Mimmo Càndito La Stampa, 14/11/2002, 14 novembre 2002
Osama beffa i satelliti con un cavallo, La Stampa, giovedì 14 novembre 2002 Due impersonificazioni del Male non sono credibili, si elidono a vicenda
Osama beffa i satelliti con un cavallo, La Stampa, giovedì 14 novembre 2002 Due impersonificazioni del Male non sono credibili, si elidono a vicenda. E la voce di Bin Laden che riappare ora dal fondo magnetico d’una registrazione semiclandestina suona come l’eco incomoda d’un fantasma che bussa imperioso a rivendicare uno spazio dove, ormai da molti mesi, s’era insediato stabilmente Saddam Hussein. Ma se a vantaggio di Saddam gioca l’imminenza angosciosa del lancio d’una guerra dell’Onu e poi il fatto che comunque il Raíss è lì, autentico, concreto, in carne, ossa, e baffoni regolamentari, Bin Laden però gioca sul tavolo della colpa primigenia, la sua consolidata anzianità nel ruolo, quella convincente «interpretazione» che i video della guerra afghana avevano imposto ai teleschermi del villaggio globalizzato fin dai giorni di Kabul e Jalalabad. E gioca pure il fascino sottile, inquietante, di questa sua indeterminatezza quasi astratta, la «virtualità» mediatica nella quale si è rinserrato sottraendosi alla caccia degli americani e alla banalizzazione della sua morte. L’ultima volta che Bin Laden era stato «visto» la notte afgana era imbiancata dalla luna piena, era a febbraio di quest’anno, e sullo sfondo delle montagne di Tora Bora il Principe del Terrore era apparso al giovane talebano Mohammed Ali come l’incarnazione del Profeta: «Stava in groppa a un cavallo bianco, sicuro di sé, forte come la forza della sua volontà di lotta, e stava andando verso Sha i-Khot. A me e ai miei compagni disse parole d’incoraggiamento e di fede, di essere uniti tra di noi, di rispettare i nostri comandanti, e di tenere il morale alto, perché alla fine la vittoria sarà nostra». Il giovane Mohammed Ali ha gli occhi ancora incantanti da quella visione magica; anche Maometto cavalcava sempre un cavallo bianco, anche Maometto rivolgeva ai suoi uomini parole di fede e di speranza, anche Maometto faceva la guerra santa e sperava nella vittoria. L’unica differenza sta nella stretta di mano che Bin Laden ha scambiato con Mohammed Ali e i suoi compagni, una stretta di mano che mai il Profeta avrebbe dato ai suoi soldati; forse un abbraccio, ma non la stretta di mano degli infedeli. Però Mohammed Ali non si cura di questa discrasia, gli basta l’illusione di aver sfiorato il regno della divinità. Perché il percorso che Bin Laden sta tracciando in questo suo giocare a rimpiattino con i massmedia di un mondo dominato dalle forme della comunicazione universale è il rimando continuo tra immaginazione e realtà, tra la costruzione d’una identità simbolica, metafisica - che va al di là della evidenza dei fatti di cronaca - e l’ambigua ma affascinante riapparizione periodica della sua immagine o della sua voce. Vero e non vero, illusione e realtà, si mescolano e si confondono come il regno della televisione ha ormai dettato al nostro tempo. Quella volta del cavallo bianco, a febbraio, era stata preceduta da un’altra, alla fine di dicembre, nella regione di Tora Bora e con 28 persone che gli facevano scorta d’onore e scudo protettivo. Lo accompagnava nel viaggio una guida, un funzionario talebano, che ancora ne ricorda la fatica: « stato il mio viaggio più difficile, sempre di notte, e su percorsi di montagna ardui, difficili, che ci facevano smontare spesso dalla sella. Ma non lui, quasi mai, che è un cavallerizzo davvero formidabile». Com’era Maometto, o com’è comunque un inviato di Allah, un mito senza il peso impacciante della povera storia degli uomini qualunque. Mentre Bin Laden cavalcava sul suo destriero bianco, i giornali di tutto il mondo impazzivano intanto dietro due ipotesi. La prima (del 18 dicembre) assicurava che Bin Laden era morto nella caccia all’uomo che aveva seguito la battaglia di Kandahar, e la seconda (del 25 dicembre) lo trasportava già in altre geografie, protetto e garantito da una plastica facciale. A gennaio, poi, in un tentativo di ricupero della realtà fuori dalle nebbie delle speculazioni mediatiche, la speranza di Bush d’aver fatto fuori lo Sceicco Bianco si sforzava di trovare un’eco rassicurante nelle parole del generale Musharraf, che si diceva convinto della morte di Bin Laden per colica renale: il generale non offriva granchè di prove, ma la delusione che sempre più intensamente manifestava la società americana andava contrastata, e la contiguità geografica di Musharraf con il territorio ”ideale” della scomparsa di Bin Laden si faceva, essa stessa, prova decisiva della verità di quel convincimento. Quando, però, arriva la primavera, la guerra cancella ogni mascheramento, e con la forza solida, concreta, delle armi dell’Operazione Anaconda impone quella che appare come l’ultima, decisiva, caccia all’uomo: nelle montagne della provincia di Paktia, tra mille cunicoli di rocce, Bin Laden ha trovato il suo rifugio finale; braccato come un animale che sta per chiudersi dentro le maglie della tagliola, non può sfuggire. Lo dicono i satelliti, le loro foto innegabili, i rilevamenti degli aerei computerizzati, i Predator senza pilota che girano in tondo su quelle grotte, lo dice insomma tutta la moderna tecnologia, che è in grado di opporre la certezza concreta, ”scientifica”, invincibile, della propria razionalità, alle ambiguità sfuggenti che hanno segnato sempre il profilo del capo di Al Qaida, uomo di carne a metà e, per l’altra metà, pura immagine della lotta Tra Bene e Male. Finisce invece come finisce, che la invincibile Tecnologia dell’Operazione Anaconda viene beffata dalle nuvole che offuscano l’obiettivo dei satelliti ma viene beffata soprattutto dalle cavalcate notturne del Principe delle Tenebre, che sguscia via con qualche mimetismo dalla cerchia dell’assedio che gli ha posto il più potente esercito del mondo. Uno contro tutti, e vince lui, e allora lui non può essere soltanto uno sceicco barbuto, soltanto un malato di reni, soltanto un capo sconfitto e inseguito e braccato. Scompare, se ne perdono le tracce. Forse è alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan, nel territorio antico delle leggi tribali; o forse è tornato nello Yemen, nella terra dei suoi avi, traghettando le acque putride del Golfo in uno dei tanti doha che ne tagliano le rotte oggi allo stesso modo di quand’era, quella, la Costa dei Pirati. Fuggito, sparito. La leggenda ritrova vigore, la sparizione riporta Bin Laden nell’immaginario degli eletti del Signore, non più di carne ma già vicini al valore assoluto della religione. Un Asse del Male viene allora annunciato dalle parole di Bush, ci sono nuovi Nemici, nuovi Avversari, nuove mete da consegnare alla insicurezza del nostro tempo e delle nostre comuni angosce. Baghdad diventa la nuova capitale dell’inferno, con i suoi virus, i batteri, i gas letali, forse anche la morte atomica. E il fantasma di Bin Laden pare smarrirsi nello sfondo della storia, anche se qualche vecchia registrazione filmata ne ripropone immagini sbiadite, incerte, fuori da ogni possibile cronologia. Non è vivo, non può essere vivo, i fotomontaggi ingannano; lo ha ammazzato certamente la mancanza della dialisi, e poi quella sua ultima apparizione lo faceva vedere ormai per quello ch’era diventato, uno ”shaid”, un martire, pallido, emaciato, gli occhi cerchiati, il braccio sinistro paralizzato, immagine già della morte in vita. Tutto vero, ma anche tutto falso. L’altro ieri, la registrazione sonora del fantasma perduto riapre il percorso del dubbio. Realtà e immaginazione si mescolano di nuovo, si confondono; Bin Laden rivuole il suo ruolo di Male Assoluto (per noi, ma di Eletto di Allah per molti altri). Mimmo Càndito