Paul Krassner Alias, 02/11/2002, 2 novembre 2002
Bastò un po’ d’acido per far confessare a Groucho di aver desiderato Marilyn, Alias, sabato 2 novembre 2002 Alla metà degli anni 60 mi facevo talmente tanto che tenevo tutta la mia scorta di roba in una cassetta di sicurezza in banca
Bastò un po’ d’acido per far confessare a Groucho di aver desiderato Marilyn, Alias, sabato 2 novembre 2002 Alla metà degli anni 60 mi facevo talmente tanto che tenevo tutta la mia scorta di roba in una cassetta di sicurezza in banca. Una volta alla settimana mi infilavo la maglietta di Cosa Nostra (cerchiamo di piacere!) e mi rifornivo di Lsd: da regalare, vendere, inghiottire, qualunque cosa. Era, per voi amanti della marca, Owsley White Lightning: 300 microgrammi di realtà separata. Compravo il mio acido da Dick Alpert per finanziare il suo viaggio in India, dove il suo guru lo aveva ribattezzato Baba Ram Dass. «Vieni, manda affanculo l’universo insieme a me» mi invitava la sua cartolina, ma io avevo già un guru americano, Mortimer Snerd, il pupazzo del ventriloquo Edgar Bergen. Una volta Bergen chiese al suo pupazzo principale, Charlie McCarthy: «Che cosa stai facendo?». Charlie rispose: «Niente». E allora Mortimer Snerd replicò nel suo stupido stile da zotico di campagna coi denti in fuori: «Beh, quando hai finito come fai a saperlo?». Ad ogni modo, mentre Ram Dass continuava a cercare l’illuminazione e a farsi baciare i piedi da sconosciuti, io me ne stavo a casa e ricevetti una telefonata da Groucho Marx. Doveva partecipare a un film di Otto Preminger intitolato Skidoo, che era parecchio a favore dell’Lsd, e siccome non l’aveva mai provato era non solo curioso, ma si sentiva anche responsabile nei confronti del suo pubblico, di non metterli su una strada sbagliata, perciò... potevo rimediargli un po’ di quello buono e mi andava di accompagnarlo nel trip? Io non mi feci pregare più di tanto. L’acido con cui Ram Dass - nei suoi ultimi momenti come Dick Alpert - non era riuscito a far volare più in alto il suo guru, era lo stesso acido che io ebbi l’onore di prendere con Groucho Marx. Quella settimana, mentre lasciavo il caveau della banca, respiravo lentamente e profondamente per non scoppiare a ridere nella hall. Mandammo giù quelle piccole compresse bianche un pomeriggio, in casa di un’attrice a Beverly Hillis. A Groucho interessava il background sociale della sostanza. C’erano due cose che solleticavano la sua fantasia in modo particolare. Una riguardava il giorno in cui l’acido era stato dichiarato fuorilegge. Gli hippie erano scesi in piazza e avevano aspettato che scoccasse quel minuto preciso per poter tutti ingerire pubblicamente il loro Lsd nell’istante esatto in cui diventava illegale. L’altra erano quei pullman turistici che attraversavano Haight-Ashbury (quartiere hippie di San Francisco), con i passeggeri che cercavano di fotografare quelle strane creature locali, che a loro volta alzavano degli specchi rivolti verso i finestrini del pullman in modo che i turisti si vedessero riflessi mentre mettevano a fuoco le macchine fotografiche. Raccontai a Groucho della prima cosa che ho venduto al vecchio Steve Allen Show. Era uno sketch chiamato ”Unsung Heroes of Television”. Tra gli eroi c’era un tipo il cui unico compito era sentire attentamente per tutta la mezz’ora se qualcuno diceva la parola segreta in You Bet Your Life, e poi lasciar cadere quell’esca quando la parola veniva detta. Lui mi disse di uno dei suoi critici preferiti «un gentiluomo con i capelli bianchi, avanti negli anni, ma un tipo energico. Gli chiesi che cosa facesse per conservare il buon umore. ”Beh, ti dirò Groucho - fa lui - ogni mattina mi alzo e scelgo per quel giorno di essere felice”». Ci furono lunghi periodi di silenzio e ascoltammo della musica. Io durante i miei trip ero abituato a suonare rock’n’roll, ma lì la collezione di dischi era tutta di musica classica e show di Broadway. Dopo aver sentito la Cantata No. 7 di Bach, Groucho disse: «Io sarò pure ebreo, ma ho avuto le più meravigliose visioni di cattedrali gotiche. Pensi che Bach sapesse che stava facendo questo?». Più tardi stavamo ascoltando la musica di una commedia musicale, Fanny. C’era una canzone chiamata ”Welcome Home”, dove le parole facevano più o meno «benvenuta a casa, dice l’orologio», e la sedia dice: «Benvenuta a casa», e altrettanto fanno gli altri pezzi dell’arredamento. Groucho cominciò a recitare ciascuno dei versi; come se l’anatra, la sedia eccetera lo stessero salutando veramente. Era come un bambino, incantato dalla sua stessa capacità di rispondere alla musica in quel modo. Ci fu un momento in cui la nostra conversazione, in un certo qual modo, entrò in uno spazio negativo. Groucho ce l’aveva allo stesso modo con istituzioni tipo il matrimonio («come sabbie mobili») e con singole persone come Lyndon Johnson («quella testa di rapa»). Alla fine gli chiesi: «Che cosa ti dà speranza?» Groucho rifletté per un momento. Poi disse una sola parola, a voce alta: «La gente». Dopo un po’ cominciò a mugugnare qualcosa tra sé e sé. Io esitavo a interrompere il filo dei suoi pensieri. Alla fine disse: «Quest’idea di interpretare Dio visto come un vecchio sudicione in Skidoo mi sta proprio piacendo. Vuoi sapere perché? Ti rendi conto che irriverenza e reverenza sono la stessa cosa?». «Sempre?». «Se non lo sono, allora è un uso sbagliato del potere che hai di fare ridere la gente». E non appena ebbe detto questo, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Quando tornò dopo aver fatto pipì disse: «Tutti aspettano che accadano dei miracoli. Il corpo umano è un maledetto miracolo». «Ho avuto una piccola infatuazione per Marilyn Monroe - accennò - mentre stavamo girando Love Happy. Mi ricordo che solo a parlare con lei sul set mi si drizzava». E durante un piccolo spuntino: «Non avrei mai pensato che mangiare un fico sarebbe stata la più grande emozione della mia vita». Tenne a lungo in mano un sigaro e lo annusava, ma non lo fumò. «Tutti hanno i loro Laurel e Hardy. - rifletté - Dei Laurel e Hardy in miniatura, uno su ciascuna spalla. Il tuo piccolo Oliver Hardy ti sgrida, dice: ”Beh, ci hai proprio cacciato in un bel guaio”. E il tuo piccolo Stan Laurel si mette a frignare: ”Oh, Ollio, non ho potuto evitarlo, mi dispiace, ho fatto del mio meglio ...”». Cinque anni dopo, il mio libro How a Satirical Editor Became a Yippie Conspirator in Ten Easy Years fu pubblicato da Putnam. L’editore William Targ ne mandò una copia a Groucho, e lui rispose con una cartolina che era tanto misteriosa quanto complimentosa. «Grazie per il libro. Le mando questa cartolina perché non so dove abita il signor Krassner. O se è vivo. In ogni caso, è un libro divertente e io prevedo che a tempo debito lui diventerà l’unico Lenny Bruce vivente». L’anno successivo, ero molto preso dalla mia indagine su Manson. Durante un trip di acido con tre persone, che facevano parte della sua famiglia - Squeaky Fromme, Sandra Good e Brenda McCann - ricevetti un complimento ancora più sconvolgente. Una volta Sandy Good mi aveva visto esibirmi al ”The Committee” di San Francisco. Adesso mi stava dicendo: «Quando la gente mi chiedeva com’era Charlie, io lo paragonavo a Lenny Bruce e a Paul Krassne». Il mio cuore ebbe un sobbalzo piuttosto strano. Sandy era stata un’attivista per i diritti civili. Ma Charlie Manson calpestò i suoi occhiali, gettò via le sue pillole anticoncezionali, rimodellò la sua personalità e trasformò il suo sistema di valori. Così adesso lei stava scimmiottando il razzismo di Charlie e mi stava chiedendo di dire a John Lennon che avrebbe dovuto liberarsi di Yoko Ono e «sposare una come lui». Non ho mai incontrato Charlie Manson sebbene abbia avuto con lui una corrispondenza. Ma ho sentito un nastro del suo rap, e lui decisamente usava l’humor come uno strumento per il male. Per la prima volta capii davvero che cosa aveva voluto dire Groucho Marx a proposito di usare male il potere di fare ridere la gente. Paul Krassner