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 2002  novembre 20 Mercoledì calendario

La marijuana svizzera è doc, come cioccolata, orologi e banche, La Stampa, mercoledì 20 novembre 2002 «Respiri qui e mi dica se non è buono

La marijuana svizzera è doc, come cioccolata, orologi e banche, La Stampa, mercoledì 20 novembre 2002 «Respiri qui e mi dica se non è buono. Faccia un bel respiro profondo, e vedrà che le passerà anche la tosse». A dire il vero, in questa distesa di piante alte due metri c’è un odore che prende alla gola. Si avanza in un fogliame appiccicoso, dietro una signora di sessant’anni che cammina in questa sua giungla privata scostando le fronde e spiegando «a me ha guarito l’asma, pensi che ne soffrivo fin da bambina». Tronchi grossi come un braccio, e ogni tanto si sente un crac: «Sono i rami che si spezzano. Troppa resina, troppi fiori...». Ma ormai è tempo di vendemmia, qui nella Piana di Magadino, nel cuore del Canton Ticino. Si vendemmia l’’oro verde”: canapa indiana, e della migliore qualità. Perché in Svizzera la coltivazione è perfettamente legale, anche se i bravi svizzeri preferiscono non fare pubblicità a questa nuova risorsa locale. Così, molti ignorano che in questa terra - un tempo buona per coltivare le primizie - oggi cresce rigogliosa la marijuana, con foglie grandi come padelle e due-tre raccolti l’anno. Si moltiplicano le piantagioni all’aperto (per le varietà resistenti al freddo) e quelle in serra, sorvegliate da telecamere, vigilantes e cani cattivi. E’ un business enorme. La canapa svizzera ormai è prelibata come gli altri prodotti Doc: cioccolato, orologi, banche... «Provala, e fai il confronto con quella albanese», dice un giovane esperto di Como incontrato al valico di Brogeda. «Gli albanesi usano l’ammoniaca, per conservare le foglie. E questo gli dà un gustaccio schifoso. Invece questa è ottima. E poi, il Ticino è così vicino...».E allora, ecco migliaia di ettari coltivati, per una qualità che gli esperti definiscono «eccellente». Dove finisce, questa super produzione ticinese? A noi, all’Italia, che ogni tanto ripesca il dibattito «liberalizzarla, sì o no?». Il grosso dei raccolti passa illegalmente il confine, dove finanzieri e gendarmi si affannano per bloccare uno dei traffici più redditizi mai visti da queste parti (dopo quello di esseri umani), con un giro d’affari colossale: un miliardo di franchi svizzeri l’anno (600 milioni di euro), mal contati. Perché l’’oro verde” ha più o meno la stessa quotazione dell’oro: 8-12 franchi svizzeri al grammo. Coltivarla conviene. Venderla, non è un problema. Basta guardare le centinaia di ragazzi italiani che aspettano pazienti di passare la dogana. Con le dita incrociate, e il bagagliaio pieno. Alla base di tutto c’è un equivoco grottesco. O una grande beffa, se si preferisce. Gli svizzeri permettono la coltivazione a fini industriali (alimentare e cosmetica) ma proibiscono l’uso a scopo stupefacente. E’ una legge federale, in attesa di applicazione a livello cantonale. E in questo vuoto, ognuno è libero di fare quello che vuole. Aprire un negozio dove si vendono legalmente prodotti a base di canapa, ad esempio. Ce ne sono centinaia, da Mendrisio in avanti. Birra, the, merendine, liquori, e quei famosi «sacchetti per profumare gli armadi» su cui sta scritto «vietato l’uso ai minori di 16 anni», e «il prodotto non deve essere fumato». Naturalmente, tutti aprono il sacchetto e si preparano una canna. Ma l’importante - dal punto di vista svizzero - è che sulla confezione sia scritto ben chiaro che fumarlo è un reato. Oppure si va direttamente dal produttore. Come i due studenti diciottenni di Torino, arrestati dieci giorni fa per «tentata importazione di stupefacenti». Li hanno fermati alla dogana di Ronago, addosso avevano un chilo e 200 grammi di erba. Pagata, per loro stessa ammissione, 3 mila euro, al coltivatore «di una serra di Riazzino». Spaventati, hanno confessato tutto: «Siamo arrivati fin qui in auto, assieme a due nostri amici», poi rintracciati e denunciati a piede libero. La droga era «per uso personale della nostra compagnia di amici». La settimana scorsa invece hanno fermato un motociclista svizzero con 28 chili nello zaino. Roba fresca, appena rubata in una coltivazione, di notte. Così, fioriscono i vigilantes. Come quello armato - di pistola e cane lupo - che vigila sulla grande piantagione appena fuori Bellinzona. «Lei è un poliziotto?». No, giornalista. «Ah, meglio così. Però qui non si può entrare. Verboten, anzi se ne vada subito. Questa è proprietà privata». L’ex serra da fiori è stata riconvertita a canapa, e perciò è benissimo sorvegliata per prevenire furti e rapine. E’ anche circondata da alte barriere verde scuro. Ma i ciuffi di erba spuntano altissimi e impertinenti, «e cosa coltivate, lì dentro?». «Essenze rare. E adesso se ne vada». Vabbé, non si entra. Ma almeno è stato gentile. Al sindaco di Poschiavo invece è andata peggio: incappato in un ”controllo” notturno, minacciato da due vigilantes che sospettavano fosse un ladro. Li ha denunciati. Poi c’è la guerra di Morbio, paese ad un tiro di schioppo da Chiasso, dove la farmacista racconta senza fare una piega: «Quando vado a cavallo, attraverso sempre la zona di Prella, dove ci sono queste grandi piantagioni outdoor... Tutto legale, almeno così ci è stato detto dall’autorità». Sessanta mila metri quadri di coltivazione, 20 mila piante. Ma qui l’autorità si è ritrovata tra le mani una bella grana, di quelle che uno svizzero non vorrebbe mai avere. Soprattutto qui, tra ville e chalet di Vip che non vogliono grane. A Lattecaldo ha casa Rita Pavone, a Morbio Superiore ce l’ha Mario Botta, l’architetto che sta ristrutturando la Scala di Milano. A Morbio Inferiore invece c’è una famiglia che da mesi combatte per la «puzza di canapa» che gli arriva addosso da una serra vicinissima. Che ha provocato alla signora Fiorella «bronchite cronica, nausea, disappetenza e disturbi vari». La donna ha fatto regolare denuncia alla Sezione cantonale protezione acqua e aria, ma la dottoressa «che è venuta a fare il sopralluogo ha detto che lei non sentiva niente. E allora annusi un po’ e mi dica lei!». In effetti, a zaffate, l’odore si sente. La serra è presidiata da due energumeni svizzeri. Uno (nero e con fazzoletto alla pirata) sputa con gusto mirando ai piedi dell’intrusa. L’altro (bianco con molti tatuaggi) tira fuori il coltello e comincia ad affilarlo con aria inquietante. Il padrone arriva svelto: «Lei chi è, cosa vuole, la mandano quelli là?». No, vengo per conto mio. «Allora le spiego. Quelli sono solo invidiosi. Anche loro hanno una serra, ma campano a stento. Io invece ho affittato legalmente la mia a questi signori che legalmente coltivano canapa. Che male c’é? tutto regolare». Loro lamentano la puzza... «Ma mi faccia il piacere. Venga». Entriamo, tra piante belle grosse che quasi toccano il tetto a vetrata. «Abbiamo gli sfiati, che dànno da un’altra parte. E poi, nessun altro sente l’odore. Solo loro! Tutta invidia, creda a me che lavoro dalla mattina alla sera, con il rischio di ritrovarmi davanti un rapinatore che mi frega il raccolto». La moglie annuisce. A lei «è persino passata l’asma, grazie a questo profumo». Comunque «non scriva niente di quello che ha visto: qui non siamo in Europa, siamo in Svizzera. Qui la privacy è ben tutelata». Felix Kautz invece ha voglia di parlare. Spalanca le porte della sua serra di Cadenazzo, e mostra con orgoglio il meglio che ha: Heaven (cioé paradiso), varietà di canapa che ha vinto l’edizione 2001 della «Swiss Cannabis Cup», competizione che premia le piante più belle. Incrocio di «Afgana» e «genetica sativa», «adatta a tutti i tipi di coltivazione fino a 1300 metri di altezza, ha fiori con profumo ineguagliabilmente dolce e penetrante». E poi ci sono le altre specie, in una passeggiata decisamente stupefacente tra «Purpurea Ticinensis» e «Afgan Skunk», «Fraterna» e «Granflora». «Eh, io ci lavoro da anni, ho un tesoro di conoscenza genetica, qui dentro», dice Kautz. Ma cosa se ne fa, di tutte queste piante? »Faccio ricerca, incrocio e seleziono». Sì, ma vende anche? «Sì, all’industria alimentare e cosmetica. E poi tramite Internet, commercializzo sementi e talee. Non posso però vendere agli stranieri, soprattutto sapendo che chi compra il mio prodotto lo userà come stupefacente, è chiaro». Ma poi la gente compra i sacchetti profumati e se li fuma... «Guardi, di canapa non è mai morto nessuno. E poi, è il proibizionismo che alimenta il mercato, fa aumentare i prezzi e nutre la criminalità. Ci avete mai pensato, voi italiani?». Brunella Giovara