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 2002  novembre 12 Martedì calendario

Finanziaria è premere un tasto fino a scordarsi il perché, Corriere della Sera, martedi 12 novembre 2002 è stata una Finanziaria al bacio, ma non nel senso che piacerebbe a Tremonti

Finanziaria è premere un tasto fino a scordarsi il perché, Corriere della Sera, martedi 12 novembre 2002 è stata una Finanziaria al bacio, ma non nel senso che piacerebbe a Tremonti. Domenica sera, dopo dieci ore di votazioni, Franca Chiaromonte e Laura Pennacchi, Fulvia Bandoli e la Grignaffini, un gruppetto di diessine forse in preda a carenze affettive e comunque bisognose di sferzata energetica, hanno ingaggiato una frenetica gara a chi scartava più baci Perugina: «Però le massime non siamo riuscite a leggerle: son scritte in piccolo e in aula c’è troppa poca luce». « chiusa, è respinta. A 143 aperta. chiusa, è respinta, A 145 aperta». Mentre il presidente Casini sgranava il suo rosario, le deputate scartocciavano cioccolata. Per dimenticare, per reggere cinquecento votazioni di fila. Il lamento è unanime, da destra s’ode Teodoro Buontempo, a sinistra squilla Oliviero Diliberto, tutti a dire che così non si può andare avanti, che il ruolo del Parlamento è stato svuotato, «e per di più già ai tempi dei governi dell’Ulivo» sospira Franco Giordano di Rifondazione Comunista. Ma sotto quale presidente del Consiglio, con quale ministro del Tesoro, passò l’odiata modifica di legge che toglie ogni possibilità di definire in maniera precisa l’uso dei fondi? Franco Giordano ci rimugina sopra, e se ne esce col responso certo: «Presidente del Consiglio era D’Alema, Amato ministro del Tesoro: furono loro a introdurre la modifica per cui, faccio un esempio, io posso anche stornare i fondi dalla Difesa e attribuirli alle Politiche Sociali, ma poi sarà comunque il ministro a usarli come crede». Piccole e grandi frustrazioni della vita parlamentare di ogni giorno, assumono nel rush finale della Finanziaria i connotati della Grande Depressione. Esplodono tensioni impreviste. Domenica sera, incrociando la collega di An Daniela Santanchè in una saletta contigua all’aula di Montecitorio, il ministro Gasparri se n’è uscito con una battuta pesantuccia: «Ah, ci sei pure tu. Allora è vero che questa Finanziaria è un casino». La Santanchè non ci ha dormito la notte. Le normali frizioni, un classico da quando la Finanziaria esiste, stavolta si son fatte più vistose, perché di soldi ce ne sono pochi e ciascuno vorrebbe evitare che la lobby avversa se ne avvantaggi a discapito della propria. Son tempi grami e il forzista Guido Crosetto, piemontese di Cuneo, ha avuto un soprassalto quando ha saputo che, tra i suoi, c’è già chi sta pensando al tradizionale regalo di Natale. Nel 2001 i fortunati deputati di Forza Italia (ma anche gli altri dei diversi gruppi) ricevettero in dono un cellulare superaccessoriato. Quest’anno si vocifera di un Dvd con masterizzatore, costo 660 euro cadauno, ma il forzista Crosetto preferirebbe rinunciare. Meglio dar soldi ai terremotati di San Giuliano, no? Meglio, certo, ma chi glie lo racconta ai forzati del bottone? è vero, osserva pragmatica la diessina Barbara Pollastrini, «ci sono cose più faticose che passare tre giorni chiusi qui dentro a votare la Finanziaria», però, a parte il deputato di An Nicola Cristaldi che, pur alla sua prima legislatura, considera la Finanziaria approvata alla Camera «più ordinata delle precedenti», a parte lui, insomma, nessuno manifesta allegrezza, sembrano tutti provati. «La Finanziaria va abolita. Dopo tre ore in cui premi un tasto, non sai più per che cosa stai votando» si sfoga Teodoro Buontempo. Oliviero Diliberto, già ministro della Giustizia nel governo D’Alema, la considera un residuo dei tempi in cui il Parlamento era «proporzionalista e consociativo». Oggi non è più né l’una né l’ altra cosa: «I deputati dell’opposizione sono frustrati perché i loro emendamenti non passano mai. E quelli della maggioranza si sentono, anche loro, poco bene: quando dài cinquecento voti di seguito, non capisci più nemmeno dove ti trovi». Non tutto il male, comunque, viene per nuocere e c’è qualcuno che, in fondo in fondo, riesce a cogliere un aspetto positivo, una nota di ottimismo, nella forzata clausura di questi giorni. Tra un voto e l’altro, per esempio, Oliviero Diliberto si è letto in aula un saggio sugli intellettuali nel ventennio fascista. Quando era proprio esausto, passava allo spagnolo Arturo Perez Reverte, «il Dumas del nostro secolo». Ancor più soddisfatto Guido Crosetto. Dev’essere proprio una pasta d’uomo: ieri, mentre tutti sbuffavano, confidava soddisfatto che con la Finanziaria ci ha guadagnato in salute: «Da quindici giorni non fumo più due pacchetti di sigarette. E ho pure perso cinque chili». Maria Latella