Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2002  agosto 23 Venerdì calendario

Il discendente di Confucio che leggeva a 5 anni e non è mai andato a scuola, Diario, 23 agosto 2002 Taiwan

Il discendente di Confucio che leggeva a 5 anni e non è mai andato a scuola, Diario, 23 agosto 2002 Taiwan. Kong Decheng è un signore di ottantatré anni molto compito, che insegna cultura cinese classica all’Università di Taipei. Ha un modo di fare tutto particolare: veste con cura e per quanto sia indebolito dall’età, è interamente lucido, si muove con gesti misurati e parla con perfetta cortesia, emanando al contempo una modestia forse un po’ studiata e una profonda sicurezza di sé.  il settantasettesimo discendente di Confucio. Vive a Taiwan dal 1949, cioè da quando le truppe comuniste di Mao Zedong sconfissero i nazionalisti di Chiang Kai-shek, che si rifugiarono in quella che i navigatori portoghesi del XVI secolo avevano battezzato «Ilha Formosa». In seguito, i due partiti rivali si arroccarono sulle opposte rive dello stretto di Formosa, entrambi giurando di conquistare il territorio controllato dall’altro, e ciascuno sostenendo di essere l’unico legittimo potere sovrano dell’intera Cina. Mentre i comunisti, da Pechino, portavano avanti un discorso rivoluzionario mirato – almeno nella retorica – a sovvertire per sempre i privilegi di classe, i nazionalisti fecero loro il ruolo di unici depositari e difensori della tradizione e della continuità culturale classica. Nulla di più naturale, allora, che i nazionalisti cercassero il sostegno della discendenza di Confucio: «Avevo 26 anni quando sono entrato a far parte del Parlamento, ed ero, all’epoca, il più giovane. Quando i giapponesi invasero la Cina, agli inizi della Seconda guerra mondiale, lasciai Qufu, la terra dei miei antenati, per recarmi a Chonqing, dove si era insediato il parlamento nazionalista per il periodo della guerra, e poi, sconfitti i giapponesi, ci trasferimmo a Nanchino», racconta Kong Decheng, accettando con buona grazia il fatto che il suo destino, per così dire, sia stato deciso da un antenato vissuto 2.500 anni fa. Ma d’altronde, essere il discendente di Confucio, il pensatore che più di ogni altro ha dato le basi alla struttura ideologica e politica cinesi di epoca classica, è un dato di fatto che ha accompagnato ogni secondo della vita di Kong Decheng, che continua a insegnare ed essere attivo e riverito proprio grazie ai suoi natali straordinari. Confucio, o, in cinese, Kong Zi (da cui il cognome Kong), secondo le date ufficiali, sarebbe vissuto dal 551 al 479 avanti Cristo, nell’odierna città di Qufu (dove si trova tuttora il principale tempio di Confucio, un complesso enorme che comprende quattrocento stanze suddivise in vari edifici costruiti in secoli diversi) in quello che all’epoca era il regno di Lu, oggi parte della provincia costiera del Shandong. Letterato povero in canna, maestro, filosofo, ma anche consigliere del re, venne glorificato appena due anni dopo la sua morte dai suoi discepoli e discendenti. Secondo quanto tramandano gli annali storici cinesi e quelli privati della famiglia Kong, fu il figlio di Confucio, Kong Li, insieme a Kong Ji, il nipote, a far costruire il primo tempio confuciano, nel luogo in cui l’antico saggio sarebbe nato, e a edificare un altare sacro pochi metri più in là, l’Altare delle Albicocche, su un appezzamento di terra che sarebbe stato usato da Confucio per impartire le sue lezioni, proprio sotto a un albero di albicocco. Ricco soltanto di spirito. Da allora, il clan dei Kong ha mantenuto intatto il culto e la memoria di Confucio, un compito aiutato in modo decisivo dal fatto che il Confucianesimo, tramutato con gli anni in una specie di religione «semi-laica» basata sul culto degli antenati, fu adottato come credo ufficiale dell’Impero cinese a partire dalla Dinastia Han (dal 206 a. C. al 220 d. C.), con tanto di riti e sacrifici annuali compiuti nel sagrato del Tempio di Confucio. Da più di due millenni, dunque, il maschio primogenito dei discendenti di Confucio e di suo figlio Kong Li sono insigniti del titolo ufficiale di discendente dell’antico maestro, e investiti di grande prestigio – e, fino agli anni Trenta, anche di un titolo nobiliare speciale, inaugurato con il tredicesimo discendente di Confucio, Kong Pa, che era stato invitato a corte come Maestro Imperiale dall’imperatore Yuan Ti, che regnò dal 48 al 33 a.C.. In modo simile, quando Chiang Kai-shek riparò a Taiwan, Kong Decheng venne invitato a seguire il Governo nazionalista, e, oltre alla carica governativa di presidente dello Yuan degli Esami (l’istituzione governativa che, a Taiwan, si occupa della formazione dei funzionari di Stato) cominciò a insegnare all’Università, e venne insignito del titolo di Presidente del Tempio di Confucio di Taipei, che fu costruito nel 1875 dalla dinastia Qing. Anche il tempio di Confucio a Taiwan è stato attivo senza interruzione dall’epoca della sua apertura: sia quando Taiwan fu ceduta ai giapponesi, nel 1895, che in seguito, quando venne conquistata dai Nazionalisti, che l’hanno governata fino al 2000, quando il primo candidato democratico, Chen Shuibian, di inclinazione indipendentista (ma non per questo anti-confuciano), ha vinto le elezioni presidenziali taiwanesi. I riti in onore di Confucio, dell’istruzione, dell’ordine sociale e del rispetto per la gerarchia sono al loro apice il 28 settembre di ogni anno, anniversario della nascita di Confucio e giornata nazionale degli insegnanti. Il tempio, a Taiwan, è un luogo curioso: sobrio, rispetto ai templi cinesi soliti, con grandi spazi vuoti e decori limitati al minimo indispensabile – appena qualche drago che si avvolge intorno alle colonne di entrata, e i tetti di terracotta rialzati con le punte infiocchettate di arabeschi e nuvole celesti, ma nulla di paragonabile alla sovrabbondanza di colori, disegni, mostri e divinità che accolgono all’ingresso di tutti i templi taoisti o buddhisti. In questo tempio invece la pietra grigia sostituisce volentieri la lacca d’oro o rossa, e le corti sono lasciate sgombre dagli incensieri e dalle statue di legno dei guardiani celesti, dalle espressioni terrificanti tese a spaventare ed allontanare gli spiriti maligni. All’interno del tempio sono conservati diversi strumenti rituali (come i campanelli di bronzo, che imitano quelli utilizzati nella dinastia Zhou, o grandi tamburi rossi) e delle tavolette lignee che riportano i nomi di grandi pensatori e filosofi confuciani, che si sono aggiudicati un posto d’onore in questo Pantheon della cultura tradizionale cinese. Poi, davanti all’altare con la principale tavoletta di legno, quella con inscritto il nome di Confucio stesso, sono state sistemate alcune candele offerte dagli studenti che si preparano agli esami, e che chiedono aiuto al patrono di tutti i maestri, e grande saggio per eccellenza, affinché porti loro fortuna e aiuto nel concentrarsi. Per maggior sicurezza (caso mai il saggio si sbagliasse e elargisse la sua benedizione a qualcun altro) gli studenti di Taiwan hanno preso l’abitudine di avvolgere la fotocopia della loro carta di identità intorno alle candele votive, ben fissata con un elastico e lasciata semplicemente lì. Strana evoluzione di un sistema di pensiero che liquida seccamente ogni disquisizione sull’aldilà – dal momento che, secondo Confucio, anche se il culto degli antenati deve essere il fondamento della società, sarebbe assurdo e perfino un po’ ridicolo cercare di capire se esista o no una realtà sovrannaturale, dato che siamo già del tutto limitati nella nostra comprensione degli avvenimenti terreni. Gli scritti di Confucio, per lo più postumi, o redatti dagli allievi, si concentrano invece sulla coltivazione della virtù personale, chiamata ren (un termine tradotto per lo più con «benevolenza», o «umanesimo»), accompagnata alla venerazione dell’istruzione e dei propri genitori, alla lealtà verso i superiori, e alla gentilezza verso i propri subordinati, nonché un rispetto generalizzato verso le istituzioni, le abitudini, e i rituali che costituiscono il mondo civile. Il tutto, però, da prendere con moderazione, parametro supremo di ogni virtù – Confucio stesso, stando a quanto lasciato scritto dai discepoli, amava scherzare sul fatto che anche la moderazione stessa vada presa con moderazione. Come si legge negli Analetti, uno dei principali testi confuciani: «Il Signore di Ji Wen rifletteva sempre tre volte prima di agire. Sentendo questo, il Maestro disse: ”Riflettere due volte basterebbe”» Diplomatici sorrisi. Le piccole superstizioni come le candele con la carta di identità che si trovano oggi nel Tempio di Confucio a Taiwan fanno sorridere distrattamente Kong Decheng, che non si lascia trascinare in polemiche di nessun tipo, né sulla politica, che sia in Cina o a Taiwan, né sul modo in cui viene venerato oggi il suo antenato. Inutile, infatti, sperare di farlo rispondere a domande poco diplomatiche, che vengono declinate con un sorriso e uno sguardo vago, e inutile anche cercare di fare in modo che gli «scappi detto» anche una minima frase in più di quello che ha deciso di dire. Kong Decheng si fa intervistare in una saletta dell’Università, alla quale si fa accompagnare da un gruppo di studenti a cui ha appena tenuto lezione sui bronzi sacrificali delle dinastie Shang e Zhou (le prime due dinastie storiche dell’antica Cina, iniziate verso il sedicesimo secolo a.C.), e che non lo perdono d’occhio un momento. Kong parla volentieri della sua educazione, che è stata coltivata direttamente dai membri del clan dei Kong: «Non sono mai andato a scuola», racconta, specificando di aver cominciato a leggere a cinque anni, con dei maestri anch’essi discendenti di Confucio, e di aver studiato i testi del suo antenato e del suo maggiore discepolo, Mencio, per circa dieci anni, prima di procedere verso altri classici, sempre senza uscire da Qufu. «I miei genitori sono morti quando ero molto piccolo: ho perso mio padre a quattro mesi, e mia madre a ventuno mesi. Ma i miei familiari, gli appartenenti al clan dei Kong, si sono occupati di me in ogni momento, e non mi è mai mancato nulla. L’educazione dei discendenti di Confucio veniva fatta all’interno del tempio ancestrale, a Qufu, che era all’epoca uno stabilimento privato, e dedito all’istruzione». Oggi, invece, Qufu è stata tramutata in una delle località più turistiche della Cina, e dovunque si guardi in questa piccola cittadina (popolata per lo più da discendenti di Confucio, per quanto non in linea diretta) si trovano persone che vendono magliette e paccottiglia con il ritratto del Saggio, o altri che si siedono con carta di riso e pennello intriso di inchiostro per scrivere in calligrafia artistica vari passaggi dei testi classici, da offrire ai turisti per una modica cifra. «Anche oggi, leggo e rileggo i testi di Confucio, ma lo faccio come farebbe chiunque altro; non sento una connessione, o nemmeno una responsabilità particolare, legata al fatto che Confucio sia il mio antenato diretto. Credo di aver sempre avuto un forte amore per la cultura antica, per inclinazione, diciamo, non credo che sia un interesse nato solo dagli insegnamenti del mio antenato», precisa, per quanto, gli argomenti delle sue lezioni riceverebbero tutta l’approvazione dell’antico saggio. «Ho sei ore di corso a settimana. Insegno jinwen, ovvero l’interpretazione della scrittura delle ossa oracolari degli antichi riti divinatori, poi la storia dei riti cinesi, e infine do’ un corso sulla simbologia e l’utilizzo dei bronzi rituali Shang e Zhou», racconta Kong. Secondo Confucio, la dinastia Zhou (iniziata intorno al 1045 a.C., per quanto la data sia controversa) rappresentava l’apogeo della perfezione rituale, un’epoca d’oro in cui l’Imperatore governava rispettando i principi di benevolenza e gerarchia così cari al pensiero confuciano. «Sono nato a Qufu, nella provincia del Shandong, come prima di me tutti i discendenti del nostro clan per 2.500 anni, fino al 1949. I miei figli, e i miei nipoti, sono i primi a essere nati altrove», dice, con una certa aria di fatalità – per quanto i suoi studenti, tutti impettiti e seduti in fila di fianco a lui, e che si danno un gran daffare intorno al «Maestro», bisbiglino piano, per non essere sentiti da Kong, suggerendo che non è una buona idea fare domande sul figlio dato che è deceduto. E il nipote? «Sul nipote puoi chiedere, insegna anche lui all’Università», rassicurano sottovoce, sorridendo poi premurosi a Kong Decheng, che, un po’ duro d’orecchi, non è in grado di seguire. Il rispetto mostratogli dagli studenti sfiora la venerazione, ma diventa una vera seccatura ogni qualvolta considerano che le domande siano troppo «indiscrete», dato che si mettono a ridacchiare imbarazzati, dirottando la conversazione e rendendo così superflua ogni risposta da parte di Kong, che risponde soddisfatto, chiedendo a sua volta: «Ma mi dica di lei, signorina, come mai a Taipei? Sa, alla mia età, è sempre un piacere ricever visite...». Una delle domande che suscitano maggior reazione, e risatine degli studenti, è quella sulla sorella minore di Kong, che si chiama Kong Deben, e che vive in Cina, dove è stata a sua volta cooptata dal governo comunista, che si è ravveduto sulla persecuzione di Confucio e del confucianesimo avvenuta negli anni del maoismo. «Mia sorella è rimasta in Cina, sì. Certo, andiamo d’accordo, non ho niente da ridire su quello che fa. Mi è venuta a trovare, a Taipei. Però io non ho intenzione di recarmi in Cina, né per trovare lei né per rivedere il tempio ancestrale». Come mai? «Questo fa parte della mia libertà personale», risponde Kong Decheng, indicando che l’argomento è esaurito. Malgrado la Cina si sia lanciata negli ultimi dieci anni in un revival di Confucio in piena regola, il suo settantasettesimo discendente diretto non sembra disposto a dimenticare e perdonare quello che successe durante la Rivoluzione Culturale, quando molte delle antichità di Qufu vennero distrutte dalle Guardie Rosse, e quando venne lanciata una campagna chiamata «Criticare Lin Biao criticare Confucio». Il bersaglio principale non era l’antico filosofo, ma questi ne fece lo stesso le spese in modo pesante. La campagna venne lanciata da Jiang Qing, la moglie del Presidente Mao, e dalla «Banda dei Quattro», il gruppo tenuto in seguito responsabile di tutti gli eccessi più atroci della Rivoluzione Culturale. Il vice-presidente Lin Biao, che alla fine degli anni Sessanta era divenuto il delfino del presidente, e suo successore designato, morì nel 1971 in un misterioso incidente aereo in Mongolia, mentre, si disse, stava scappando in Unione Sovietica insieme alla moglie e al figlio dopo aver cercato di portare avanti un tentativo di putsch contro Mao. A più di trent’anni di distanza, resta difficile sapere esattamente cosa successe a Lin Biao e al suo disgraziato volo. I documenti resi noti in seguito dal Partito Comunista corroborano la tesi del complotto anti-Mao che sarebbe stato ordito da Lin Biao, che voleva colpire prima di cadere in disgrazia, ma il tutto resta inverificabile, e gli storici hanno spesso fatto notare gravi contraddizioni nella versione ufficiale dell’accaduto. Quello che emerse con una certa rapidità però fu che il prediletto di Mao aveva stancato il suo mentore, che l’Esercito di Liberazione del Popolo, guidato da Lin Biao, aveva in alcuni casi agito per contenere parte della foga delle Guardie Rosse, e che, in definitiva, il vice-presidente era divenuto politicamente scomodo. Il colpo decisivo, per quanto postumo, arrivò nel 1972, quando il Primo Ministro Zhou Enlai dichiarò che Lin Biao era un traditore, cosa a cui seguirono severe purghe dei suoi fedeli. Ma data l’importanza di Lin Biao, denunciare e discreditare l’ex vice-presidente portava con sé il rischio concreto di discreditare anche l’intero Partito Comunista, l’Esercito di Liberazione del Popolo, Jiang Qing, e Mao Zedong stesso. E fu così che nell’agosto del 1973 venne lanciata una campagna per criticare Confucio... Giornalisti e intellettuali cominciarono a pubblicare articoli in cui l’antico filosofo veniva attaccato come il simbolo di tutto il marcio della Cina, e come il primo reazionario della storia. Poi, un po’ per volta, venne scritto che Lin Biao non era stato niente altro che uno dei Confuci della Cina moderna, e arrivati al 1974 la campagna contro Lin Biao e Confucio aveva assunto proporzioni nazionali e gigantesche. Studenti, operai e impiegati dovevano denunciare Confucio e Lin Biao in sessioni interminabili di critica e protesta, in dazibao e manifestazioni, e man mano che procedevano le cose nessun insulto era troppo crudo per essere lanciato contro il pensatore dell’era antica. Qufu ne fece le spese, mille statue e altre antichità vennero distrutte, i templi danneggiati, ed alcuni membri del clan dei Kong furono perseguitati. Condanna e riabilitazione. Poi, come sempre, un po’ per volta le priorità politiche cambiarono, la campagna contro Lin Biao e Confucio fu messa da parte, e negli ultimi venti anni anche il vecchio filosofo è stato riabilitato. Con la chiusura del periodo maoista, e con l’introduzione delle riforme economiche di mercato, anche i templi confuciani sono stati fatti riaprire, Qufu è divenuta meta turistica, i sacrifici rituali sono stati ripristinati, e i testi del «primo reazionario della storia» sono nuovamente ammirati e studiati, diventando anzi una delle assi portanti del nuovo nazionalismo cinese. Se per Kong Decheng passare la spugna così allegramente sul passato è impossibile e ingiustificabile, per il governo cinese (pur sempre in mano allo stesso Partito Comunista che attaccò con tanta foga il confucianesimo) i peccati ideologici di Confucio sono dimenticati, e fare soldi sul suo nome è, oramai, più che permesso. Così, alla periferia di Pechino è stata aperta una scuola privata «confuciana», dove agli allievi, che pagano più di 2.000 euro all’anno (pari a circa tre volte il reddito annuale urbano medio), vengono impartite lezioni apertamente nazionaliste, chiamate, qui, «etniciste», e che dovrebbero servire a far cessare «l’adulazione per tutto quello che è occidentale». Di nuovo, l’enfasi è posta sul rispetto dei superiori, dei rituali, e della gerarchia. I bambini che si recano alla Scuola Sperimentale Shengtao sono, per lo più, figli di quadri di Partito e uomini d’affari, e, per colmo di incoerenza, l’ideatrice e principale della scuola è una donna di 55 anni, Liu Yinfang – anche lasciando da parte meriti e demeriti della filosofia confuciana, infatti, la misoginia espressa da Confucio è quello che lo rende più datato, malgrado la sorprendente modernità di numerosi passaggi. Liu non si lascia scoraggiare da questo dettaglio, ed è imbevuta di orgoglio cinese, per quanto sembri avere una notevole confusione in testa: «Abbiamo una storia di 5.000 anni», ha recentemente dichiarato, «Perché continuare ad appoggiarci a delle culture straniere?». A Shengtao, gli studenti indossano uniformi, blu per i bambini e rosa per le bambine, si esercitano al kung fu e alla musica classica cinese (quasi interamente originaria dell’Asia centrale), o si applicano allo studio della calligrafia. L’insegnamento viene fatto secondo i metodi «tradizionali», ovvero, imparando a memoria e recitando a voce alta i testi di Confucio e di Mencio, spesso senza nessuna spiegazione da parte degli insegnanti. Ma qualunque sia il valore educativo della scuola sperimentale Shengtao, si tratta di un’idea che dal punto di vista commerciale sta riscuotendo grande successo, e Liu ha in programma di ampliare la scuola già dal prossimo anno accademico, dato che non riesce a soddisfare la domanda. Kong Decheng trova positivo il «revival confuciano» che sta attraversando la Cina continentale in questo momento. Eppure, chiedendogli se pensa che questo possa aiutare il Paese a combattere una crescente mancanza di senso morale o di rispetto per la cultura, il settantasettesimo discendente di Confucio risponde facendosi una bella e contagiosa risata, che sembra non finire più. Ilaria Maria Sala