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 2002  ottobre 29 Martedì calendario

Il finto tabù del gas, arma senza effetti speciali, La Stampa, martedì 29 ottobre 2002 Generalmente non si vede

Il finto tabù del gas, arma senza effetti speciali, La Stampa, martedì 29 ottobre 2002 Generalmente non si vede. Silenzioso e crudele, non si sente quando arriva e quando si insinua nei polmoni, infesta gli organismi, penetra a tradimento, uccide, stermina, colpisce indiscriminatamente le sue vittime, senza distinzione di buoni e cattivi. Perciò il gas fa più paura di altri ordigni, non meno infernali. Per questo il gas impiegato dai russi nel blitz moscovita crea più impressione di uno scontro a fuoco, o di un bombardamento fragoroso. La carneficina è la stessa. Ma il gas è più implacabile, invisibile, inarginabile. Non c’è sangue, all’apparenza. Nel gas assassino mancano la truculenza del grand guignol e gli effetti speciali della macelleria. Ma l’uso bellico del gas appare come la quintessenza stessa della morte chimica, della strage che è metafora e simbolo della modernità: leggera ma ubiqua, invadente, senza confini, assurda e senza qualità. Come i volti disanimati e l’ebetudine catatonica dei poveri ostaggi trascinati via negli ospedali di Mosca. Un incubo: come è un incubo la nuova guerra ”asimmetrica” che può colpire chiunque e ovunque con il suo gas omicida. La comunità internazionale bandisce il gas come un tabù. Nel nome della guerra alle armi chimiche e di distruzione di massa si tiene la Baghdad di Saddam Hussein nel mirino. Ma le tonnellate di convenzioni, trattati, documenti ufficiali sono soltanto una sottile pellicola cartacea che non riesce a imprigionare il potere simbolico negativo del gas usato per annientare il nemico. C’erano convenzioni firmate da tutte le potenze europee che bandivano l’uso del gas anche quando scoppiò la Prima guerra mondiale, il teatro e lo scenario catastrofico dove si sperimentò per la prima volta la potenza micidiale dell’arma chimica. Arma inimmaginabile prima che nascesse l’industria chimica; e resta confinata nel libro della genialità senza conseguenze pratiche la descrizione di Leonardo da Vinci dell’ipotetico lancio di un proiettile imbottito di arsenico da scagliare contro una nave. Ma è a Ypres, in Belgio, nel 1915, che le truppe francesi dovettero accorgersi con raccapriccio che «una spessa muraglia di gas giallo-verdastro, alta dapprima quanto un uomo e poi più elevata» s’avvicinava inesorabile, trasportata in capienti bombole dai soldati tedeschi. Il senso sconvolgente della novità di quell’episodio è ovviamente testimoniato dal fatto che da Ypres, luogo simbolo dell’uso del gas come arma bellica di sterminio, prende nome l’’iprite”, d’ora in poi nome emblematico del gas assassino. Sui tedeschi cadrà per sempre la maledizione storica di quella prima volta. Ma le cifre raccontano che l’uso del gas non fu certo monopolio dei tedeschi: durante la Prima guerra mondiale la Germania produsse per scaraventare sul nemico 100 mila tonnellate di gas, ma la Francia e l’Inghilterra raggiunsero uno stock di 50.000 tonnellate cadauna, seguite dall’Italia con ”solo” 13.000 tonnellate. Quel misto di modernità tecnologica e primitivismo bestiale che caratterizzò il primo conflitto mondiale è peraltro sintetizzato nell’episodio sul Carso, raccontato da Camillo Pavan, in cui si narra degli austro-ungarici che «usarono pure delle mazze ferrate per colpire i soldati italiani tramortiti». Ma gli italiani non furono solo vittime della crudeltà del gas, raddoppiata dall’efferatezza dell’esecuzione a colpi di mazze ferrate. Usarono il gas nelle battaglie dell’Isonzo quando «il tiro veniva eseguito per la maggior parte di notte o nelle prime ore del mattino, per cogliere nel sonno gli uomini». E del resto non ci si sapeva come difendere dall’attacco letale dei gas: gli eserciti erano sprovvisti di utili maschere anti-gas. E in un romanzo-testimonianza di un tenente italiano, Mario Muccini, si dà conto piuttosto di espedienti molto rudimentali per ridurre l’impatto dei gas destinati a provocare ulcere e spaventose eruzioni cutanee: «Ci distribuiscono le mutandine contro l’iprite. Sono nere e sembrano costumini da bagno. Ci salveranno i testicoli. Almeno a questi, carramba, ci teniamo». Il tabù del gas nasce tra le rovine delle immani distruzioni della Prima guerra mondiale. Ma, in pace come in guerra, i tabù sembrano fabbricati per essere violati. Anche se l’uso del gas viene occultato, tenuto al coperto, minimizzato, all’occorrenza negato anche di fronte alle evidenze documentarie meno confutabili. Come avvenne, con ferocia, nella guerra dell’Italia fascista contro gli abissini. Indro Montanelli, che in Etiopia, giovane entusiasta e convinto di portare la «civiltà» italiana tra i «selvaggi» del Negus, andò a combattere, negò per lungo tempo le rivelazioni, divulgate soprattutto dalle ricerche dello storico Angelo Del Boca, sull’uso massiccio di gas asfissianti da parte degli italiani. Eppure non manca una massiccia documentazione su quel capitolo oscuro della nostra storia, destinato ad incrinare e smentire il mito sempiterno degli italiani «brava gente». I telegrammi inviati da Benito Mussolini in persona in cui si autorizzava il ricorso alle armi chimiche. La comunicazione con cui Pietro Badoglio metteva a parte il ministro delle Colonie, Alessandro Lessona, del fatto che «l’impiego di iprite si è dimostrato molto efficace. Circolano voci di terrore sugli effetti del gas». Le fotografie di pastori e contadini annichiliti dalle azioni del gas autorizzate dal generale Rodolfo Graziani per spezzare la resistenza etiopica. Il tabù del gas venne fatto a pezzi, ma non al punto da impedire che uno strato di menzogne e di depistaggi si depositasse sul collettivo sentimento residuo di vergogna che la guerra condotta a suon di armi chimiche avrebbe suscitato. Vergogna e paura: è questo del resto il binomio piscologico che lega indissolubilmente i sentimenti collettivi nei confronti dell’uso aggressivo del gas e che crea sgomento e stupore in occasione del blitz anti-terrorista di Mosca. Per la paura e la vergogna molti, in Occidente, girarono pavidamente lo sguardo sul massacro dei curdi gasati da Saddam Hussein prima della Guerra del Golfo e che, ironia della sorte, videro protagonista l’ex capo di Stato maggiore Nizar al-Khazraji, oggi membro, sia pur di secondo piano, dell’opposizione al dittatore iracheno nel mirino degli Stati Uniti. Suscitò paura l’immagine degli israeliani muniti di maschere anti-gas durante la Guerra del Golfo, quando Saddam faceva partire i suoi venefici Scud per terrorizzare la gente di Tel Aviv e Gerusalemme. Paura, sgomento, e anche raccapriccio nel vedere ancora una volta gli ebrei minacciati di morte con il gas, a oltre quarantacinque anni di distanza dallo sterminio del popolo ebraico. Perché mai la violazione del tabù fu più mostruosa e criminalmente efficace come nell’invenzione delle camere a gas per annientare un intero popolo. La camera a gas come simbolo di un massacro pianificato e attuato con i mezzi della scienza e non nel furore delle stragi consumate nei millenni. La doccia da cui fuoriusciva il refolo di morte come epitome e riassunto simbolico di una volontà di sterminio che non lasciasse traccia di chi avrebbe dovuto scomparire, con agghiacciante lucidità ideologica, dalla faccia della terra. Con la fine della Seconda guerra mondiale si moltiplicarono convenzioni e trattati: la buona volontà delle istituzioni mondiali esibiva i suoi buoni sentimenti, a parziale risarcimento di un generale senso di impotenza. E nella letteratura fantascientifica narrata sul registro dell’apocalisse così come nel cinema catastrofista pur pullulante di alieni e di mostri, di ultracorpi e di armi finali, sarà piuttosto il fantasma dell’eccidio nucleare a stimolare l’immaginazione e a mettere in scena le paure e le angosce collettive. Nell’Europa destinata a conoscere il più lungo periodo di pace, l’immagine del gas finisce addirittura per essere ridotta e degradata alla ritualità di piazza delle istruzioni (a base di sciarpe, occhialini e soprattutto limoni) per alleviare a neutralizzare gli effetti irritanti dei lacrimogeni sparati dalle polizie. Ma con l’11 settembre la paura di un attacco che non si sa dove colpirà e chi e con quale intensità dirotta sull’incubo chimico (e batteriologico) le fobie collettive. C’era pur stato il precedente a base di gas nervino dell’assalto terroristico nella metropolitana di Tokyo: ma nella percezione dell’Occidente, quel gesto terroristico fu quasi salutato alla stregua di una bizzarria esotica, «roba» asiatica da compatire e buono per alimentare le leggende a sfondo etnico-razziale sulla leggendaria ferocia del carattere nipponico. Con l’11 settembre, invece, il senso di vulnerabilità scaturito dall’inusitato attacco alle torri di New York, qualcosa di inimmaginabile e di inaudito, calamita sul pericolo del gas venefico (e della polvere contaminante, tipo antrace) l’ansia del mondo sul nuovo tipo di guerra scatenata contro l’Occidente. Il gas che può contaminare qualunque città e invadere qualunque strada di qualunque metropoli sovraffollata, in un qualsiasi momento, e ogni volta che la decisione dell’attacco velenoso venga preso in qualche sperduta grotta dove è ubicato il quartier generale dell’internazionale terrorista. E non è affatto casuale che a simbolo della crudeltà efferata della nuova guerra terroristica sia assurta un’immagine ”rubata” in uno dei tanti video ritrovati nei covi di Al Qaeda: quella del cucciolo di labrador che viene assalito da un gas invisibile, che si torce in una smorfia di dolore e che si irrigidisce nell’immobilità della morte, abbattuto da una potenza misteriosa ma spietata. L’immagine del piccolo labrador ha fatto il giro del mondo, suscitando il raccapriccio dell’immaginario occidentale e diventando l’emblema dell’innocenza creaturale massacrata dagli strateghi del terrore globale. Una linea di demarcazione simbolica tra ”loro” e ”noi” messa a dura prova dalle immagini che vengono dal teatro di Mosca e che indicano nell’uso brutale del gas la sopravvivenza di costumi sbrigativi (necessari forse, ma certamente e oltremisura sbrigativi) nella risoluzione delle emergenze: cifra estrema dell’epoca del gas e del terrore. Pierluigi Battista