Andrea Bonanni La Repubblica, 11/11/2002, 11 novembre 2002
Dear Colin, non sposo tua cugina, La Repubblica, lunedì 11 novembre 2002 «Dear Colin, ho capito che ci tenete molto
Dear Colin, non sposo tua cugina, La Repubblica, lunedì 11 novembre 2002 «Dear Colin, ho capito che ci tenete molto. Ma è un po’ come se tu mi chiedessi di sposare tua cugina per dimostrarti la mia amicizia». La battuta, fulminante, fa in questi giorni il giro delle cancellerie europee. A pronunciarla sarebbe stato il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer nel corso di una conversazione con il segretario di stato americano Colin Powell. Fischer cercava di ricomporre il rapporto con gli Usa dopo lo ”strappo” seguito alle elezioni tedesche. Powell insisteva sulla necessità che gli europei fissino subito una data per l’inizio dei negoziati di adesione della Turchia all’Unione Europea: quasi un prezzo che Berlino avrebbe dovuto pagare per ristabilire le buone relazioni con Washington. Ma le battute, anche le migliori, non cambiano il corso della storia. E così questo matrimonio forzoso va avanti, tra una fidanzata che preme e un promesso sposo che non sa più come tirarsi indietro. Risultato: la data del matrimonio per ora non sarà fissata. Ma quella del fidanzamento ufficiale sì. Bizantinismi, si dice. E infatti anche oggi che Bisanzio è diventata Istanbul, e vuole a tutti i costi entrare nell’Unione europea, non smette di ispirare ellittiche raffinatezze a giuristi e diplomatici. Così probabilmente al vertice di Copenhagen, i turchi potranno strappare quella che nel gergo delle cancellerie è ormai nota come «clausola di rendez-vous». In pratica: i capi di governo dell’Ue decideranno una data alla quale decidere di fissare la data per l’inizio dei negoziati di adesione. E poiché il ”rendez-vous” sarà verosimilmente stabilito per il dicembre 2003 (se non prima), quindi sotto presidenza italiana, e poiché Berlusconi è tra i più accesi fautori dell’ingresso di 66 milioni di turchi nell’Unione europea, toccherà all’Italia spianare la strada ad una delle decisioni più controverse della recente storia europea. Un passo che, secondo Valery Giscard d’Estaing, «porterebbe alla fine dell’Unione». Sono lontani i tempi del Consiglio europeo di Lussemburgo, nel dicembre 1997, quando Helmut Kohl se la prese con Romano Prodi, allora capo del governo italiano, che difendeva le ragioni dei turchi la cui candidatura era stata esclusa:«Caro Romano, tu parli e parli, ma io la geografia l’ho studiata alle elementari e sul mio sussidiario la Turchia stava in Asia, non in Europa. Punto e basta». Come osserva Giscard nell’intervista a ”Le Monde”, ancora adesso la maggioranza dei capi di governo, quando si esprime liberamente a porte chiuse, è contraria all’ingresso di Ankara nell’Unione. I leader europei sanno anche che difficilmente i parlamenti nazionali, così come il Parlamento europeo, oggi ratificherebbero l’adesione turca. Ma nessuno, apparentemente, ha il coraggio di pronunciare un ”no” secco e definitivo che guasterebbe le relazioni bilaterali con la Turchia e, verosimilmente, anche con gli Stati Uniti. Così la questione turca è andata avanzando lentamente ma inesorabilmente, in un continuo gioco allo scaricabarile da una presidenza di turno all’altra, crescendo a dismisura con un effetto palla di neve. Al vertice di Helsinki, nel ’99, uscito di scena Kohl, i capi di governo che volevano mettere Cipro tra i paesi della prima ondata dell’allargamento spedirono Solana ad Ankara e riconobbero alla Turchia lo stato di candidato, pur senza fissare una data per il negoziato di adesione. A quel punto il meccanismo divenne inarrestabile. E le ultime elezioni, con il trionfo di Recep Tayyip Erdogan e del partito islamico, sembrano paradossalmente aver accelerato i tempi dell’avvicinamento all’Europa, quasi per esorcizzare preventivamente lo spettro di una deriva fondamentalista di fronte all’enigma rappresentato dal nuovo potere turco. La disponibilità dimostrata dall’Europa non può che far piacere agli americani. Washington considera la Turchia un alleato prezioso nella Nato: baluardo occidentale incuneato tra Iraq, Iran e Siria; piattaforma indispensabile per qualsiasi operazione contro Bagdad; ma anche potenza regionale con un ruolo di leadership nei confronti delle instabili repubbliche caucasiche e dell’Asia centrale. evidente l’interesse americano ad un solido ancoraggio europeo di Ankara. Ma anche, osservano i maligni, l’interesse a diluire la nascita di una vera identità politica dell’Unione, che ci metterebbe decenni a ”digerire” l’ingresso dei turchi. Il problema vero, infatti, osservano i diplomatici sottovoce, non è tanto se la Turchia possa permettersi di entrare in Europa, ma piuttosto se l’Europa possa permettersi di accoglierla. Giscard d’Estaing non ha dubbi: «Quelli che hanno più spinto per l’allargamento in direzione della Turchia sono gli avversari dell’Unione europea». I quali, guardacaso, sono anche i più attenti agli umori e agli auspici americani: il governo inglese di Tony Blair e, oggi, quello italiano di Silvio Berlusconi che preme addirittura per fissare una data di inizio dei negoziati già al vertice di Copenhagen. All’ultimo summit italo-francese a Villa Madama, la settimana scorsa, l’offensiva diplomatica di Berlusconi è riuscita ad ottenere su questo punto la neutralità del presidente Jacques Chirac. «Io personalmente non credo che a Copenhagen si possa arrivare a fissare una data per l’inizio dei negoziati - ha detto Chirac al capo del governo italiano - Ma se voi lo chiederete, noi non ci opporremo». Comunque se la data di avvio dei negoziati non sarà fissata, per le residue resistenze dei nordici, sulla clausola di rendez-vous sembra invece essersi formato un vasto consenso. Il dibattito, al Comitato dei rappresentanti permanenti dell’Ue e nei contatti tra i direttori politici delle rispettive diplomazie, riguarda ormai più che altro i tempi. C’è chi li vorrebbe lunghi: tre quattro anni, in modo da spostare l’inizio dei negoziati verso il 2006-2007. Ma ai più appare evidente che, se nel frattempo il governo turco non farà passi falsi, il gioco dei rinvii e delle dilazioni sarà comunque limitato. «Nel momento in cui i capi di governo approvano la clausola di rendez-vous, consegnano il volante e l’acceleratore nelle mani dei turchi», spiega un alto funzionario della Commissione. Chi si trova nella posizione più scomoda, in questa situazione, è proprio Romano Prodi. Da una parte, infatti, la Commissione non ha effettivo potere per decidere sulla candidatura di Ankara e deve attenersi, anche nelle dichiarazioni ufficiali, alle decisioni dei capi di governo. Dall’altra saranno gli uomini di Bruxelles a dover poi gestire un negoziato complesso e difficile, stretti tra la fretta dei turchi e gli inviti alla cautela che verosimilmente arriveranno dalle capitali europee. In questo gioco del cerino acceso, si sa già che il destinatario finale, condannato verosimilmente a bruciarsi le dita, sarà proprio la Commissione. Tuttavia Prodi, da bravo politico, è perfettamente consapevole che una qualche forma di dialogo privilegiato con la Turchia è essenziale per l’Europa. E accarezza da tempo il progetto di creare un ”anello degli amici”: una rete di relazioni fortemente strutturate che abbracci tutti i paesi limitrofi all’Unione, dal Marocco alla Russia, dall’Ucraina alla Turchia. Altrimenti, si chiede, una volta che la Turchia avrà avviato i negoziati di adesione, chi potrà dire di no alle candidature, già pronte nei cassetti, dei marocchini, o degli ucraini o degli egiziani? anche per questo che il presidente della Commissione, fin da uno dei suoi primi interventi pronunciati a Strasburgo nel ’99, ha sollecitato il Parlamento europeo ad aprire un dibattito approfondito sui confini naturali dell’Europa e sulla sua identità geografica e culturale. Una sfida che avrebbe dovuto stimolare i rappresentanti dei popoli europei. Ma che invece è caduta nel vuoto, annegata nel mare degli equivoci, delle omissioni e delle troppe cose non dette, tra il Bosforo e l’Atlantico. Andrea Bonanni