Maurizio Chierici l’Unità, 28/10/2002, 28 ottobre 2002
In Brasile ha vinto Dickens, l’Unità, lunedì 28 ottobre 2002 San Paolo. Rincorsa finita, dopo 13 anni ce l’ha fatta
In Brasile ha vinto Dickens, l’Unità, lunedì 28 ottobre 2002 San Paolo. Rincorsa finita, dopo 13 anni ce l’ha fatta. Un segno della cabala sta animando la lettura delle madri dei terreiros, sacerdotesse della religione afro-brasiliana: i voti che trasformano il metalmeccanico Lula nel presidente numero trenta del Brasile, arrivano il 27 ottobre, giorno in cui compie 47 anni. Nelle stesse ore di quel fatale 1945 un altro presidente, Getulio Vargas, disegnava una croce nel calendario. Un colpo di stato gli toglieva la poltrona. Era un dittatore cresciuto sulle spalle dei giovani militari di un movimento che si chiamava tenentismo. Abusava della retorica populista facendo impazzire i grandi proprietari del caffè. Lo accusavano di «pescare nel torbido» forzando la politica sindacale ricopiata da Peron, protettore dei descamisados argentini. Ma nessuno proteggeva il signor Da Silva, contadino del Pernambuco dove il latifondo di una élite proprietaria di tutto, continuava a trattare da anime morte chi coltivava lo zucchero al posto degli schiavi. Nordest, dove il disboscamento per allargare le piantagioni della canna precedeva la distruzione dell’Amazzonia e condannava alla carestia dell’aridità migliaia di famiglie. La fuga di ieri continua. Luis Ignacio aveva pochi mesi quando il padre abbandona moglie e otto figli per scendere a Guruja lungo il mare di Santos. Aveva sette anni quando la madre carica pentole e figli su un carretto per attraversare i tremila chilometri che li separano dal padre e marito. Li sta aspettando nel retrobottega di un bar di Vila Carioca, Sesto San Giovanni di San Paolo. Vivono lì, uno sull’altro, fino a che i ragazzi diventano abbastanza grandi per lavorare. A dieci anni sono invitati a rimboccarsi la maniche. Negli ultimi giorni della campagna trionfale, quando Lula e Josè Serra discutevano educatamente senza darsi sulla voce, gli elettori di una certa età li guardavano con l’attenzione di chi ripassa la storia della inquietudine sociale del Brasile. I due antagonisti ne rappresentano le facce diverse. Chi resiste e si rimette in gioco, e chi preferisce confortarsi - assieme all’amico Cardoso, presidente uscente - sui divani del potere, inquietudini acquietate. Serra è cresciuto nell’altra San Paolo. Belle case, università agitata dal ’68 nel quale si affaccia la sua prima vanità politica: presidente degli studenti della sinistra cattolica, Acion Populair. Il regime militare lo costringe all’esilio in Cile dove sposa un’intellettuale che fa concorrenza a Carla Fracci all’opera di Santiago. Viene salvato dai gendarmi di Pinochet dall’ambasciatore degli Stati Uniti, appassionato di teatro. Salotti a volte scomodi ma sempre di una borghesia morbida. Intanto Lula e i suoi fratelli non si muovono dalla loro Sesto San Giovanni: lì, a tirare il carretto. Raccontarne la storia è imbarazzante: sembra inventata da Dickens. A 12 anni porta a casa la prima paga da garzone. A 15 entra in fabbrica e studia da tornitore: è il solo pezzo di carta della sua biografia. Perde un dito sinistro sotto una pressa. Quando nel ’93 lo seguo in Amazzonia, viaggio in corriera che prepara la seconda campagna elettorale di un candidato urbano cresciuto fra i comignoli delle industrie e che ignora la sterminata realtà contadina, mi accorgo del suo turbamento. Incontra ”pezzi di uomini”. Gambe e braccia tagliate da lavori selvaggi. Scherza sul mignolo che gli manca: «Se guardo gli altri mi sento fortunato». Scopre il Brasile nel quale è nato, ma non ne sospettava la violenza. Sulla corriera del viaggio lungo quattromila chilometri, c’è Marisa, la moglie. Ancora una storia lontana dai politici di San Paolo. Lula si sposa a 21 anni: sta aspettando un figlio, ma moglie e bambino muoiono per una gravidanza complicata dall’ospedale che li abbandona agonizzanti in corsia. Anche Marisa aveva marito: taxista ucciso per rapina alla periferia di San Paolo. Si guadagna da vivere in una fabbrica di cioccolata, mentre il fratello maggiore porta Lula nel sindacato. l’incontro fatale con la politica. A 27 anni diventa segretario di un’altra capitale operaia: San Bernardo do Campo e quando il regime militare stringe i freni, Lula e le sue tute lo sfidano organizzando scioperi duri. Durante uno sciopero incontra Marisa, nonni italiani. Ancor oggi fruga nella memoria ma non sa dire se calabresi o friulani. Hanno tre figli. Il loro legame mantiene la freschezza degli anni fino difficili. In Amazzonia la sgridava quando cambiava umore all’apparire di un barcone o traghetto per guadi. La signora tremava di paura. «E se poi affonda?». «Affondiamo assieme». Sarà una prima dama ruspante nell’ufficialità del perbenismo latino. «Ma ho già pranzato in tre ambasciate. Mi sto abituando... ». I pranzi che preferisce li cucinano assieme, la domenica a mezzogiorno. Loro due soli, ragazzi sempre in giro. Nell’80 la carriera di Lula comincia a correre. In una scuola di San Paolo, studenti e operai, fondano il Pt, partito dei lavoratori. La dittatura sta per finire e appena i militari se ne vanno nasce la nuova assemblea costituente: Lula è il candidato più votato, 650 mila preferenze. E quando il Brasile torna alle urne dopo 30 anni di astinenza per eleggere il primo presidente della democrazia, raccoglie 31 milioni di voti, appena meno di Fernando Collor de Mello, inventato da Roberto Marinho, signore di Rede Globo. Fernando è figlio di un amico dell’inventore di radio e telenovelas: Collor, latifondista nella regione di Alagoas, il più piccolo e ancor oggi più arretrato stato del Brasile. Brutto carattere: uccide in Parlamento un deputato che aveva osato mettere in dubbio le sue parole. Due colpi di pistola: «Ma il ragazzo sembra diverso, tanto perbene... ». Purtroppo ladro, e deve scappare in Argentina di nascosto. Dopo il fallito tentativo dell’89, Lula riprova nel ’94 e nel ’98 sempre battuto da Fernando Henrique Cardoso che rinnega le bellissime analisi sociologiche della sua sinistra giovanile. Invece Lula non nasconde d’aver imparato tante cose, leggendo i suoi libri. Perde, ma il Pt sta diventando il partito più compatto del Paese grazie alla tessitura di Jorge Dircelo che ne è presidente. Frequentava negli stessi anni la stessa università di Cardoso e Josè Serra, a San Paolo. Sinistra alla Cohen-Bendit. I militari lo vogliono in prigione. Scappa a Cuba per «imparare la guerriglia». Finge di restare per sempre, invece torna con falso nome. Un amico chirurgo gli rifà naso e guance. Solo più tardi confessa alla moglie chi è davvero. Le immagini di Dircelo ragazzo somigliano con impressionante provocazione alle foto di Liguori mentre faceva lo ”straccio” nelle piazze agitate di Roma, prima di discutere di calcio davanti alle telecamere di Berlusconi. La polizia brasiliana ha naso sottile. Scopre Dircelo. Lo arresta: inutilmente. Quando esce di prigione ricomincia a programmare un partito concreto. Allarga le amicizie a imprenditori sgraditi dall’ala radicale del Pt. Aggiorna continuamente la strategia. Esperto com’è di facce cambiate, cambia il look indispensabile a Lula per diventare presidente. Barba scolpita, giacca e cravatta, discorsi sottovoce. Ma l’apparenza non inganna l’arrabbiatissima aristocrazia del denaro. Mentre le strade stanno festeggiando la vittoria, gli ultimi suoi giornali si amareggiano per il sacrilegio di un operaio seduto nella poltrona dell’imperatore Pedro II. Maurizio Chierici