Mario Fossati la Repubblica, 14/11/2002, 14 novembre 2002
Per non tradire Pepe, i palloni erano disposti a rallentare, la Repubblica, giovedì 14 novembre 2002 Dicono dalle mie parti che la memoria è buona giudice di uomini, avvenimenti e cose
Per non tradire Pepe, i palloni erano disposti a rallentare, la Repubblica, giovedì 14 novembre 2002 Dicono dalle mie parti che la memoria è buona giudice di uomini, avvenimenti e cose. Un uomo, un episodio, valgono se si ricordano. Accade anche nello sport. Ieri è morto Schiaffino, un calciatore che è stato un primo attore degli anni Cinquanta: un campione autentico, che ha giocato nella formidabile nazionale del suo Paese, l’Uruguay (campione del mondo 1950) ed anche nella nazionale italiana (varata da Foni, contro l’Argentina) e in un magnifico Milan. Il Milan lo aveva acquistato dal Peñarol di Montevideo. Era un regista sapiente. Di quelli - parola di Giuseppe Meazza - che entrano in campo e accendono la luce. Meazza era un artista finissimo e sapeva giocare bene quella partita quando voleva giocarla, da vero campione. Capitava che in Schiaffino lui si ritrovasse. Anche se, in verità, molto non lo amava. Non è una punta, precisava il ”Peppino”. «Una punta deve risolvere un problema, nella sintesi di un attimo». E Meazza, nella prima parte della sua carriera, era un centravanti efficacissimo, capace di eccezionali spunti ed invenzioni. Schiaffino brillava, a suo dire, per gli atteggiamenti di arresto e di controllo eleganti, inappuntabili, però... pensati. Un pomeriggio, Meazza venne con me che lo assecondavo nei servizi (era a contratto con la ”Gazzetta dello sport”) e con il fratello di Gianni Brera, Franco, corrispondente ed inviato di ”Tuttosport”, a Ferrara. Il Milan incontrava la Spal. La squadra rossonera, quell’anno, aveva comperato oltre che Schiaffino, Soerensen dall’Atalanta e Ricagni dalla Juventus. Il Milan era stato affidato ad un altro uruguagio, un ex asso, chiamato ”testina d’oro”, Puricelli, dall’incomparabile gioco aereo (colpi di testa da ira di Iddio). Nella formazione milanista, il centrocampo era presidiato da Schiaffino e dalla finta ala Soerensen. Liedholm era stato retrocesso nella mediana. Nordhal, appesantito dalla mole e dagli anni, cedeva, a volte, il ruolo al giovane Bean. Nello spogliatoio, prima del match, Bean aveva chiesto consiglio a Schiaffino. L’atmosfera, in provincia, era sempre carica - così scrivevamo - di fermenti partigiani e si capiva come una recluta si sentisse francamente a disagio. Schiaffino, con un sorriso, lo aveva tranquillizzato: «Tu non voltare mai il sedere alla porta. Io ti metterò sempre il pallone davanti al naso. Lo rincorri e vai a rete». Così fu. Meazza, al mio fianco, si divertì moltissimo: puntava lo sguardo su Schiaffino, che arrestava il pallone e lo proiettava pulitissimo, in uno spazio coperto, dove Bean e Frignani lo rendevano tremendamente pericoloso. La mediana, i centrali della Spal, nel silenzio dello stadio, stremati giravano a vuoto. Quando Meazza vide un pallone che addirittura rimbalzava in attesa dell’appuntamento con Bean, il suo giudizio su Schiaffino decisamente si addolcì. Era un pallone pulito, morbido, da giocare subito, che non sarebbe schizzato via. Classe, commentò Meazza, che era oro a diciotto carati. «Schiaffino è un faro che brilla come la pelata di Ferrari». Il punteggio a danno della Spal, passò abbondantemente la cinquina. Dell’incontro fasciato di azzurro (il regolamento permetteva queste disinvolture) Frignani ha inciso nella retina il suo gol. «Obbedisci al vecchio Schiaffino - gli aveva consigliato - scatta oltre il terzino e ti trovi solo di fronte alla porta argentina». Emilio Violati mio indimenticabile amico aveva scommesso con Schiaffino che l’Italia avrebbe segnato dal primo minuto. Nell’istante in cui si sentì autorizzato a richiedere al campione il dovuto compenso (una bottiglia di champagne) si sentì rispondere: «E no! Un minuto, avevamo convenuto. Abbiamo segnato a 28 secondi dal fischio d’inizio. Ho vinto io». Era avaro. Non comperò mai, non dico una fuoriserie, ma neppure un’utilitaria. Ad accompagnarlo all’allenamento ci pensava un suo allievo, giocatore milanista. Il suo autografo assomigliava molto ad un suo dribbling. «Prezioso - sorrideva - perché io al dribbling faccio raramente ricorso. Il dribbling, infatti, non serve mai (o quasi). Arresto: panorama del campo: e lancio: e se ti riesce, conclusione di destro o di sinistro. Semplice, no!?». Mario Fossati