2002 New York. «Mira. Trattieni il respiro. Spara». L’incubo che per settimane ha trasformato in Sarajevo un pezzo d’America comincia così: come una lunga lezione di tiro, come una gara tra padre e figlio. Il Veterano e la Recluta stanno acquattati per mesi nei prati e nei cortili del loro vagabondaggio da costa a costa, puntando ai tronchi d’albero il calibro .223. Quando infine spostano l’obiettivo su donne, uomini e bambini, sono ormai una cosa sola: il cecchino americano, l’ultimo mostro della porta accanto. Il Veterano ha fatto la guerra del Golfo, racconta agli amici di essere stato nelle forze speciali ma i portavoce dell’esercito adesso lo descrivono come un semplice motorista. è uno che a volte straparla, maniaco delle armi, cintura nera di karate, una giovinezza in divisa e poi il congedo forse non proprio onorato. Ha una vita da fallito, altro che eroe di Desert Storm . Si chiama John Allen Williams, ma da un anno si fa chiamare John Allen Muhammad. S’è fatto musulmano molto tempo prima, da un pezzo è diventato un duro della protesta dei neri americani e nel ’95 è stato persino nel servizio d’ordine alla Marcia di un milione di uomini di Louis Farrakhan. Ma solo adesso ha deciso di cambiare vita davvero, di tagliare i ponti con la patria che ha servito da soldato: quel nuovo nome è un segno. L’altro segno di cambiamento è il ragazzino che gli trotta accanto, la Recluta: ha 17 anni John Lee Malvo, viene dalla Giamaica e forse è un clandestino, Muhammad lo presenta a volte come figlio suo, a volte come figlio adottivo. Nessuno sa o vuole dire ancora con certezza da dove salti fuori, quale sia davvero la natura, ambigua e oscura, del rapporto tra i due. Se gli agenti speciali dell’Fbi e gli sceriffi di mezza nazione non hanno preso lucciole per lanterne, il quarantunenne aspirante Rambo con la «stretta di mano che stritolava» e il suo apprendista hanno terrorizzato gli Stati Uniti dal 2 ottobre, lasciando indizi e tracce da est a ovest, tra Clinton, in Maryland, e Tacoma, nello stato di Washington, tirandosi dietro una scia di sangue che arriva in Virginia e, probabilmente, scende più giù, fino in Alabama, dove Muhammad e il suo ragazzo avrebbero colpito la prima volta, il 21 settembre: pareva una rapina e invece è il filo che, tirato, ha portato i poliziotti fino al cecchino. I ”se” sono obbligatori, perché, dalle indagini sulla strage alle Olimpiadi di Atlanta passando per lo spionaggio al laboratorio di Los Alamos, i federali hanno una robusta tradizione di abbagli. E tuttavia ancora più lunga pare stavolta la lista degli indizi. Impronte digitali, bossoli, pure il fucile ritrovato: «We’ve got the guys, li abbiamo presi», sussurrano con un sorriso da un orecchio all’altro gli uomini di Chief Moose al quartier generale di Montgomery County. Dicono che Muhammad adesso odiasse l’America, qualcuno lo ricorda raggiante dopo l’11 settembre, qualcuno rammenta la sua ammirazione per i kamikaze di Osama. E naturalmente John Lee Malvo gli stava appresso, gioiva delle sue gioie, s’indignava delle sue indignazioni, pare che il suo padre-padrone gli avesse ”lavato il cervello”, che gli imponesse perfino una bizzarra dieta di cracker e miele. Ma dicono molte cose. Per ore era dato per certo il collegamento con un campo paramilitare di Marion, in Alabama, quel ”Campground Zero” dove si sospetta si siano allenati simpatizzanti americani di al-Qaida. Ma il campo non è stato perquisito, il legame con al-Qaida non è affatto dimostrato. Quello che di militare Muhammad ha imparato, l’ha appreso innanzitutto nell’esercito dello zio Sam, conquistandosi un badge, un distintivo da tiratore di M-16. Anche ammesso che questo sia terrorismo islamico, pare fatto in casa: una replica, sia pure più agghiacciante e sanguinosa, dello schema seguito da Hesham Hadayet, il tassista egiziano che, l’estate scorsa, la mattina della festa dell’Indipendenza, lasciò la sua tranquilla vita da rispettabile immigrato nei sobborghi californiani e, armato come un samurai, andò ad assaltare da solo il banco della El Al, la compagnia area israeliana, all’aeroporto di Los Angeles. L’America sta scoprendo adesso di essersi allevata sul pianerottolo un’intera generazione di possibili nemici, l’ipotesi che Muhammad e il suo ragazzino abbiano agito da soli è perfino più spaventosa di al-Qaida, perché una cellula straniera si può smantellare ma, se il terrorista beve Budweiser nel tuo stesso bar, la faccenda cambia. La prima tappa conosciuta nella vita anonima di Muhammad passa per Fort Lewis, la base militare di Tacoma dove si addestrano appunto i cecchini a stelle e strisce e dove lui entra nell’85, a 24 anni. Il lugubre motto del forte è «un colpo, un morto» e si attaglia perfettamente a questa storiaccia. Muhammad quello vuol diventare, un tiratore scelto dell’esercito, la frustrazione è la sua prima molla, la sua vita è già un disastro. Sta lasciandosi con la prima moglie, Carol Williams. La picchia regolarmente, lei ne ha una paura del diavolo ma adesso che non può farle più del male lo ricorda anche come «un tipo allegro a cui piaceva chiacchierare e fare amicizia». Lui si sposa di nuovo, con Mildred Green, e stavolta mette in piedi una famiglia musulmana con tutti i crismi di cui è signore e padrone: eppure anche questo matrimonio va a rotoli, restano in tutto quattro figli e un sacco di grane con gli avvocati. Lui ogni tanto si stufa, prende i bambini e sparisce, rischiando una denuncia per sequestro di minorenni. Da una costa all’altra, da una città all’altra, dopo Fort Lewis la California, poi i sobborghi di Washington, poi di nuovo Tacoma, Baton Rouge e chissà quanti altri posti, in questa trama da ”On the Road” a mano armata. Muhammad è già un apostolo della Nazione Islamica o, nell’ipotesi minima, un guardaspalle di Farrakhan, quando prova a farsi imprenditore: mette su una palestra di karate, poi molla il suo socio, Felix Strozier, e scappa, lasciandosi dietro un debito di 500 dollari che non è in grado di pagare. Il piccolo John Lee diventerà la sua ombra fedele in questo pellegrinaggio insensato. Non ha documenti, sembra senza passato. A ottobre di un anno fa compare al liceo di Bellingham, estremo nord-ovest, poche miglia da Tacoma, senza alcun curriculum scolastico. Muhammad si presenta come suo padre. ”Padre” e ”figlio” vanno a vivere in un rifugio cristiano per barboni, il ”Lighthouse Mission”. Il ragazzino non parla con nessuno, sta sempre chiuso in biblioteca, non fa nemmeno la foto per l’album della scuola. è un fantasma per quasi tutti i compagni e comunque dura poco laggiù. Perché il viaggio riprende. A gennaio li vedono di nuovo a Tacoma, per qualche settimana nel duplex con il grande giardino che l’altro ieri i poliziotti hanno setacciato da cima a fondo. In quel periodo devono cominciare le esercitazioni di tiro, Veterano e Recluta stesi nel campo come se stessero in Vietnam, perché i vicini sentono, quasi ogni giorno, due o tre colpi forti, fucilate: «M-16» sostiene un ex marine della zona. Le telefonate alla polizia non hanno alcun effetto. E del resto Muhammad non si preoccupa di nascondersi più di tanto. Mostra a un amico (che verrà torchiato dall’Fbi) le armi di precisione, il cannocchiale, il silenziatore. Gli dice: «Pensa che danno che potrei fare sparando con quest’aggeggio». Di lì a poco ”l’aggeggio” comincerà a entrare in azione sul serio. L’addestramento del piccolo John Lee procede a grandi passi. La seconda moglie di Muhammad vede la strana coppia a Baton Rouge poco prima dell’estate e pensa che «quel ragazzo è uno zombie, sembra non sopportare la vita che fa, ma è senza volontà». Se sceriffi e federali non sono in errore, Veterano e Recluta cominciano a spartirsi i ruoli, forse iniziano la loro gara malata di tiro a segno: «L’ultimo io l’ho preso in testa, vediamo tu cosa sai fare». Quando, nell’ultima lunga notte, li sorprendono a 50 miglia a nord di Washington, appisolati in una Chevrolet già apparsa sulle scene dei delitti, sembrano davvero soltanto un padre e un figlio di quest’America: col fucile dietro il sedile, pronto per una battuta di caccia. Goffredo Buccini