Marco Ansaldo Il Venerdì, 15/11/2002, 15 novembre 2002
La roccaforte di Erdogan dove roteano i Dervisci, Il Venerdì, venerdì 15 novembre 2002 Konya (Turchia)
La roccaforte di Erdogan dove roteano i Dervisci, Il Venerdì, venerdì 15 novembre 2002 Konya (Turchia). «Vieni, dunque. Vieni. Sia tu miscredente, adoratore del fuoco, idolatra, vieni. Vieni anche se hai infranto il tuo pentimento cento volte. La nostra casa non conosce né disperazione né miseria, vieni». Il posto non sembra un mausoleo, ma un luogo di festa. Drappi colorati, lampadari carichi di luce, flauti e violini. E poi, all’ingresso della porta che conduce al sarcofago di Mevlana, fondatore dell’ordine mistico dei Dervisci, una semplice iscrizione con le parole di benvenuto: «Vieni». Così il pellegrino o il semplice turista è accolto a Konya, antico centro nei mezzo dell’Anatolia, oggi roccaforte del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), di chiara ispirazione islamica benché moderata, che alle elezioni dello scorso 3 novembre ha riportato una vittoria schiacciante in Turchia. E se in tutto il paese l’Akp ha riportato un successo evidente, raccogliendo quasi il 35 per cento dei consensi, in Anatolia il partito islamico ha fatto tabula rasa. Un’affermazione che spaventa l’Europa, incaricata il prossimo mese di decidere se e quando assegnare una data d’ingresso alla Turchia, e intimorisce gli stessi turchi che si chiedono se lo Stato laico fondato nel 1923 da Mustafa Kemal, detto Ataturk, il padre dei turchi, non rischi piuttosto una deriva musulmana di tipo integralista. Forse una visita a Konya, l’antica Iconium, capitale di un sultanato e poi ai tempi dei romani grande centro commerciale dove già San Paolo e San Barnaba si recavano in viaggio per pregare, può dare una risposta a queste domande, partendo proprio dai Dervisci rotanti e da una danza nota in Occidente più per le sue caratteristiche coreografiche che per l’intima religiosità. La danza è da attribuire allo stesso Mevlana, grande mistico del XIII secolo. Secondo la tradizione, lo scopo del sema, il ballo, è di donare un’estasi in cui ci si svincola da se stessi fino a raggiungere la ”verità finale”. La rotazione produce una sorta di ebbrezza spirituale che Mevlana e i suoi descrivono come una forza capace di sollevare il velo che separa il visibile dall’invisibile. Ruotando su un solo piede, e dandosi la spinta con l’altro sotto le fitte tuniche bianche a forma di gonna che rappresentano un lenzuolo mortuario, in testa il copricapo conico che simboleggia la pietra sepolcrale, il derviscio apre le sue braccia. La mano destra è rivolta verso il cielo per riceverne la benedizione, la sinistra verso terra. Un movimento rotatorio da destra a sinistra con il quale il ”danzatore” si perde arrivando vicino a Dio, prima di fermarsi ritornando a essere uomo. Uno dopo l’altro, i Dervisci si muovono nella parte centrale del semahane (il luogo del ballo). Da un lato è situato il mutrib, piattaforma riservata ai musicisti, nonché ai maestri di rituale e ai cantanti. Di fronte al mutrib c’è una pelle di montone sulla quale prende posto il capo dell’ordine. Una linea immaginaria percorre l’ingresso del semahane, dividendolo in due sfere: a destra il mondo del visibile, a sinistra l’invisibile. La retta è considerata l’asse simbolica che conduce all’unità e alla verità finale, e non va in nessun modo superata. La cerimonia termina con la lettura del Corano, Sura 2:115: «Ad Allah appartiene l’Oriente e l’Occidente. Da qualunque parte tu ti giri, là c’è il volto di Allah. Egli è onnipresente e sa tutto». Sembra una performance, ma nessuno applaude. Tutti si ritirano, spettatori compresi, pervasi da una sensazione di altissima spiritualità. Konya rapisce il visitatore. Primo centro a emergere dopo il diluvio, secondo la leggenda frigia, tuttora è un centro con una solida reputazione di città conservatrice. Fino a qualche anno fa era anzi considerato un bastione reazionario. Eppure per le strade, tra la periferia pietrosa tipica dell’Anatolia e il centro urbano ricco di traffici e commerci, si possono incontrare insieme a donne velate e interamente coperte, tante ragazze vestite come in una qualsiasi metropoli europea. A votare infatti per l’Akp di Tayyip Erdogan, l’ex sindaco di Istanbul che non potrà diventare subito premier, condannato per aver recitato un antico poema considerato «di istigazione all’odio religioso» («I minareti saranno le nostre baionette, le moschee le nostre caserme, le cupole i nostri scudi, i fedeli i nostri soldati»), non è solo gente con il velo o la coppetta in testa. Molta media borghesia, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, hanno piuttosto affidato ad Ak, partito ”bianco” o ”candido”, un consenso quasi plebiscitario. Faruk Sekerci, capo della gioventù locale del partito, mostra estraendola dal suo portafoglio la foto di Ataturk, come fosse quella dei suoi bambini: «Noi siamo la nuova e democratica espressione di Mustafa Kemal». E la questione del velo scatena dibattiti appassionati, anche se lo stesso Erdogan ha compiuto dopo il voto una dichiarazione di apertura, dicendosi disponibile a non far portare il copricapo negli uffici pubblici, ma mantenendolo nelle scuole. Il signor Okur, che ha un negozio di zafferano, menta e spezie varie sul Mevlani Bulevar, dice preoccupato: «Le mie figlie non possono andare all’università perché portano il velo. Eppure a scuola hanno sempre avuto buoni voti. Pretendo che questo tipo di problemi venga affrontato e risolto». E il capo della locale camera di commercio, Nuseyin Uzulmez, un uomo che viaggia regolarmente in Europa, sostenitore dell’Akp e favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione, è disposto a un compromesso: «Vogliamo unirci all’Occidente, ma senza distruggere i nostri costumi e valori». Anche Konya non è stata risparmiata dalla pesante crisi finanziaria che ha colpito la Turchia all’inizio d’anno. E se i turisti arrivano sempre in numero maggiore, italiani soprattutto, a visitare la città dei Dervisci, il centro anatolico ha visto alzare le cifre dei disoccupati fino a 60 mila. «Non possiamo farcela solo con gli aiuti del Fondo monetario internazionale», dice un altro elettore dell’Akp, Mehmet Ali Korkmaz, «la Turchia dovrebbe diventare autosufficiente al punto di rompere le relazioni con loro». «Tutti i politici di prima erano corrotti», generalizza un negoziante di quadri, Mustafà: «avevamo bisogno di nuove facce. Ecco perché abbiamo votato per Giustizia e sviluppo». A mezzogiorno all’angolo con la piazza centrale in un caffè pieno di vecchi e di giovani, gli avventori accovacciati davanti al narghilè ciondolano mentre il muezzin canta. Immersi nelle volute di fumo, sembrano tanti Dervisci senza copricapo. Ma l’Unione europea per loro è un discorso appena dietro l’angolo, e da lontano anche la Turchia dei Dervisci Mevlana attende da Bruxelles un segnale positivo. Marco Ansaldo