Marco D’Eramo il manifesto, 22/10/2002, 22 ottobre 2002
Il primo Osama d’America fu un messicano baffuto di nome Pancho Villa, il manifesto, martedì 22 ottobre 2002 Ti senti come una marionetta che apre gli occhi se qualcuno tira un filo e li chiude se il filo viene mollato
Il primo Osama d’America fu un messicano baffuto di nome Pancho Villa, il manifesto, martedì 22 ottobre 2002 Ti senti come una marionetta che apre gli occhi se qualcuno tira un filo e li chiude se il filo viene mollato. Così è per le luci della ribalta che gli Stati Uniti puntano su un personaggio per un certo periodo, per poi spostare il riflettore su un altro personaggio, in una sceneggiatura in cui cambia solo il nome del nemico pubblico numero 1, ma poi le scene si succedono con una straordinaria ripetitività. In questi mesi tocca a Saddam Hussein d’impersonare il cattivo mondiale. L’anno scorso erano il Mullah Omar e Osama Bin Laden, oggi finiti nel dimenticatoio. Vi ricordate come per tutto l’autunno scorso il destino del mondo dipendesse dalla cattura dello sceicco di origine yemenita? Ricordate la caccia nelle grotte di Tora Bora? Nei decenni scorsi la parte del perfido era prima toccata a Fidel Castro, poi a Muhammar Gheddafi. Toccherà l’anno prossimo a Khamenei o a Kim Il Sung jr. (così i juniors potranno confrontarsi tra di loro)? Caratteristica di questa sceneggiatura è la personalizzazione del conflitto: non è il regime cubano intero, no, è proprio Fidel; non è la nazione irachena, ma proprio Hussein. Il cattivo compie tutti i misfatti della terra (e in realtà, spesso di misfatti ne ha compiuti parecchi, anche se non tutti), costituisce perciò una minaccia che va eliminata. Il primo elemento che si ripete in tutte le sceneggiature è il tentativo di omicidio. In ottobre scorso il portavoce della Casa bianca dichiarò che il popolo iracheno si sarebbe preso cura di Saddam Hussein con «una pallottola» evitando così una guerra costosa (e George W. Bush personalizzò ancor più il match dicendo del leader iracheno: «Tentò di uccidere il mio papà»). Se è per questo, i funzionari della Cia e del Pentagono hanno più volte ammesso con la stampa americana che gli Stati Uniti tentarono più volte, prima durante e dopo la Guerra del Golfo, di far assassinare Saddam Hussein. D’altronde Andy Messing, presidente della National Defence Council Foundation ed ex maggiore delle Forze speciali, ha dichiarato al ”Christian Science Monitor” (’Csm”) che sarebbe il caso di offrire «250 milioni di dollari di ricompensa, la cittadinanza americana a tutta la famiglia allargata e la protezione alla famiglia ristretta», a chi uccida Saddam Hussein. L’anno scorso gli Usa avevano realmente offerto 5 milioni di dollari (poi divenuti 25) per Osama bin Laden. Ed è straordinario come ogni volta, come in una coazione a ripetere, gli Stati Uniti adottino come unica tecnica quella del manifesto ”Wanted, dead or alive”. Nel 1992 fu stanziata una taglia di 25.000 dollari per il generale Farrah Aidid, il più potente signore della guerra somalo. Scrive il ”Csm”: «Le truppe americane sbarcarono a Mogadiscio nel dicembre 1992 per fermare una carestia, compiendo quel che il presidente Bush chiamò «l’opera di Dio» in cui gli americani «non possono fallire». Ma i piani degli Usa e dell’Onu per il nation-building minacciarono il potere del generale Aidid e alla metà del 1993 la dimostrazione si trasformò in una caccia all’uomo. La ”chiave del successo” in Somalia - come descritta da comandante della Delta Force William Garrisoin in un rapporto pesantemente cancellato e ora ottenuto solo grazie alla legge sulla libertà dell’informazione (Freedom of Information Act) - era ”un’intelligence accurata, tempestiva e affidabile”». Come noto, la missione in Somalia fu una débacle clamorosa. Da notare inoltre il termine nation-bulding (’la costruzione di una nazione”), formula magica che di questi tempi viene ammannita dai politologi Usa a torto e a ragione (esempio: «Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra in Afghanistan ma perdono la pace perché non vogliono impegnarsi nel nation building»). L’altro aspetto che colpisce nel racconto somalo è che nessuno dei tentativi di uccidere il ”nemico n. 1” ha mai avuto successo, non si capisce se per la totale incompetenza della Cia e delle forze speciali o per la sovrumana astuzia dei bersagli. Fatto sta che sono andati sempre a vuoto i numerosi complotti e i complicati piani per ammazzare nell’ordine Fidel Castro, Gheddafi, il mullah Omar e Saddam Hussein. Ma questa tecnica ”Wanted”, questa personalizzazione del cattivo non è un film girato nel secondo dopoguerra. Noi ritroviamo la stessa sceneggiatura già molto prima, ed è straordinaria la somiglianza tra il 1916 nel Messico settentrionale e il 2001 nell’Afghanistan. Solo che l’Osama bin Laden di allora era un messicano, Doroteo Arango, più noto al mondo come Pancho Villa. Nato nel 1878 nello stato di Durango, Pancho Villa aveva adottato il suo nom de guerre a 16 anni, nel 1894, quando era diventato un bandito, mestiere che esercitò con sanguinoso successo fino al 1910, costruendo la propria leggenda di uomo crudele ma generoso (non beveva, non fumava, però si sposò 29 volte). Dopo l’inizio della rivoluzione messicana divenne capo della Division del Norte e come tale ottenne parecchi successi contro le truppe di Huerta, in particolare con la battaglie di Torreon e Zacatecas nel 1914. Ma nel 1915 Villa subì una durissima disfatta a Celaya contro il generale Obregon. A quel tempo Villa era già diventato un eroe per Hollywood: registi e fotografi Usa si precipitavano in Messico per ritrarlo (ecco perché la documentazione fotografica su Villa è così copiosa). Per un insieme di ragioni non totalmente chiare, Villa decise nel marzo 1916 di attaccare una città statunitense, ed è qui che la storia si fa interessante. In parte Villa voleva vendicarsi degli Stati Uniti che avevano aiutato il presidente Venustiano Carranza fornendo al generale Obregon armi e treni per trasportare le sue truppe. In parte cercava Sam Ravel, un mercante di armi che gli aveva tirato un bidone. In parte contribuì il disumano massacro avvenuto a El Paso il 6 marzo 1916: 20 messicani erano stati arrestati dalla polizia statunitense e, come spesso accadeva, furono innaffiati di kerosene; qualcuno accese un cerino e tutti i 20 messicani furono bruciati vivi. Due giorni dopo, Pancho Villa attaccava Columbus (New Mexico), dove era di stanza una guarnigione di 600 militari. I ”Villistas” entrarono a cavallo in città, incendiarono un albergo, presero i soldati di sorpresa. Dopo il raid gli uomini di Villa si ritirarono in Messico inseguiti dai gringos. Negli scontri morirono 17 soldati Usa e un centinaio di messicani, ma fu considerata una grande vittoria di Pancho Villa. E - come l’11 settembre è paragonato a Pearl Harbour: «mai gli Usa erano stati colpiti sul suolo nazionale» - così allora si disse che quello di Pancho Villa fosse il solo attacco militare straniero sul suolo degli Stati Uniti dopo la guerra con la Gran Bretagna nel 1812. Il giorno dopo l’attacco a Columbus, il presidente Woodrow Wilson annunciò l’invio di una forza di 5.000 uomini sotto gli ordini del generale John Pershing per catturare Villa. Una taglia di 5.000 dollari fu posta sulla testa del generale messicano e un celeberrimo manifesto ”Wanted” fu affisso in tutto il Messico settentrionale. Il generale Pershing giunse ad avere sotto i suoi ordini 11.000 uomini e più di 100.000 soldati furono stanziati sulla frontiera messicana. Non solo, ma - altra somiglianza con l’oggi - la spedizione messicana fu l’occasione per l’esercito Usa di sperimentare le sue armi allora più moderne: moto, mitragliatrici e aerei d’attacco e da ricognizione. Però Pancho Villa non fu mai preso. Anzi, il 15 settembre 1916 Villa attaccò la prigione di Chihuahua con 2.000 uomini e liberò i prigionieri (quasi tutti suoi soldati catturati), e questo mentre la città era presidiata da 10.000 soldati americani e 9.000 carranzistas! Per un certo periodo a Washington si parlò di sfruttare l’occasione della caccia a Villa per annettere agli Usa tutto il Messico settentrionale. Poi gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale e il generale Pershing fu ritirato dal Messico. Nel 1919 un’altra ”spedizione punitiva”, ancora una volta senza esito. Ma a quel punto Pancho Villa trattò la resa che il regime di Carranza firmò accettando di pagargli la pensione di generale a Canutillo nello stato di Durango. Nel 1923 Villa fu ucciso a Parral (Chihuahua) mentre tornava dalla banca. Rispetto alla caccia a Pancho Villa, il generale dei marines in pensione Joseph Roar commenta: «In undici mesi non lo (Villa) vedemmo mai. Il solo scontro a fuoco fu tra truppe messicane e americane. Se non fosse cominciata la prima guerra mondiale, staremmo ancora lì». Ma con tutto il suo folklore pittoresco e il rinvio a innumerevoli western all’italiana, la caccia a Pancho Villa s’inseriva in una contesto molto serio: nel 1898 gli Stati Uniti avevano preso il controllo di Cuba (e delle Filippine) con la guerra contro la Spagna. I marines occuparono di nuovo Cuba nel 1906, il Nicaragua nel 1912 (fino al 1925) e poi dal 1926 al 1933, Haiti senza interruzione dal 1915 al 1934, Santo Domingo dal 1916 fino al 1924. Nel frattempo passava di mano anche l’occupazione finanziaria dell’America Latina: nel 1914 gli investimenti diretti del Regno Unito nel subcontinente erano tre volte più elevati di quelli degli Stati Uniti. Ma nel 1938 erano di 754 milioni di sterline, scesi a 245 milioni nel 1951. Al contrario, gli Stati Uniti, che nel 1897 avevano investito in America Latina solo 300 milioni di dollari, salgono a quasi 2 miliardi nel 1920, 3,5 miliardi di dollari nel 1929 e 4,7 miliardi nel 1950. Come si vede la guerra contro la Spagna per Cuba aprì il ciclo di occupazione dell’America latina. probabile che, guardandosi indietro, gli storici considereranno che la guerra del Golfo del 1991 aprì un ciclo simile, solo in Medio oriente questa volta. Ps: Martedì 16 gennaio Oipaz ha raccontato del videogioco Operation Just Reward diffuso nell’autunno scorso, in cui con lo stick il giocatore insegue in scure grotte un uomo barbuto in barracano e turbante, molto somigliante a Osama bin Laden. Ora farà piacere al lettore sapere che Sierra Madre Games vende su Internet il gioco Pancho Villa, Dead or Alive, basato sulla spedizione punitiva del 1916, in cui il giocatore deve inseguire su per le sierre con lo stick un brigante con la bandoliera e il sombrero... Marco D’Eramo