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 2002  novembre 08 Venerdì calendario

Il reducismo visionario degli archeologi No global, La Stampa, venerdì 8 novembre 2002 Firenze. Lei forse mi chiama perché si ricorda del Piperno prima maniera» ipotizza con legittima civetteria Franco Piperno, prima di salire sul treno che lo porterà a Firenze

Il reducismo visionario degli archeologi No global, La Stampa, venerdì 8 novembre 2002 Firenze. Lei forse mi chiama perché si ricorda del Piperno prima maniera» ipotizza con legittima civetteria Franco Piperno, prima di salire sul treno che lo porterà a Firenze. Certo che sì. Un mito assoluto, uno scandalo continuo, un romanzo di amore e di avventura. Quale giornalista, prossimo ormai ai cinquanta, potrebbe essersi dimenticato del leader di Potere Operaio? Il ciuffo, il doberman, le donne, strafottenza, la rivoluzione. Bene: oggi al Forum partecipa anche Piperno. «Ho il senso del reale - assicura - e quindi non posso fingere di essere un giovane manifestante con i calzoni corti». qui, infatti, in qualità di assessore del comune di Cosenza per un seminario su enti locali e movimento no global. Ma dormirà a casa di vecchi amici di PotOp. Intanto si è rivisto pure Franco Berardi, detto Bifo, teorico di Radio Alice e animatore del Settantasette bolognese. Attraversa la Fortezza con elegante cappotto e un cappellone marrò a falde larghe. Seminario sulla comunicazione. Così è introdotto al pubblico: «Bifo si presenta da sé». Vero. stringato e apocalittico, prevede la catastrofe economica e reclama l’«interconnessione ubiqua». Anche un po’ visionario, «stretti come siamo - osserva - tra la dittatura planetaria e l’olocausto». Poi saluta: «Buona serata». Da giovane assomigliava a D’Artagnan, oggi ha ancora un sacco di capelli, ma sono tutti bianchi. Occorre essere onesti: il reducismo ispira inesorabili valutazioni e controversie estetico-tricologiche. Sul nero lucente dei capelli di Piero Bernocchi, ad esempio, il Ridge del sindacalismo rivoluzionario italiano, uno che si definisce in un suo libro «protagonista non pentito dei movimenti del ’68, del ’77 e del ’90 e attuale portavoce nazionale dei Cobas Scuola», ecco sul nero della sua invidiabile capigliatura si è sviluppato l’altro giorno un workshop risoltosi con la quasi certezza della non tintura. Nemmeno uno «sciampino». Per eredità familiare. Bernocchi è stato l’inventore della spedizione a Camp Darby che è sembrata la replica delle spedizioni a Comiso, «Yankie go home», capelli o non capelli sembrava di essere tornati indietro di vent’anni. Perché poi, in realtà, l’afflusso costante di combattenti e reduci di mille movimenti non è cosa che non abbia un suo impatto politico sulla neonata creatura no global. Toni Negri è assente, ma ha affidato alla rivista ”Posse” alcune sue tipiche «note in forma di ipotesi per un’inchiesta sul precariato nelle città globali». Presente in spirito, il settantenne teorico dell’Impero vigila dall’alto. Dal basso, o meglio dal vivo delle lotte è già qui l’ex leader del Collettivo di fisica (ora Cobas Enel) Vincenzo Miliucci. Sempre uguale, rigido, barbuto, generoso e determinato, per non dire cocciuto. A Genova ha cercato di fermare un black bloc, che gli ha rifilato una bastonata in testa. Un altro che quel giorno se l’è vista brutta è il leader del Movimento Antagonista Toscano, Bruno Paladini: «Questa è una piazza politica!» ha intimato a un ragazzetto che stava sfasciando una vetrina. E quello, senza smettere, e anzi piazzandogli la mazza sotto il naso: «E tu chi sei? Mio padre?». Padri e figli è un discorso che porterebbe lontano. Ora, qui davvero non si vorrebbe mancare di rispetto ai reduci chiamandoli «dinosauri», «cariatidi», «vampiri» e altre scempiate. Ognuno di loro oltretutto ha la sua storia e considerato anche quanti rivoluzionari sono finiti a certificare bilanci delle multinazionali o a dirigere i tg di Berlusconi, beh questi che si aggirano a Firenze almeno sono coerenti. E tuttavia il tempo passa, anzi fugge e così, più che padri, li si può considerare dei nonnetti e delle nonnine. Ieri, per dire, è intervenuta Luciana Castellina, che partecipava ai festival della gioventù comunista a Praga con Berlinguer (Enrico). Ed è pure intervenuta Lidia Menapace, che prima di aderire al Manifesto e di scrivere un bel libro sulla Dc pare di ricordare sia stata lei stessa democristiana, corrente di Base. Mentre il trotzkista Livio Maitan, del quale nella città no global è in vendita una interessante autobiografia, ha partecipato addirittura alla scissione di Palazzo Barberini, con i saragattiani, con i quali ha poi ferocemente litigato. Ecco dunque Pintor, Curzi e Franco Russo; Franco Corleone, già radicale e poi sottosegretario verde, è qui perché si occupa di droga; Paolo Pietrangeli, l’indimenticato autore di ”Contessa”, sta aiutando i no global a mettere su la loro televisione. A un certo punto del pomeriggio si è visto anche Valentino Parlato, sotto uno striscione che aveva a che fare con l’ovicultura. Il movimento no global è molto giovane, fatto per lo più di giovani, e parecchi dei nonnetti sono anch’essi giovani nell’anima, come si dice. Ma c’è lo stesso qualcosa che non quadra. Perché, ammesso che certe categorie siano applicabili, all’interno del nuovo il vecchio è più riconoscibile, si nota meglio, stride, stona, tende a imporsi, ancora, di nuovo, uffa, che strazio, non se ne può più. Prima ancora di entrare ci sono cacciatori di anniversari che diffondono manifestini «in occasione dell’85° anniversario della grande rivoluzione socialista d’ottobre», con antica stampa di operaio che rompe le catene. E più avanti lo spacciatore inglese di attualità che ti propone l’opuscolo ”Attualità di Marx e Engels”. Si entra e sui banchetti ”Attualità di Cuba”, e sotto: ”a quarant’anni dalla crisi dei missili”. Ah. L’odore degli anni settanta è piuttosto forte. Troppo rosso, ancora, troppe stelle rosse, troppo ”comunismo”, troppi pugni chiusi, troppo Che Guevara, troppo avanti popolo. In un angolo c’è perfino Lenin, che ti fissa, e Togliatti. E la colomba della pace, in uno striscione tipo realismo socialista. Difficile distinguere tra archeologia e modernariato. La Fiom vende una maglietta con martello, compasso e ruota dentata che ricorda l’emblema della Ddr. Vetero, desolatamente, è ogni gruppo con la sua bancarella di merchandising, o paccottiglia rivoluzionaria. Il nuovo c’è, ma per competere con il suo opposto è costretto a violare i confini del buonsenso: shiatsu, inglese a tutto spiano, turismo in monopattino, cucina naturale e creativa, erbe e medicine magiche. La nostalgia, però, non è mai eterna. Filippo Ceccarelli