Umberto Bosazzi Diario, 15/11/2002, 15 novembre 2002
«Scansati», disse De Niro a Pera, Diario, venerdì 15 novembre 2002 Il ragazzo, avrà al massimo 18 anni, sale sul palcoscenico non senza una certa timidezza
«Scansati», disse De Niro a Pera, Diario, venerdì 15 novembre 2002 Il ragazzo, avrà al massimo 18 anni, sale sul palcoscenico non senza una certa timidezza. Poi, impossessatosi del microfono, attacca a fischiettare Sempre libera degg’io. Il pubblico, 700 persone, o forse di più, irrompe in un applauso fragoroso cui segue una parziale standing ovation. Un’esibizione del genere, che in Italia verrebbe tollerata soltanto dal pubblico della ”Corrida”, rappresenta uno dei momenti clou dell’annuale convention del Niaf, National Italian American Foundation, tenutasi a Washington una decina di giorni fa, il giorno dopo l’arresto del cecchino e del figlio. Giunta alla ventisettesima edizione, la convention è il momento culminante dell’attività del Niaf, potente lobby politica che tutela gli interessi degli italoamericani e promuove, negli Stati Uniti, tutto ciò che è italiano (o almeno, ci prova). Per due giorni, l’Hilton Hotel, in Connecticut Avenue, pullula di italoamericani, e di italiani giunti al seguito delle varie delegazioni regionali ospiti dell’evento. Un evento che si compone di numerose iniziative, che rende soprattutto l’idea del livello di integrazione raggiunto dalla comunità italoamericana negli States, e che riserva non poche sorprese. Innanzitutto, toglietevi dalla mente l’immagine stereotipata dell’italoamericano da film; non sembra esserci spazio, fra i saloni e i tavoli dell’hotel, per i good fellows alla Scorsese, o per i guappi stile Padrino. I signori si presentano, alle colazioni, in sobri completi scuri, oppure (i più alternativi) in tenute sportive con maglioni stile Missoni; le signore arrivano in tailleur classico, oppure giacca e pantalone. Non esibiscono mani esageratamente ingioiellate, né schiene nude: semmai, tutto ciò è riservato alla cena di gala. Esibiscono tutti, questo sì, il proprio orgoglio. Ma, attenzione, non tanto l’orgoglio di essere italoamericani, quanto, come succede da poco più di un anno a questa parte in quelle latitudini, l’orgoglio di essere americani. Detto ciò, non stupisce più di tanto se al Niaf si parla soltanto inglese; l’italiano è considerato alla stregua di una lingua morta, se qualcuno si esprime nella lingua dei propri nonni, o bisnonni, viene tollerato qualche minuto. Capita di incontrare, in ascensore, qualcuno che ti chiede, in inglese beninteso e senza darti più di tanto tempo per rispondere, «Lei è qui per quella cosa del Niaf? My name is Guarino, mio figlio studia a Urbino, è una bellissima città, gli piace molto, fàccia un buon viaggio di ritorno»: nemmeno un tentativo, insomma, di dire una parola in italiano. Ma procediamo con ordine. L’evento clou della convention è il gala dinner, che chiude l’intera manifestazione. Gala dinner preceduto da una serie di manifestazioni collaterali che riempiono le varie sale dell’albergo e che rafforzano l’idea che, ormai, il Niaf sia un’istituzione soprattutto statunitense. Uno spruzzo di Italia c’è, ed è lo spazio messo ogni anno a disposizione di una regione italiana, per parlare di sé, dei propri prodotti, consentendole di affacciarsi sul mercato commerciale americano. Quest’anno è toccato al Friuli Venezia Giulia, che fra l’altro è sbarcato oltreoceano con i prodotti enogastronomici al centro dei due pranzi ufficiali della convention. Della delegazione italiana ha fatto parte anche il Ducato dei Vini Friulani, un consorzio di imprese vitivinicole che ha approfittato del soggiorno a Washington per consegnare una particolare onorificenza ad alcuni personaggi di rilievo. Durante la colazione ufficiale del primo giorno della convention, il presidente dei Niaf, un deputato, e un’istriana emigrata negli States dov’è divenuta proprietaria di cinque ristoranti e tiene una rubrica televisiva di cucina, sono stati dunque «intronati» (questo è il termine in vigore nel Ducato); figuratevi come debbono essersi sentiti i commensali all’apparire dei dignitari del Ducato, agghindati come gli alieni di un episodio di Star Trek, con tanto, in un caso evidente, di adipe più che debordante. E ancora, pensate che effetto può aver fatto il rito della cerimonia in friulano stretto, una fonìa che sinistramente richiama la litania con cui, nell’omonimo film, la mummia viene richiamata in vita. Ma tant’è, questa gente ha già dovuto sciropparsi il fischiatore solitario (cui però non ha perdonato una seconda esibizione, stavolta sulle note di Marechiaro: in queste occasioni vige la regola «Bravo, ma basta»), e un filmato sulla Sardegna, a sostegno di un lunghissimo discorso tenuto da una ragazza, un po’ troppo in carne, beneficiaria di una borsa di studio che l’ha portata, così ha detto, a visitare la terra dei suoi antenati (il fatto che fossero calabresi, e non sardi, sembra del tutto secondario; del resto, se la geografia italiana è conosciuta quanto è praticata la lingua, il problema non si pone proprio). Migliore, e sotto certi versi agghiacciante, il discorso di un altro ragazzo, beneficiario anch’egli di una borsa di studio; il giovanotto, lombrosianamente assai distante dall’italoamericano tipico, fra un riferimento dotto e l’altro, si è detto ancora indeciso nella scelta fra una serie di carriere, e non ha escluso di buttarsi in politica. Beninteso, tutto questo è niente in confronto al gala dinner. Che, almeno quest’anno, ha avuto un preludio il giorno prima, con un cocktail informale nella residenza privata dell’ambasciatore italiano a Washington, una villa rivestita in pietra immersa in un parco nel quartiere residenziale della capitale, che fu acquistata nel 1985 per vari milioni di dollari e il cui valore, nel frattempo, si è centuplicato (acquisto resosi necessario, secondo quanto rivelato da un gossipparo, dopo le plurime aggressioni subite dall’allora ambasciatore mentre rientrava nella precedente residenza, in un quartiere divenuto via via più malfamato). Numerosi gli invitati, esponenti della comunità italoamericana, fra i quali anche gli ospiti dei gala del giorno dopo; in mezzo ai quali spiccava Sofia Loren, vera e unica star della serata, impegnata a stringere centinaia di mani, a posare per decine di foto una uguale all’altra, sempre con estrema professionalità, senza battere un ciglio. Unico momento di panico, quando il presidente della Provincia di Trieste le si è avvicinato con una foto gigante dell’esibizione delle Frecce Tricolori sopra Trieste: non per farle un dono, né per farsela autografare, soltanto per farle prendere visione della cosa. La presenza di donna Sofia è durata poco più di una trentina di minuti, dopodiché il tutto si è trasformato in un ricevimento consueto, con gente fra i tavoli intenta a sorseggiare drink e a gustare tartine, dolcetti; insomma, quasi una festa di nozze, che neppure l’arrivo del presidente del Senato, Marcello Pera, o dell’ambasciatore statunitense in Italia, hanno potuto sollevare. Né, francamente, è parso di lusso il gran ballo organizzato dal Niaf in tarda serata, più simile a una festa di pensionamento, dimesso nelle mises delle signore e nelle musiche, per non parlare delle luci in sala, più lugubri che soffuse. Il gran giorno, comunque, è stato sabato 26 ottobre. Già dalle nove del mattino, l’Hilton pullula di ospiti. Capita di notare anche Antonio Di Pietro, snobbato dai giornalisti, ma a più riprese rapito da una signora che, per sua stessa ammissione, non si perde una delle gran soirée, e vi arriva apposta da New York, dove possiede otto appartamenti alla Trump Tower. Se, in attesa che inizi la kermesse, si decide di farsi una passeggiata per la città, prima di imbattersi in una megamanifestazione pacifista, c’è pure la possibilità di scorgere, seduta su una panchina di fronte alla Casa Bianca, la regista Lina Wertmüller, che negli Usa è ancora famosissima nonostante siano passati più di 25 anni da quando fu candidata all’Oscar. Il gala dinner alle sette di sera, le limousine lunghe e scure che traghettano gli ospiti all’Hilton arrivano almeno un’ora prima e depositano gli inviati che, in attesa che si aprano le porte della grande ballroom dell’albergo (3.500 posti a sedere), hanno tempo per un cocktail di arrivo in una delle sale, zeppa di attori, imprenditori e altri italoamericani importanti: non troppo, però, giacché i Vip, quelli veri, vengono scortati in una sala loro riservata. E se Robert De Niro risulta ancora una volta inavvicinabile ai più, Sofia Loren è decisamente più disponibile, al punto che l’assessore al Turismo della Regione Friuli Venezia Giulia le consegna la mascotte delle Universiadi in programma fra qualche settimana a Tarvisio, una volpe chiamata Debbie (donna Sofia non si porterà a casa il pupazzo, che fine avrà fatto?). Con un quarto d’ora di ritardo rispetto all’orario prestabilito, gli ospiti fanno il loro ingresso nella ballroom, piena di gente, con effetti di luce a stelle e strisce. E siccome il pubblico americano è generosissimo, gli applausi sono scroscianti un po’ per tutti: se per Sofia Loren e Robert De Niro c’è la standing ovation di rito, battimani frenetici accolgono anche il presidente del Senato, Marcello Pera (che gli americani conoscono, presumibilmente, quanto in Italia si conosce lo speaker del Senato Usa; cioè per niente), nonché il presidente della Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia, Renzo Tondo, e l’assessore al Turismo, Sergio Dressi (quest’ultimo decisamente a suo agio, il primo tanto emozionato da dare la mano a un cameriere). Quindi, gli inni nazionali, affidati a un giovane tenore (abbastanza aitante, perché anche l’occhio delle signore vuole la sua parte). Quello italiano, intonato da Pera, donna Sofia, Tondo, Dressi, parte dei giornalisti italiani e da qualcuno fra i tavoli. Quello statunitense scandito con il consueto entusiasmo, e forse con qualcosa in più. Dopo la benedizione di un sacerdote, metà in italiano metà in inglese, un video in cui un malatissimo e irriconoscibile Jerry Lewis ricordava Dean Martin, cui la Niaf ha intitolato una borsa di studio, e il discorso, in inglese, di Pera, sotto con la cena. Una cena molto rapida, perché lo spettacolo ha i propri tempi. Non appena si finisce una portata, il cameriere fa sparire il piatto e lo sostituisce, dopo pochi minuti, con quello successivo; guai lasciare un bicchiere vuoto, sia esso di vino o di acqua minerale, il solito cameriere lo riempie in un batter d’occhio. Ancora, una breve esibizione del leggendario Tony Bennet, dedicata alla Loren, e poi i premi. Sei riconoscimenti ad altrettante personalità, ognuna delle quali è introdotta da un video di cinque minuti, e da un presenter, che ha a disposizione altri cinque minuti per tessere ulteriori lodi dei premiati. Pazienza se si tratta di De Niro o Sofia, almeno si vedono spezzoni da film, o del boss della Sony, Tommy Mottola; per chi non è del posto, i minuti passano lentissimi a sentir parlare degli altri tre (beninteso, persone degnissime), Catherine Johnson, Robert Nardelli e Paul Chiapparone (negli States, inconsapevolmente, lo pronunciano alla francese; fa un altro effetto). Il tempo per i discorsi di rito (neanche una parola in italiano, nemmeno da parte di donna Sofia), le foto (con De Niro che quasi quasi sfiora l’incidente diplomatico spostando letteralmente Pera, messosi in mezzo fra lui e la Loren), poi, di colpo, alle undici, come specificato nel programma, il gala dinner si conclude, E tutti se ne tornano a casa, o in albergo. Non senza aver arraffato tutto ciò che si poteva arraffare; molto apprezzati i centrotavola, non uno che sia rimasto al suo posto. Assai richieste anche le sporte con dentro libri, un pacco di spaghetti, una confezione gigante di caramelle Tic-Tac, un vaso di Nutella. Unico neo, erano assai meno di 3.500, tanto che molte signore ingioiellate hanno mercanteggiato, per portarsele appresso, già all’inizio della serata. Non sempre spuntandola. Umberto Bosazzi