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 2002  novembre 13 Mercoledì calendario

Il truffatore che visse 52 volte, Corriere della Sera, mercoledì 13 novembre 2002 Si chiama Stefano, perché è nato il 26 dicembre

Il truffatore che visse 52 volte, Corriere della Sera, mercoledì 13 novembre 2002 Si chiama Stefano, perché è nato il 26 dicembre. Porta il cognome della mamma, che è Ramunni, perché a sentire l’avvocato che lo difese finché lui non lo truffò, sarebbe figlio di padre ignoto, forse di un monsignore (quindi a maggior ragione ignoto). Adesso è in cella nel carcere di Como. Deve scontare quasi 12 anni, per cumulo di pene. Un anno qui, 6 mesi là: tutti per truffa. Ma se chiedete chi è Stefano Ramunni in molti, magari a mezza voce, risponderanno «un genio della stangata». Insomma: un truffatore impenitente, ma bravissimo. Un artista. Il cui capolavoro è un certificato di morte falso, ”rilasciato” dagli uffici dell’anagrafe a Palermo: per la precisione il suo. Ramunni Stefano, originario di Castellana Grotte, in Puglia, ”morto” a Palermo all’ età di 38 anni (lui intanto ne ha compiuti 39), nel maggio del 2001. Con questo documento ”il fu Stefano Ramunni” si è sottratto a non si sa quante condanne in giro per l’ Italia. Per gli inquirenti ha usato il trucco con 52 Procure. «A un certo punto sembra che si sia trovato con un bel mucchio di processi sulle spalle - dice da Bari l’ex legale, Vito Calabrese - e li ha ”chiusi” alla sua maniera. Sarà stato circa tre anni fa. Io, però, dopo quell’episodio mi chiamai fuori». Ed ecco l’’episodio”: Ramunni si inventa il certificato di morte, falsifica la carta intestata del suo avvocato difensore, e poi con quella spedisce a vari tribunali copia del documento che attesta il suo decesso. Così in Italia esistono sentenze, passate in giudicato come a Mantova, dove il reato che lui aveva commesso è dichiarato estinto perché l’imputato è morto (a Mantova era una truffa ai danni di un’agenzia di viaggi). Il gioco di Ramunni viene scoperto nell’ottobre del 2001, quando la polizia lo pizzica a Verona. Su imbeccata dei colleghi di Sondrio, che lo inseguono da prima dell’estate, gli agenti veronesi lo fermano davanti a un Internet Bar nel quale tutti i giorni cerca in Rete notizie di cronaca nera. Lui mostra un tesserino da medico psichiatra in forza al ministero della Giustizia, ma questa volta i poliziotti non ci cascano. Al numero 1 di via Adua, a casa sua, trovano 12 tessere intestate ad altrettante persone diverse, codici fiscali e carte di credito assortite, due valige piene di assegni in bianco e il certificato di morte. Ramunni ed i suoi «ferri del mestiere» vengono spediti a Sondrio da dove, qualche tempo dopo, parte una comunicazione diretta alle Procure di mezza Italia, dalla Lombardia f ino a Latina e Frosinone: «Abbiamo preso Stefano Ramunni». E quelli: «Ma cosa dite? morto». E Sondrio: «Eppure noi lo abbiamo incarcerato». Già perché prima di impersonare uno psichiatra Ramunni si trovava in Valtellina, dove spacciandosi per avvocato bolognese vendeva cascinali con un complice. O meglio: comprava ruderi, commissionava ad un geometra i piani di ristrutturazione, poi si faceva finanziare da una banca e rivendeva il tutto, tenendosi i quattrini e senza restaurare. E questa è solo una delle tante truffe architettate da Ramunni. Le sue gesta, a volte persino inverosimili, hanno riempito le cronache dei quotidiani locali a più riprese. Gli archivi dicono che nel 2000 si presentò in tribunale spacciandosi per difensore di se stesso, in un processo in cui era contumace. C’è chi sostiene che dopo l’arresto abbia ammesso 300 truffe. La sua specialità pare fossero le banche. Giacca e cravatta, ”740” falso, si faceva affidare prestiti piccoli, ma in grande quantità. Di sicuro si è indagato a lungo per scoprire se davvero qualcuno gli fece una soffiata il giorno del 2001 in cui sfuggì all’arresto per un pelo, abbandonando l’hotel di Sondrio nel quale si trovava poco prima dell’ irruzione degli agenti. Mario Porqueddu