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 2002  novembre 05 Martedì calendario

Il Kohl turco che ama i ”tourban”, l’Unità, martedì 5 novembre 2002 Tanto per cominciare, il nuovo padrone della Turchia Recep Tayyip Erdogan è un tizio che, da sindaco di Istanbul, invitò alle nozze di un figlio seimila persone

Il Kohl turco che ama i ”tourban”, l’Unità, martedì 5 novembre 2002 Tanto per cominciare, il nuovo padrone della Turchia Recep Tayyip Erdogan è un tizio che, da sindaco di Istanbul, invitò alle nozze di un figlio seimila persone. Da queste seimila persone dice di aver ricevuto doni per un totale di 170mila dollari: una cifra cospicua che i suoi nemici attribuiscono invece a mazzette e tangenti, per le quali è sotto processo. Sotto processo è anche per aver citato alcuni versi islamici del 1300, in cui si afferma: «I minareti saranno le nostre lance, le moschee, le nostre caserme». Lance rivolte contro chi? Caserme destinate a che cosa? Lui adesso ripudia il suo periodo di fanatismo islamico, e sostiene di essere un democratico musulmano di centro destra, paragonando il partito di cui è presidente, l’Akp, (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) alla Cdu di Helmut Kohl. Evidentemente le batoste ricevute quando voleva trasformare i minareti in lance o magari in missili lo hanno portato a più miti vedute. Per la citazione di quei versetti fu defenestrato da sindaco di Istanbul, condannato a 10 mesi di reclusione (ne scontò quattro) e all’interdizione dai pubblici uffici fino al 2004, condanna che non gli ha permesso di venire eletto deputato a queste ultime elezioni, malgrado sia il politico di gran lunga più popolare nel suo paese. Non potrà fare il primo ministro perché la Costituzione turca vuole che premier possa essere soltanto un parlamentare, ma avrà voce in capitolo nella scelta dei ministri. Polemicamente ha promesso che suggerirà di scegliere il primo ministro e i ministri della Difesa e degli Esteri fra coloro i quali abbiano una moglie che non si copra il capo con il velo islamico, quello che in Iran si chiama «chador» e in Afghanistan «burqa». Sembra incredibile, ma questa faccenda del velo è stata al centro delle elezioni, sebbene la Turchia sia sull’orlo del fallimento, speri di venire ammessa nella Ue ma incontra molte difficoltà, e sia il retroterra naturale della campagna che gli Stati Uniti vogliono lanciare contro Saddam Hussein. Bandito da Kemal Ataturk quando negli anni venti il grande statista concentrò i suoi sforzi nel rendere la Turchia un paese non «clericale» e in ossequio a lui, il fondatore della Turchia moderna, la legge contemporanea vieta alle donne di indossare il velo islamico nelle occasioni pubbliche, nelle università, negli uffici pubblici, nei ministeri. Un semiologo potrebbe sbizzarrirsi a non finire sui segni e sul valore del tutto diverso che possono indicare in una società o in un’altra. Sta di fatto che mentre le giovani ribelli di Teheran tentano in ogni modo di liberarsi dal «chador», le loro coetanee di Istanbul vogliono poterlo indossare come e quando piace a loro. Il nostro eroe Erdogan non si è mai pronunciato con chiarezza sulla faccenda, considerata come una sorta di termometro della laicità; ma sta di fatto che la moglie e le due figlie indossano il copricapo; e che lui, una volta che gli chiesero se avrebbe portato a una cerimonia di Stato la sua signora senza l’annesso «tourban» (così lo chiamano in Turchia) rispose d’acchito: «No, andrei da solo». Eppure s’è capito che Recep Tayyip spera di diventare il prossimo capo dello Stato turco, come risulta dai molti cartelli innenggianti «Erdogan presidente» che l’hanno accompagnato durante tutta la campagna elettorale. Il futuro presidente turco, se davvero ce la facesse, non soltanto imporrebbe il «tourban», ma vieterebbe l’alcool nei locali pubblici, argomento sul quale vuole indire già da adesso un referendum. Quanto alla contraccezione, lui è contro. Ma a detta degli avversari, il ripristino di questi tabù sarebbe solo parte del Programma di islamizzazione che l’ex sindaco di Istanbul ha in mente. Nel parlare pubblico, infatti egli ricorrerebbe alla «takiyya», una possibilità di menzogna che il Corano concede a quanti vogliano combattere la battaglia della fede. La gente lo sa, eppure lo segue. Ma come si spiega questa voglia di Islam che colpisce oggi la Turchia? Ecco un argomento che meriterebbe un approfondimento più vasto di quello che qui possiamo abbozzare: il rifiuto dell’Ue di accogliere il Paese fra gli Stati membri, la sensazione di rappresentare nel mondo soltanto delle fortezze di confine dell’Occidente, il nuovo spiritualismo che ormai investe in forme diverse e però convergenti due miliardi e passa di musulmani nel mondo, tutto questo può in parte spiegare i successi di un capo-popolo che mena vanto di non conoscere lingue straniere, che nasce povero sul Mar Nero e a tredici anni sbarca con i genitori e cinque fratelli a Istanbul, dove per pagarsi gli studi coranici prima e la facoltà d’economia dopo vende per strada limonata e pasticcini di zucchero, i «lukum». Per quanto possa spingere innanzi il suo progetto di islamizzazione, comunque, Erdogan deve fare i conti con i militari. Il premier del primo governo islamico della storia turca moderna fu un maestro del nostro eroe, Necmettin Erbakan, che lo Stato Maggiore (laico per tradizione) costrinse nel ’97 alle dimissioni. Sconfitto, ma non umiliato, durante il governo militare, Erdogan respinse l’ordine di un superiore che lo voleva senza baffi. Piuttosto che tagliarli, preferì dimettersi. Anche Bruxelles gli chiederà qualche prezzo per entrare nell’Unione. Stavolta il padre Giuseppe della democrazia turca è pronto a tagliare i baffi suoi e quelli dei suoi cortigiani perché anche lui è cosciente che senza il «tourban» dell’Unione Europea, per i fedeli di Allah si apre un cammino che può portare molto lontano fino a trasformare la Turchia in uno stato teocratico dove il potere sarebbe in mano ai padroni di minareti e moschee, gli ulema che considerano ancora aperto il conto con Ataturk. Giancesare Flesca