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 2002  novembre 14 Giovedì calendario

Storie di sangue e di veleni: celebri coppie (i D’Alema, i La Russa, i Pera) su fronti diversi, Sette, giovedì 14 novembre 2002 «E poi non mi piace il suo modo di piacersi

Storie di sangue e di veleni: celebri coppie (i D’Alema, i La Russa, i Pera) su fronti diversi, Sette, giovedì 14 novembre 2002 «E poi non mi piace il suo modo di piacersi. Quando vedo i suoi film mi viene voglia di dirgli: ”Fatti da parte e fammi vedere il film”». Nel momento in cui Dino Risi ha pronunciato questo memorabile verdetto a proposito di Nanni Moretti, in molti, compresi alcuni tra i fan più sfegatati, nostalgici di cult movie come Palombella rossa e Bianca, hanno avvertito un incontenibile moto di soddisfazione. Forse va a finire, si sono detti, che Moretti metterà da parte l’autocelebrazione e tornerà a essere quello dei vecchi tempi, quello che i film ce li faceva vedere. Non c’è dubbio, comunque, che l’iconoclasta Risi non avrebbe infierito così duramente sull’esibizionismo morettiano, che come una sinfonia è andato in crescendo nei suoi film, se avesse saputo che quell’ego oggi esagerato è stato per anni assai tartassato. Nella vita dell’attore, produttore e regista sceso in politica come leader girotondista, esiste infatti qualcuno che quell’io elefantiaco lo ha a lungo tenuto sotto pressione e martellato. Il picconatore fa di nome Franco, è il fratello maggiore, da tempo emigrato negli States dove insegna ed è diventato uno dei più noti studiosi di letterattura, autore einaudiano oggi di fama internazionale. Non è raro il caso di fratelli ”maggiori”, non anagraficamente ma nel senso di maggiormente illuminati dalla luce della fortuna e del successo, a cui corrispondono altrettanti ”minori” fratelli che, spesso, si sono rifugiati nella linea d’ombra delle loro professioni. Ma non per questo meno bravi. Anzi, in molti casi, a lungo superiori: manager, politici o studiosi di taglia super, abituati a prevalere sui parenti oggi più famosi. Imponendo loro una bella fatica sul terreno della competizione, hanno dato la stura a tic, manie, ossessioni. proprio questa l’esperienza di Nanni, al quale la genialità del fratello – oggi ”californiano” dopo un lungo periodo newyorkese – è stata di ostacolo per anni. Una volta i due avevano lo stesso ciuffo sbarazzino (in versione castana Nanni, in tonalità marrone più calda quella di Franco). Ora che i capelli si sono diradati, è rimasta la stessa voce in falsetto, un po’ isterica e sopra le righe. In casa Moretti, in Prati, all’epoca in cui Nanni si misurava con le sue prime merendine ed era uno scolaro per nulla speciale, Franco era l’enfant prodige, la pagella d’oro di tutta la scuola, incoronato con viaggi premio e borse di studio negli Stati Uniti. Adesso Nanni, un tempo schivo e ritroso, pare si diverta nei bagni di folla: ma quando approdava nei gruppi della sinistra extraparlamentare, guidato dall’ipercolto fratello, era timido e impacciato, pronto a vivere come spilloni le performance del maggiore: giovanissimo ordinario di Anglistica, leader dal tratto spiccatamente intellettuale che discute da pari a pari con i padri della sinistra, da Alberto Asor Rosa a Franco Fortini, che fonda una sua pubblicazione, Calibano, bellissimo periodico di letteratura angloamericana moderno e antitradizionalista. Per evitare a Nanni il complesso di Caino, mamma Moretti corre ai ripari e al figlio umiliato regala una cinepresa. il segno di un destino che coinvolge anche Franco, fino a quel momento ”maggiore” e che, dopo il successo di Ecce bombo, mentre il suo astro affonda, decide di tagliare il cordone ombelicale e salpare per gli Stati Uniti. L’ipoteca di Franco-il-fratello-migliore continua ancora: è stato lui a far da Virgilio a Nanni tra i gruppi trotzkisti, dove incontra Paolo Flores d’Arcais, oggi amato-odiato compagno di girotondi. E se Nanni è diventato il guru delle piazze e del Palavobis, Franco l’americano lo guarda in orgogliosa solitudine da lontano. Una persecuzione, quest’ombra lunga del fratello. Ma, in alcune circostanze, anche una benedizione. E infatti proprio grazie alla mediazione di un fratello (in questo caso di Massimo D’Alema) che Nanni crea uno dei suoi personaggi migliori, Michele Apicella, il goffo parlamentare comunista ispirato al leader Massimo che in Palombella rossa, sul bordo di una piscina, ripete allucinato «noi siamo uguali agli altri ma siamo diversi ma siamo uguali agli altri ma siamo diversi... ». A favorire la nascita di Apicella, galeotta fu una cena organizzata da Marco (D’Alema), psichiatra e buon amico di Nanni, che offrì in pasto al regista il fratello per farglielo studiare «dal vero». E lo fece, forse, con un pizzico di malizia, conoscendo l’inclinazione di Nanni alla satira: tant’è vero che sullo schermo ci restituì un D’Alema-Apicella fin d’allora connotato da un tono un po’ presuntuoso e dalla voglia di entrare in colluttazione con commentatori politici e giornalisti. Più uniti (ma è solo apparenza), invece, i La Russa: Ignazio, senatore di An, all’ultimo vertice della Casa delle Libertà, per farsi perdonare le offese nei confronti della Democrazia cristiana contenute in un suo recente discorso alla Camera, non trovava di meglio che sbandierare il libro dedicato a Il ministro Scelba dal fratello Vincenzo, ex senatore Udc. Aggiungendo però, un po’ perfidamente, che «Enzo è più bravo a scrivere che a dare giudizi sul suo ex partito». A cementare, proprio in questi giorni, il fraterno sodalizio tra il presidente del Senato, Marcello Pera, e il consanguineo Alessandro, coordinatore economico di Forza Italia in Toscana, è arrivato un comune avversario, Pietro Fazzi, anche lui forzista, sindaco di Lucca, città natale dei Pera nonché collegio elettorale della seconda carica dello Stato. Nella lotta all’interno del partito di Berlusconi in terra di Lucca il groviglio dei fratelli pare inestricabile: al fianco dei Pera, in polemica con il primo cittadino, è schierato un altro fratello, Vincenzo Placido (fratello di Michele, l’attore), ex socialista oggi tra gli azzurri polisti. Rimangono esempi rari, comunque, i fratelli allineati nei medesimi schieramenti: l’inquieta fratellitudine pone spesso ”celebri” coppie su fronti diversi. Il taglio, la ”simbolica” castrazione del cognome, per esempio, è la strada battuta da due dei più noti Flores d’Arcais (che sono peraltro una numerosa famiglia). Paolo, filosofo, fondatore di ”Micromega”, il d’Arcais lo usa con orgoglio, mentre Marcello, storico dei Paesi dell’Est, ne fa a meno. Rampolli di una nobile famiglia di origine sarda e molto religiosa, Paolo e Marcello guardano con ammirazione a papà Flores, illuminato funzionario dell’Iri che scrive su ”Civiltà delle macchine”, rivista ideata dal poeta ingegnere Leonardo Sinisgalli. Dura la vita, però, per Paolo che, forse, ancora oggi porta le stimmate di stagioni in cui assai raramente si divertiva. Se Marcello è prorompente, baciato dalla fortuna cattedratica, Paolo, invece, proprio nell’intollerante accademia sconta i suoi interessi politici extrauniversitari. Il maestro Lucio Colletti lo accusava di non amare i pensatori «veri», di dedicarsi non a filosofi come Kant e Hegel ma a Hannah Arendt. Difficile tener dietro a Marcello per Paolo che, proprio dalla fraterna contrapposizione, vede nascere i suoi fantasmi di vagabondo eretico, perennemente transeunte da un gruppo politico a un altro, da una rivista all’altra: dal ”Soviet” al ”Leviatano”, con Giampiero Mughini (che proprio in un recente numero di ”Sette” ha denunciato: «Paolo Flores, uno che da vent’anni si farebbe torturare piuttosto che pronunciare il mio nome») ed Ernesto Galli della Loggia. E poi a ”Mondo operaio” (cioè dai gruppi trotzkisti al Psi), e dal Pci alla Rete. Difficile tra una riunione politica e un ”club” misurarsi sul terreno dei corposi saggi che Marcello va sfornando a partire dai lontani anni Settanta, sul mito dell’Unione Sovietica, sulla storia e la globalizzazione nel Novecento, sui totalitarismi, sulla questione armena, perché, quanto Paolo è «movimentista», desideroso del cambiamento, soggetto all’irrequietezza e agli scarti d’umore, tanto Marcello è tranquillo e ancorato ai suoi studi che gli esperti del settore definiscono tra i migliori. Ma se l’estrema differenziazione è stata l’escamotage dei Flores c’è anche chi, invece, affronta di petto una turbolenta relazione: come Paolo e Massimo Cacciari, che si sono (politicamente) ridotti alle lame combattendo l’un contro l’altro armati, uno per Rifondazione comunista l’altro per la Margherita, nella stessa regione. Volendo, potrebbero essere dei veri ”gemelli”, così barbuti, così somiglianti. Nati tutti e due alla politica dal seno della sinistra più dura e più pura, di ”Potop”, tutti e due amanti dell’arte e dell’architettura. Certo, Massimo che masticava Nietzsche fin quasi da bambino, che Marx se lo divorava in tedesco e Heidegger pure, era un osso difficile da digerire. Ma Paolo, che oggi si definisce il ”Cacciari cattivo”, a Massimo i sorci verdi glieli ha fatti vedere. stato vicesindaco di Venezia in una giunta rossa prima ancora dell’ascesa del filosofo e, poi, da sempre, gli ha fatto una lotta senza quartiere schierato con Rifondazione. Differenti anche gli stili di vita. Paolo è pauperista-rigorista, con casa campestre sulle rive del Brenta, amici con la tuta di Porto Marghera e professori di disegno. Massimo, pur senza essere né salottiero né mondano, non disdegna, come malignamente sostiene Paolo, «di misurarsi con i rapporti istituzionali». Insomma, lo dice suo fratello fuor dai denti, guarda troppo al potere. Sarà un destino, sarà una condanna, ma i fratelli, anche se non fanno entrambi politica, sono dei bei fardelli. Anche se si va d’amore e d’accordo, come Nicola e Luca Zingaretti. Al secondo, fascinoso attore, possiamo attribuire le fattezze di Perlasca, del commissario Montalbano, del papà di Incompreso. E a Nicola, segretario dei Ds di Roma, possiamo attribuire solo un sorriso simpatico, poiché, nonostante sia stato lui, da sempre, il più dinamico, non ha raggiunto la notorietà del maggiore. Luca da ragazzo voleva fare il calciatore e Nicola, invece, sudava sulle dannate carte. Luca è rimasto bambino, giocatore di pallone con le camicette a scacchi e il cappellino da baseball. Nicola è diventato invece un funzionario così serio, paludato, che si esprime in un politichese assai ingessato al cui confronto pure Fassino sembra un allegrone. Ma ha un carattere straordinario e non si sente incompreso, come capita invece qualche volta a Valerio, fratello maggiore del primo cittadino di Roma. «A me mi ha rovinato Walter», dice il Veltroni senior. Ha ragione? Per anni, comunque, il Veltroni rex, il maior, è stato Valerio. Sempre precoce, da quando, nel ’69, già era in piazza con gli studenti romani insieme a Franco Piperno e Oreste Scalzone. Precoce pure quando milita nel Partito comunista e nelle cooperative rosse che abbandona perché ama il rischio e l’imprevisto. In anticipo sui tempi come manager, cibernetico e tecnologico, il brivido lo prova quando sembra avviarsi a diventare brillante pontiere tra alta finanza e diessini e c’è chi lo definisce addirittura il Cuccia Rosso o gnomo sapiens. Lo «gnomo», al contrario di Walter, che fin da adolescente sogna Luther King, la solidarietà, l’Africa e don Milani, guarda al mercato, a Cecchi Gori, a Stream e alle società per azioni. La sua carriera nel mondo della finanza ha però alti e bassi e gli riserva anche molti scossoni. Di chi la colpa? Anche del fratello. Una palla al piede sulla strada di Valerio. E il vecchio detto fratelli-coltelli continua a essere vero. Mirella Serri