Paolo Valentino Corriere della Sera, 10/11/2002, 10 novembre 2002
Il cervello della discordia, Corriere della Sera, domenica 10 novembre 2002 All’Istituto di psichiatria e medicina psicosomatica dell’Università di Magdeburgo, viene conservato un contenitore di vetro
Il cervello della discordia, Corriere della Sera, domenica 10 novembre 2002 All’Istituto di psichiatria e medicina psicosomatica dell’Università di Magdeburgo, viene conservato un contenitore di vetro. Dentro, annegato nella formalina, c’è un cervello umano. lì dal 1997, speditovi da un neuropatologo dell’Università di Tubinga, il professor Jürgen Pfeiffer. In questi anni, lo scienziato Bernhard Bogerts, direttore dell’Istituto, lo ha sottoposto a dei test comparativi con un’altra materia cerebrale conservata nel suo laboratorio, quella di un poeta serial-killer, Ernst August Wagner, che nel 1913 aveva ucciso la moglie, i suoi quattro figli e, successivamente, altre nove persone. Ma quella trasferita da Tubinga a Magdeburgo, non è materia grigia qualunque. infatti il cervello di Ulrike Meinhof, la più celebre terrorista degli anni di piombo, fondatrice, insieme a Andreas Baader, della Rote Armee Fraktion, le brigate rosse tedesche, morta suicida nel 1976. E gli inquietanti esperimenti del dottor Bogerts, che nel caso Wagner sarebbe riuscito a stabilire un nesso fra i comportamenti criminali del poeta e alcune malformazioni patologiche, rinvenute nella sua scatola cranica, hanno fatto da miccia a una polemica, che contesta la verità storica ufficiale e sfiora anche la politica. A scatenarla è stata Bettina Röhl, giornalista e figlia di Ulrike Meinhof, che in un articolo apparso sulla ”Magdeburger Volksstimme” ha definito illegale l’uso a fini scientifici del cervello della madre, rivendicandone la restituzione. Ancora più grave, ha accusato la commissione internazionale indipendente, allora creata per accertare le cause della morte della terrorista, di aver nascosto i risultati del rapporto, stilato allora dal professor Pfeiffer, che per primo analizzò l’organo nel quadro dell’autopsia. Nella relazione, di cui Bettina Röhl è entrata in possesso solo adesso, dopo oltre 25 anni, Pfeiffer affermava che il cervello della Meinhof era stato seriamente danneggiato nel 1962, in seguito alla rimozione di un tumore benigno. Secondo il neuropatologo, esisteva un rapporto diretto fra il danno subito dalla materia cerebrale nell’intervento e il comportamento criminale degli anni successivi. Ce n’ era abbastanza insomma, per poter argomentare una parziale o totale infermità mentale della donna. Pfeiffer conferma questa conclusione, anche se sostiene di aver mandato il cervello a Magdeburgo, con il pieno consenso della procura federale, proprio per cercare ulteriori conferme alla sua tesi. Ma è soprattutto la prima circostanza, a scatenare la rabbia della Röhl, che accusa la Commissione d’indagine di aver volutamente tenuto segreto il documento. La giornalista ricorda anche che, «a invocare l’inchiesta indipendente fu, fra gli altri, Otto Schily», allora avvocato difensore di alcuni terroristi della Raf e oggi ministro degli Interni. E solleva un sospetto: «Forse fecero il calcolo, che ammettere la follia di Ulrike Meinhof, considerata la forza intellettuale trainante della Raf e guardata come guida spirituale del movimento, sarebbe stato una catastrofe per l’identità e la giustificazione del terrorismo?». In altre parole, la leggenda doveva essere difesa, nell’iconografia dell’Apo, l’opposizione extra-parlamentare, Ulrike Meinhof doveva restare terrorista per scelta e non perché squilibrata. Obiettivo centrato, dal momento che il personaggio Meinhof è stato di recente anche oggetto, in Germania, se non di una riabilitazione, di una rilettura meno negativa. Röhl non lancia un’accusa precisa nei confronti di Schily, il quale, in ogni caso, non fece parte della commissione. Ma è chiaro che, facendone il nome, la giornalista intenda gettare un’ombra sul ministro. Aveva fatto lo stesso con Joschka Fischer, nel gennaio 2001, quando, al culmine della polemica sul passato ribelle del ministro degli Esteri, lo accusò di essere stato contiguo ai futuri terroristi. Mescolando sensi di colpa e risentimenti, Röhl è convinta che sua madre pagò da sola le colpe di una generazione, in un modo o nell’ altro collettivamente responsabile di quella stagione di sangue. Paolo Valentino