Goffredo Buccini Corriere della Sera, 07/11/2002, 7 novembre 2002
I pugni al cielo del piccolo Bush, Corriere della Sera, giovedì 7 novembre 2002 Miami. Zitti, zitti
I pugni al cielo del piccolo Bush, Corriere della Sera, giovedì 7 novembre 2002 Miami. Zitti, zitti. Stavolta trattengono il fiato per più di tre ore. Perché questa suite di downtown Miami, al diciottesimo piano dell’hotel Renaissance, potrebbe somigliare di botto a quella del Four Season di Austin: e questa vittoria, da molti tanto prevista, alla vittoria abortita di due anni fa e alla lunga quaresima di George junior in attesa della consacrazione alla Casa Bianca. No, stavolta la Dinastia è cauta. Il First Brother va avanti e indietro come un leone in gabbia, saltabecca tra le cinque tv accese e il computer che manda senza sosta i dati dai seggi. Mamma Barbara e Papà George senior lo seguono con lo sguado, finché tutti i numeri sono allineati, finché l’ultimo dubbio non cade. Finché Jeb può tirare il fiato e gridare ai genitori: « fatta, abbiamo vinto!». Il plurale non è buttato lì a caso. Perché, avesse perso, il più giovane dei Bush Brothers si sarebbe tirato dietro la famiglia nelle cupe analisi dei politologi e nel referendum infinito sulla presidenza. Ha vinto, e la famiglia è lì, determinante. Come è lì l’ombra lunga di George junior, che segue da Washington la notte delle elezioni ma è presente più che mai: qui in Florida rimase impantanato nel ridicolo, presidente eletto dai giudici e non dal voto; della Florida ha fatto il campo di battaglia di questi due anni, con tredici visite dall’inizio del mandato e un torrente di milioni riversati del partito; dalla Florida inizia la sua vera riscossa, di cui Jeb è solo un prestanome a questo punto. George junior chiama banco, trascina i repubblicani al successo alla Camera e al Senato, si fidanza ufficialmente con gli Stati Uniti dopo un flirt che dura dall’11 settembre e dalle sue lacrime. Jeb non è stupido. E tutto questo lo sa benissimo. Sa, sente che la vittoria non è sua. Anzi questa è, probabilmente, la sua ultima corsa politica. Dieci anni fa era lui l’erede della Dinastia - così aveva deciso mamma Barbara, che in famiglia porta i pantaloni - ma per due volte Jeb ha perso il treno su cui viaggiava suo fratello: nel ’94, quando non è riuscito a diventare governatore della Florida al primo tentativo mentre George junior sfondava in Texas; e nel 2000 quando da governatore non è riuscito a consegnargli la Florida alle presidenziali senza il tormento della conta delle conte. Jeb lo sa. E per questo si sforza di essere felice sul palco dell’hotel Renaissance, tra palloncini, trombette e coriandoli, ma è come uno che ha sbagliato festa di Capodanno. Alle 10.25 (quasi tre ore e mezzo dopo la chiusura dei seggi) alza i pugni in segno di esultanza, fa una smorfia e comincia ringraziando mamma e papà, «per aver ispirato la mia vita», e il «presidente degli Stati Uniti per essere sceso quaggiù a dare una mano al suo fratellino». «Per i Bush tutte le faccende politiche sono personali», ha detto una volta Bill Kristol, nello staff della Casa Bianca durante il mandato di George senior. E tutte le faccende personali sono una gara, ha raccontato qualche anno fa il vecchio presidente in persona: «Con i miei figli, specie con George e Jeb che sono i più grandi facevamo gare su tutto, su chi s’immergeva più a fondo nel lago, su chi arrivava per primo alla riva. Tiravo palline da tennis in aria e stavo a vedere chi di loro guadagnava più centesimi acchiappandole al volo». Adesso è come allora, e Jeb ha perso troppe palline da tennis. Sono semplici le regole di una dinastia, «e si scrivono in tinello, la sera a cena», ha osservato Letizia Baldridge, che lavorò con John Kennedy: «Disciplina, emulazione, solidarietà reciproca». E l’America, che racconta di essere democratica, ha in realtà un bisogno prepolitico di dinastie fondate su questi valori. Si innamorò degli Adams (unica famiglia prima dei Bush a dare al Paese un padre e un figlio presidenti, quasi due secoli fa), si è innamorata dei Rockefeller e dei Kennedy. I Bush hanno l’ambizione feroce degli Adams, non hanno ancora l’appeal nazionalpopolare dei Kennedy, belli, dannati e mitici: la distanza d’immagine tra le due famiglie è, quella che passa tra Jackie e Barbara, tra una modella francese e una matrioska russa. Dal patriarca Prescott Sheldon, che dal Connecticut arrivò al Senato e obbligava i nipoti George e Jeb a chiamarlo «Senatore», in giù, i Bush hanno scelto il basso profilo in pubblico, la scalata nelle stanze chiuse dei consigli d’amministrazione prima e dei palazzi di governo poi. Ma le stagioni cambiano sul palco elettorale. In Maryland, l’ultima dei Kennedy, Kathleen, figlia di Bob, perde uno Stato che i democratici tenevano dal 1970. E qui a Miami i repubblicani già acclamano, accanto al vincitore della notte, un nuovo Bush, il primogenito di Jeb, George Prescott, 26 anni, per i fan semplicemente «George P.». Lo chiamano «l’arma segreta». « un onore avere aiutato mio padre», dice lui al Renaissance. Gli risponde un’ovazione. Ha preso dalla sua mamma messicana, Columba, il calore latino che manca al nonno, al papà e allo zio. Un po’ Jfk e un po’ Banderas: in un’America che fra vent’anni forse parlerà «spanglish», la Dinastia si prepara. Perché ricorda quello che i democratici hanno dimenticato: conta il leader, il resto - come direbbe il presidente George junior - sono «psicobubbole». Goffredo Buccini