Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 05/11/2002, 5 novembre 2002
L’eterodosso Colletti che fu comunista quando era cretino, Corriere della Sera, martedì 5 novembre 2002 «Ammazza, le fregnacce!»
L’eterodosso Colletti che fu comunista quando era cretino, Corriere della Sera, martedì 5 novembre 2002 «Ammazza, le fregnacce!». Fosse ancora qui, ad accendersi quei suoi sigarini amputati del filtro, state certi che Lucio Colletti se ne uscirebbe con una battuta delle sue. Detestava le frasi fatte, i salamelecchi, ogni sorta di rituale banalità. Figuratevi i ”coccodrilli”, le epigrafi o «le dannatissime articolesse commemorative». Una delle cose che lo divertivano, sul tema, era il racconto di come Carlo V, prima di morire, avesse voluto vedere i propri funerali organizzando la messa funebre come avrebbe voluto fosse, con la chiesa tutta tappezzata di nero «sì che bastava appena lo splendore di centinaia di ceri a disperderne l’oscurità» e i frati in preghiera e i membri della corte in lacrime mentre lui, il futuro defunto, assisteva in un angolo. Colletti non si sarebbe lasciato mai scappare l’occasione di sdrammatizzare il più drammatico dei momenti umani. Giocava con la morte, la vecchiaia e ciò che stava nei dintorni. Resta indimenticabile, tra quanti gli volevano bene, la definizione delle sue vacanze: «Essendo sempre stato gestito da qualche donna, e in particolare da quella femmina selvaggia che è mia moglie Fauzia, mi proteggo come certi insetti tipo lo scarabeo: mi fingo morto. E così, in catalessi, vengo impacchettato e sottoposto alle torture più inverosimili». Dissacrati Marx e «quei bestioni dei filosofi del materialismo dialettico», dissacrati la scuola di Francoforte e quel «ciarlatano» di Herbert Marcuse e quel «reazionario» di Martin Heidegger, provava un sottile diletto a sorrider di se stesso. Fra tanta gente che si prende troppo sul serio, lui che era uno dei più raffinati intellettuali italiani, se la godeva a non prendersi sul serio affatto. A confessare che stava chiuso a casa perché aveva sbagliato shampoo: «So’ diventato biondo». A saltare da von Hayek agli spacchi della Carlucci e da Ajdukiewicz alle memorie di Marina Ripa di Meana: «Le lessi un’estate sotto un albero di cachi. Ogni tanto, per simpatia, cadeva un caco». Additato a lungo come un ”traditore” dalla sinistra che prima l’aveva venerato, aveva risposto colpo su colpo. Guadagnandosi negli anni rispetto, stima e perfino affetto. Testimoniati alla morte, un anno fa, perfino da uomini lontanissimi come Mario Tronti. Che pur rimproverandogli la «spregiudicata libertà di giudizio» che l’aveva spinto «più lontano di quanto fosse necessario e di quanto fosse francamente lecito», si chiedeva: «Non è che Colletti sia stato più coerente di tanti altri che, passando da un orizzonte teorico all’altro, dicono di mantenere le posizioni politiche di sempre?». Omaggio obbligato a un uomo davvero libero. Quella «libertà di giudizio» mai digerita dalla sinistra da quando aveva spiegato come era diventato comunista («ero un cretino») e perché aveva deciso di disconoscere «il trionfalismo dogmatico» con cui aveva «difeso ogni rigo di Marx», non risultò infatti meno irritante per la destra. Alla quale «er filosofo dell’abbiocco hegeliano» (definizione del ”Foglio”) non ne risparmiò una. Ortodossamente ligio agli ordini di scuderia («votò sempre dalla parte giusta, cioè dalla parte di chi l’aveva eletto», lo elogiò Berlusconi) ma solo dopo avere scalciato, disse che Previti meritava d’essere arrestato. Che Fini era «una carta velina senza cultura che ha orecchiato lo Stato etico». Che Storace era stato eletto «non perché era lui ma perché gli elettori avrebbero eletto anche un somaro». Che Forza Italia era fatta di «rammolliti e vili». Dal suo amatissimo «cattivo maestro», Galvano della Volpe, diceva di avere appreso il «gusto dell’eterodossia». Se la pigliava con la scuola che sforna ragazzi che «non sanno il passato remoto di giacere». Si fiondava in Transatlantico su Martusciello declamando: «Martusciello! Che cervello!». Bacchettava Violante: «Ha scambiato Mann con Vico! Uffa! Questi qui, per dirla con la Crusca, citano alla cazzo di cane». Alcuni lo odiavano, altri fingevano di divertirsi, altri ancora lo lusingavano: «Sa che sono stato suo allievo?». Risposta: «E nun hai ’mparato un tubo?». Sapevamo che ci sarebbe mancato. Ci manca. Gian Antonio Stella