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 2002  ottobre 22 Martedì calendario

Parliamo dell’arte della Callas e lasciamo perdere i pettegolezzi, Corriere della Sera, martedì 22 ottobre 2002 C’era una volta una bimba di pochi giorni, nata a Nuova York da modesti emigrati greci

Parliamo dell’arte della Callas e lasciamo perdere i pettegolezzi, Corriere della Sera, martedì 22 ottobre 2002 C’era una volta una bimba di pochi giorni, nata a Nuova York da modesti emigrati greci. Secondo uno schema tipico di molte favole, al suo battesimo convennero due fate: ma la buona, che la colmò di doni, precedette la cattiva. Costei, invidiosa d’una straordinaria liberalità della consorella, aggiunse, ad avvelenarne i frutti, la lista delle sue bestemmie. «Ti sarà chiarissimo nella mente e sarà quasi sempre giusto ogni tuo obiettivo artistico; ma il raggiungerlo ti costerà una fatica dieci volte superiore a quella dovuta dalle tue colleghe: e sempre inferiore alle tue attese. Il risultato sarà vario ma non conseguirai la perfezione. Per tutta la vita dovrai lottare per piegare un organo ribelle, la tua voce. Dice un poeta: ”(...) perché a risponder la materia è sorda”. Così sia di te. Passerai per studi matti e disperatissimi che sovente ti deluderanno. Per quanta gioia tu possa dispensare agli altri, te ne verrà solo dolore. Il prezzo della gloria, o della notorietà, sarà l’infelicità perpetua. Sarai sola, per quanta gente ti affannerai ad avere intorno. Quelli che ti cercheranno, li disprezzerai; coloro che desideri, ti fuggiranno. La disperazione sarà l’ultima, fedelissima compagna». Era il 1923; la bimba si chiamerà Maria Callas. Pietà per la Callas. Va chiesta, tale pietà, al mondo dell’informazione, a quella che oggi si chiama la ”mass-medialità”, al pubblico, all’inferno tentacolare dei dialoganti tramite computer. Pietà per una grande artista ricordata in maniera inopportuna, morbosa. Già il ventennale della morte, d’una morte, ripeto, disperata, a suggello d’una vita disperata, provocò rievocazioni che parevano opera di pettegoli e «generici utilité», come si dice nel gergo teatrale. Provavo una stretta al cuore anche di fronte agli omaggi, d’un fanatismo esso pure irrispettoso. I venticinque anni sono un anniversario spurio: quelli degni portano almeno la cifra tonda. Ma sono l’ occasione per lo scatenarsi dello stesso circo Barnum ove cessa peraltro ogni distinzione tra la vita e l’ arte. Uteriore insulto a quelle povere ceneri, sebbene forse tale medesima incapacità a tenere distinti i due ambiti fosse causa e insieme conseguenza della disperazione di Lei. Quello che ormai chiamerò il fenomeno mass-mediale ha come assorbito in sé la realtà artistica. Ristabilire questa, sottraendo la Callas al tourbillon di jet-set, inseguimenti, fughe, abbandoni, sarebbe il primo atto di pietà. Chissà se i tempi sono maturi per una meditazione strettamente artistica, affrontata sine ira ac studio su di Lei. Ella era un’autentica musicista. La sua interpretazione scaturiva da presupposti musicali: non sempre l’organo, povero insieme e ricco per natura, sgradevole nel timbro e nel colore delle vocali, eterogenee le note lungo l’intera gamma, glielo consentiva. Allora Ella sopperiva con un sovrappiù di pathos, diventando una reincarnazione androgina oppure dai caratteri d’un’esagerata femminilità mediterranea dell’Atlante di Heine, che toglie su di sé tutti i dolori del mondo. Ne soffriva anche l’ intonazione. Così, la sua arte non sempre attingeva la vetta, il distacco contemplativo. Ma quanta crudeltà verso se stessa per darci l’incanto lunare di Norma, che confuta immediatamente ciò che ho appena detto. Guidata da Tullio Serafin e Antonino Votto, i Maestri che più La compresero e Le giovarono, Ella muta di timbro alla stessa nota col trascolorare delle sottostanti armonie. Quanta crudeltà verso se stessa per darci il tormento dell’ ambizione che divora lady Macbeth, sotto una bacchetta sulfurea quanto lo era Lei, quella di Victor De Sabata. E la sublime stupefazione della Sonnambula, che sembra levitare a un metro da terra... L’elenco sarebbe stucchevole. Basterebbe, a richiedere per l’erede di Rosa Ponselle, l’eterna gratitudine della musica, un colpo di genio. I più grandi direttori d’orchestra italiani da tempo insegnavano il concetto, ma dovevano ogni volta lottare come la prima volta per realizzarlo. L’esempio della Callas impose il principio che, nel teatro musicale, il recitativo ha pari, in certi casi superiore, dignità dei ”pezzi chiusi”: Gluck, Bellini. Ivi ne ha sovente di superiore. A mano a mano che s’ invecchia, si comprende esser la legge valida per tutto il misterioso connubio di parola e musica che trae origine dai vagheggiamenti rinascimentali intorno all’arte greca classica, per la quale non v’era connubio, v’era unità genetica. Paolo Isotta