Goffredo Fofi Corriere del Mezzogiorno, 19/10/2002, 19 ottobre 2002
Totò a tavola
Il commensale Totò che odiava vino e caviale e adorava gli avanzi, Corriere del Mezzogiorno, sabato 19 ottobre 2002 Tanto mi sono ormai estranee Capri e Procida, infrequentabili per la loro fauna turistica e per i loro mercanti pelaturisti (quasi tutta la popolazione, infine) tanto mi è tornata simpatica Ischia, forse solo perché è grande e permette una varietà di approcci, una diversità di atteggiamenti da parte dei ”nativi”. Uno di essi, proprietario di una enoteca (’Pane e vino” a Ischia Porto) e di qualche vigna, ha l’abitudine d’estate di riunire degli amici e, convivialmente, ”costringerli” ad ascoltare qualche conferenziere di passaggio o appositamente invitato. È capitato anche a me, recentemente, di trovarmi così tra gente civilissima - cosa sempre più rara - e di doverla intrattenere, a richiesta, su un tema quanto mai frivolo, che però mi sono divertito a sceverare preparandomi a dovere. Totò. Anzi, poiché tutto doveva finire a tavola, Totò a tavola, Totò in cucina, i gusti culinari di Totò. C’era un modo più serio di affrontare l’argomento, parlando della presenza della fame nel primo teatro di Totò, a partire dalla farsetta storica della Scampagnata dei tre disperati, per finire con le tante variazioni cinematografiche, dal Ratto delle Sabine a Napoli milionaria (l’indimenticabile ”marenna” del poveraccio Pasquale Miele che estrae dal suo sfilatino anche forchetta e coltello), da Guardie e ladri a Uccellacci e uccellini, dove la Fame diventa dimensione colta e politica, di differenza e scontro tra i Nord e i Sud del mondo. Senza ovviamente trascurare il finale del primo atto di Miseria e nobiltà con il famoso balletto degli spaghetti. (Il film di Mattoli rispettava alla lettera Scarpetta, e nel primo atto quasi ogni battuta parla di fame.) Forse la vera ragione di una ”inattualità” e irripetibilità di Totò sta in questo, che Totò è vissuto in tempi in cui la fame era una presenza costante nell’esperienza del suo pubblico di massa, mentre oggi i nostri comici non possono che intrattenere i sazi, tra uno spuntino e una gozzoviglia da sazi anche loro. Come me, peraltro, alla cena ischitana... La fame era una sola delle quattro frustrazioni e molle che hanno retto per molto tempo la comicità di Totò: oltre la fame, lo spazio (La camera fittata a tre, e il basso di tanti film), il sesso (vi ricordate del «pesce democristiano!» lanciato in Fifa e arena al pesce del piccolo acquario che nasconde al voyeur Totò la svestizione di Isa Barzizza?), e per finire la dignità («Lei non sa chi sono io!»). A Ischia ho parlato di tutto questo, è ovvio, ma si è trattato di un ”contorno”, perché il tema della serata era un altro: Totò, anzi Antonio De Curtis, principe e non solo amore e maschera, a tavola. Come documentarsi? Un modo c’era, e molto facile, intervistare Franca Faldini, che ha diviso con Totò/Antonio i suoi ultimi diciotto anni di vita. Che sono tanti, per conoscere bene una persona. Oltre a sfatare certe leggende che altri ”testimoni” mi avevano raccontato, come quella del Totò inventore, al Quisisana durante la lavorazione dell’Imperatore di Capri, degli spaghetti alla puttanesca (è vero invece che gli piacquero così tanto, in tutt’altro albergo, da chiamare il cuoco e farsene dare la ricetta), la Faldini mi ha confermato cose che era possibile intuire: un Totò parco e non ghiotto che per esempio era buffo vedere a tavola insieme col grande amico Fabrizi, un vero mangione, e che non amava i grandi pranzi, i festini, i buffet in piedi, le vaste compagnie. A tavola, diceva, bisogna essere meno di otto, e citava senza volerlo Schopenhauer che aveva sentenziato nell’Ottocento che a tavola bisogna essere «più delle grazie e meno delle muse». Se in gioventù, e in teatro, Totò aveva apprezzato le cene con la troupe, dopo lo spettacolo, nei ristorantini notturni - anche occasioni di corteggiamenti, o di riflessioni collettive, sui lavori in corso - invecchiando preferiva cenare a casa, con Franca, raramente con ospiti, e servito a dovere da una cuoca aretina che era diventata specialista in cucina napoletana, e che Totò chiamava «il quadro di lontananza», perché da lontano sembrava una bella donna dai capelli corvini e belle forme e da vicino appariva com’era, brutta e anziana. Cosa gradiva Totò? Soprattutto, quei cibi che Freud chiama i «sostituti del latte materno», quelli dell’infanzia alla Sanità rallegrata da una nonna ottima cuoca (mentre la madre, zero). Pasta e fagioli, dunque, e pasta al pomodoro molto al dente, un po’ di pesce (soprattutto alici in tortiera), zucchine alla scapece, parmigiana di melanzane o zucchine. Mangiando ora il primo ora il secondo, raramente entrambi. E c’era poi il cugino di Totò, Edoardo Clemente, che faceva la spola con Napoli dove continuava a fargli da ”spicciafaccende”, che gli portava da casa (quella della zia di Totò, che aveva seguito l’esempio della nonna) le cose tipiche di Napoli che a Roma non si trovano: gli amatissimi friarielli, il tortano, la pastiera e gli struffoli e insomma le cose di Pasqua e di Natale. Poco entusiasmo per la mozzarella, e un grande disinteresse per i vini. Un altro grande amore venuto dall’infanzia, ma che poteva sfogare adeguatamente solo a Napoli, era per ogni tipo di frittella e pizzella ”di strada”, e soprattutto per la ”pasta cresciuta”. Quando d’estate Totò si riposava, era la Costa Azzurra il suo luogo d’elezione, e lì - misantropo com’era in Italia, per l’ossessione di fans che dovunque si presentasse in pubblico non gli davano tregua, e che nei ristoranti, anche molto borghesi, non esitavano a farglisi addosso con dichiarazioni che lo irritavano, tipo «ma quanto mi fa ridere!» - si concedeva a una maggiore socialità, tra i pescatori e marinai dei porticcioli, in luoghi dove molti lo riconoscevano ma rispettavano la sua privacy. Una grande passione francese era la ”baguette” croccante, appena sfornata. A Napoli, quando vi scendeva, preferiva recarsi a cena, o ospite, degli amici Gaetani a Torre del Lago. (Altri commensali amati: Peppino De Filippo e Lidia Martora e i coniugi Sarazani.) Se doveva andare al ristorante, allora preferiva D’Angelo, in collina. Più interessanti sono le sue idiosincrasie: il caviale (allora un lusso), che chiamava «le caccole»; le salse elaborate; i frutti di mare; i funghi. E cioè quei cibi di cui diffidava per ragioni igieniche, per la sua paura della malattia e della morte, perché li riteneva pericolosi focolai di germi e infezioni. Totò era monarchico (un principe, via!) e una volta venne invitato, all’estero, da Umberto di Savoia, e in tavola c’erano i funghi. Franca ne mangiò e lui fece i salti mortali per evitarli, ma quando più tardi in albergo Franca lamentò un accenno di indigestione, si spaventò al punto da costringerla a un ricovero con tanto di lavanda gastrica. Un’ultima annotazione curiosa, che ci riporta all’inizio ”serio” di questa frivola cicalata, e cioè alla fame e alle miserie degli inizi, tanti anni fa. Totò amava molto gli avanzi, la riutilizzazione di ciò che restava, i piatti compositi e inventivi di estremo rimedio. Quelli che in altri anni e nelle soffitte degli immigrati meridionali a Torino, io e i miei amici chiamavamo ”i disgusti”. Goffredo Fofi