Gigi Moncalvo La Padania, 17/11/2002, 17 novembre 2002
Con la sua sorridente Lombardidad, Mister Ignis pensava in grande come il Cav., La Padania, 17 novembre 2002 Fedele Confalonieri lo ammira, gli è molto grato per gli insegnamenti ricevuti, lo ricorda con piacere, gratitudine, tanta nostalgia
Con la sua sorridente Lombardidad, Mister Ignis pensava in grande come il Cav., La Padania, 17 novembre 2002 Fedele Confalonieri lo ammira, gli è molto grato per gli insegnamenti ricevuti, lo ricorda con piacere, gratitudine, tanta nostalgia. «Da mio zio, il mio grande zio Giovanni Borghi, ho imparato tante cose. Grazie a lui ho assorbito fin da bambino una atmosfera e una voglia di vivere grandissima, insieme a principi rigorosi e fondamentali per la mia educazione. Lo ricordo soprattutto quando io ero bambino. Lo ricordo per la sua vociona, un po’ per le sigarette e un po’ per il timbro naturale che aveva, per la sua predisposizione naturale al comando, per la capacità di guidare il gruppo e tirare la volata, per le sue intuizioni geniali. Io sono nato nel 1937, mia mamma Luigia, Gina, classe 1909, era la sorella di Giovanni Borghi, la secondogenita, aveva un anno più di lui. Lasciammo Milano per andare a Comerio, nel Varesotto, perché eravamo sfollati dopo i bombardamenti del 1943. A Comerio, in località Orocco, il nonno Guido Borghi aveva acquistato una casetta. Io avevo solo sei anni e osservavo questo zio, grande e possente, severo ma buono, generoso e geniale, con la venerazione con cui si osserva un mito. Aveva tre fratelli, ma era lui il leader, l’uomo dalle idee geniali, cui piaceva vivere alla grande. Amava i buoni ristoranti e voleva ci fosse la musica, amava andare a caccia e pescare, amava il sorriso e la gioia, e voleva sempre tutto questo intorno a sé. Io lo ricordo quando recitava nei locali del Dopolavoro Ignis, nella commedia ”Un milanese al mare”. In quel vaudeville interpretava il comandante di una nave alle prese con un francese, un po’ bauscia, che soffriva il mal di mare. Gli altri attori erano i suoi stretti collaboratori, anch’io avevo una parte, suonavo il piano e accompagnavo tutta le recita. Si andava ”in tournée” con lo zio, a suonare per beneficenza. Ricordo benissimo quelle trasferte sul cassone del camion, con le gomme piene, sulle strade polverose, con la sua allegria che contagiava tutti. Gli piaceva tantissimo la vita. E io ho bellissimi ricordi specie di quella parte fanciullesca della mia esistenza. Poi, nella fase successiva, lo ricordo meno: io ero studente universitario, i tempi stavano cambiando, egli stesso aveva maggiori impegni e si diradavano le occasioni di stare insieme e divertirsi. «Diventa inevitabile fare un parallelo tra mio zio e Silvio Berlusconi. Hanno moltissime caratteristiche in comune. Prima di tutto si tratta di due personaggi popolari. Aveva lo zio Giovanni, e ha Silvio, tutto per piacere alla gente. «Mi trovo in difficoltà ad usare l’imperfetto per lo zio Giovanni e il presente per Silvio: unifichiamo tutto al presente. Solo personaggi così intensamente e autenticamente popolari come loro possono capire appieno i gusti della gente. Entrambi hanno avvertito due bisogni primari, nell’epoca giusta: il frigorifero l’uno, la tv commerciale l’altro. Io ricordo benissimo la ”muschirola”, quel contenitore che si metteva sul balcone delle case di ringhiera con i pezzi di ghiaccio. Lo zio Giovanni negli anni 50 capì che era una necessità, una prima forma di benessere poter conservare l’acqua fresca e i cibi. Così come Silvio negli anni 80 ha capito perfettamente che era venuto il tempo della Tv commerciale, nonostante ci fosse sul mercato un competitor monopolistico e potente come la Rai. «Si è trattato di due salti nel Welfare, verso l’accrescimento del benessere delle famiglie, a trent’anni di distanza. E guarda caso proprio con due elettrodomestici. Il frigo e la Tv erano due simboli, gli emblemi di una voglia di libertà, del desiderio di stare meglio, di avere un qualcosa di utile e bello che permettesse a se stessi e agli altri di vivere meglio, di capire, di mostrare, di possedere una cosa importan-te e utile. Sono concetti legati al capitalismo buono, al consumismo non deprecabile. E lo sviluppo di quei prodotti, il perfezionamento su grande scala di quelle idee vincenti, non solo portava la gente a stare meglio, ma creava anche migliaia di posti di lavoro. «Lo zio Giovanni aveva un anno meno di mia madre Luigia, lui era del 1910. C’erano altri due fratelli: Gaetano, classe 1907, e Giuseppe, che morì a soli 39 anni nel 1954. Ma so-prattutto c’era la nonna Maria, una donna che aveva trasmesso a Giovanni la grande voglia di vivere. La ricordo ancora: a 80 anni se ne andava in giro con l’autista, partiva in macchina per la Francia per andare a comprare i profumi, le piacevano i ristoranti più belli, gli hotel più lussuosi. E soprattutto amava la musica, anche lei. Era ed è una passione di famiglia. Anche mio nonno materno, Guido, era un bravo musicista, un contrabbassista. Suonava nell’orchestra della Verdi, la corale di via Pastrengo. In quegli anni c’era il piacere di fare e sentire musica (mio papà non a caso era stato battezzato col nome di Ernani). In un quartiere come l’Isola a Milano c’erano due orchestre a 500 metri di distanza: la Verdi e la Filocantanti. Oggi la gente non canta più, i ragazzi si inciuccano di bassi elettronici, le autoradio al massimo, le discoteche. Allora invece si cantava tutti [...] e tutti conoscevamo il ”Va’ Pensiero”. Anche all’oratorio si cantava, oggi invece in quei pochi rimasti mettono su i dischi. «Un’altra caratteristica comune tra lo zio Giovanni e Silvio è la loro Lombardidad. Che cosa vuol dire? Significa il meglio della Lega, la qualità, e anche qualche piccolo difetto, del popolo leghista, di quella zona che è il cuore della Lega, la terra varesina. Bossi è uscito, è nato, è cresciuto non casualmente da quella terra, a dieci chilometri dalla Svizzera. Gente pulita, lavoratori instancabili, con caratteristiche come l’onestà, l’amore per la natura e il paesaggio, la solidarietà, il rispetto delle leggi, la dirittura morale, le tasse pagate fino all’ultimo centesimo, i debiti onorati alla scadenza, l’illusione che la giustizia esista. Ci può essere stata qualche degenerazione volgare, non certo imputabile a Bossi, ma l’essenza della Lega, il suo Dna è questo. E io ricordo un episodio. Sa come venni a sapere dell’esistenza di Bossi? Una ventina d’anni fa c’erano le elezioni a Comerio. Chiesi a mio padre, che aveva sempre votato Dc: ”Papà, per chi voti?”. ”Voto per il Bossi”, mi rispose, E io: ”Ma chi è?”. Fu così che lo scoprii. E rimasi colpito dal fenomeno-Bossi. Al punto che, e questo l’Umberto forse non lo sa, fui io ad essere tra i primi a parlarne con Craxi: ”Bettino, guarda che a Varese c’è uno che sta facendo qualcosa di grosso...”. L’Umberto, col suo fiuto politico, ebbe intuizioni geniali: vedeva la Svizzera pochi chilometri più in là, capiva che la gente era stufa di sentirsi suddita, di lavorare e produrre per gli altri senza avere in cambio dallo Stato servizi proporzionati al reddito prodotto. Anch’io capivo benissimo quei messaggi, Comerio è a pochi chilometri da Gemonio, era l’epoca in cui la gente non ne poteva più di pagare troppe tasse, che il Nord non venisse apprezzato abbastanza, che si cominciasse a parlare di federalismo, secondo i principi di Carlo Cattaneo. La degenerazione del sistema era sotto gli occhi di tutti, l’Umberto seppe cogliere in anticipo quelle battaglie. Dc, Psi e Pci stavano sgretolandosi, la gente perbene, onesta, laboriosa era stufa e aveva bisogno di qualcuno che la rappresentasse davvero e seriamente. Nel Varesotto nel Dna di tutti ci sono convinzioni profonde: non c’è bisogno dei Verdi per chiedere il rispetto del paesaggio. Campo dei Fiori (il più bel balcone d’Europa, secondo Stendhal), il punto da cui si vedono i sette laghi, certe zone del Comasco, sono tra i luoghi più belli d’Italia, dove le villette e le case sono costruite nel rispetto della natura. Anche coloro che andavano a fare i muratori in Svizzera, anche i più poveri, anche gli operai della Macchi o dell’Ignis avevano questa vocazione. Anche le industrie, piccole, medie o grandi, anche il tessuto che si è venuto a creare di fabbrichette e capannoni, non ha rovinato nella maggior parte dei casi un paesaggio che è stupendo. Quando arrivo e vedo il Monte Rosa o la Chiostra del Mottarone o il lago di Varese, mi si apre il cuore. Vedo ”Lombardy”, il nostro Macondo, il posto dei nostri sogni. «Mi sto facendo prendere dalla nostalgia, lo so. Torniamo allo zio Giovanni e a Silvio. Dicevamo della loro Lombardidad. Hanno due differenti tipi di cultura - lo zio aveva fatto la quinta elementare, Silvio è laureato - ma hanno sempre pensato in grande. Sono l’emblema tipico del ”think big”, e lo zio lo ha fatto sempre, anche quando aveva venti operai sfollati e basta. E io e mia cugina Midia ci guadagnavamo la paghetta infilando i coralli isolanti nella cantina di Comerio. La loro modernità. Essere sempre moderni, nel senso di non lesinare nessuna risorsa all’azienda. Ci sono in giro imprenditori che si rovinano con il controllo maniacale dei costi, senza pensare che s’illudono di risparmiare cento ma ci rimettono mille. Giovanni Borghi e Silvio Berlusconi invece hanno inventato cose nuove, senza controllare parossisticamente i costi, senza star lì a spaccare la lira, ma investendo tutto nell’azienda, senza mettere da parte e basta. E il successo economico, i grandi utili, si fanno così, non nell’altro modo. Sono due grandi Innovatori. La maniacalità del prodotto, il particolare controllato fino all’ultimo, fare e rifare le cose fino a raggiungere la perfezione. Il frigo fatto in un certo modo, così come Silvio che fa cambiare le maniglie o i rubinetti o le aiuole a Milano 2. Spaccare il capello in quattro, perché dentro hanno una dote rara: il marketing incorporato. ”Devil is in the detail,” il diavolo è dettaglio, ha scritto Stevenson. E loro non sono stati diavoli, ma sono geni indiscussi. E poi la grande capacità di comunicazione, grandi comunicatori in prima persona e grandi inventori di forme nuove di comunicazione, come fattore di successo personale e aziendale. Con lo sport sempre sullo sfondo. Perché in entrambi c’è una passione giovanile, fresca, ingenua, sana, e perfetta come elemento per farti diventare popolare e per coinvolgere trasversalmente i grandi numeri. Silvio viene fermato dai tifosi del Milan che lo adorano, ma gode anche quando i tifosi delle altre squadre gli dicono o scrivono: ”Vorremmo avere un presidente come lei!”. E lo zio Giovanni, con D’Agata, Loi, Poblet, Maspes, il basket, il Varese calcio, fu l’inventore delle sponsorizzazioni sportive. Io ho avuto la fortuna di vedere, sentire, respirare queste cose da bambino, da adolescente. Le ho metabolizzate, le ho fatte mie, sono entrate dentro di me, influenzano molti miei comportamenti, decisioni, condotte. Si tratta di esempi che applico quotidianamente nella mia attività, nella mia vita. Non ci sono dubbi, si viene plasmati dall’ambiente in cui si cresce e si viene educati, dalla propria famiglia, dai propri insegnanti. «Lo zio Giovanni ha poi avuto una fortuna immensa: una grande moglie. Di fianco a un grande uomo c’è sempre una grande donna: è vero. La zia, la mia zia preferita, era intelligente, colta, bellissima, molto dolce, e con una formidabile sapienza femminile nel saper stare accanto a un personaggio così dirompente, a un uomo così. Torniamo ai paralleli tra zio Giovanni e Silvio. Ecco, quando si parla di etica del capitalismo, senza scomodare Max Weber o Calvino, penso che lo zio e Silvio ne siano la prova concreta e visibile, l’esempio più evidente. Per loro il successo è come il frutto di una grazia, e il piacere di ostentarlo è una cosa non fastidiosa. E poi la generosità, a cominciare dai collaboratori, con chi lavora bene, fornendo riconoscimenti, soddisfazione, motivazioni ulteriori, visibilità, la vita insieme, con il capo che ti coinvolge e vive con te sempre dopo aver raggiunto un ulteriore gradino e aver lavorato duro. E poi c’è la capacità di fare squadra, di formare la squadra. Io vedo oggi in Piersilvio la stessa capacità, il ricostituirsi di un nucleo di ragazzi in gamba, così come ha fatto suo papà, quando mise insieme tutti noi. Io, Galliani, Dell’Utri, Foscale, l’indimenticabile Carlo Bernasconi. In Piersilvio e nel suo gruppo di lavoro vedo le stesse qualità e capacità del padre. Si tratta di qualità eterne, anche per un giovane di oggi: il coraggio, l’intraprendenza, la capacità di leggere nel futuro. Per lo zio Giovanni non esistevano termini in inglese come problem solving o cose del genere, ma per lui c’era la ”Professione Amicizia” applicata ai clienti. Così come per Silvio. Queste cose le puoi chiamare come vuoi, in che lingua vuoi, ma il fondo è capire che se hai un cliente devi sempre risolvere i suoi problemi e i servizi connessi ad esso, come l’assistenza, la manutenzione, e il cambio del prodotto se non funziona. Non occorre andare a Yale o Harvard per capire queste cose. I ragazzi di oggi quindi possono emergere, diventare dei Borghi o dei Berlusconi, se hanno queste qualità: gente così ha un futuro in qualsiasi epoca della storia. «Uno zio perfetto in tutto? Era giusto o no vendere alla Philips, farlo in quel momento? Forse gli si può imputare un’unica cosa: ha avuto una piccola sindrome da «après moi le deluge», dopo di me il diluvio. Silvio questo non ce l’ha. Ma lo zio aveva problemi fisici non da poco: è morto a 65 anni e ha cominciato a non stare bene molto prima. Ebbe un infarto alla fine degli anni 50, poi un’operazione difficile alla prostata e allora non c’erano le tecniche di oggi. la forma fisica non c’era più. Ricordo quando andai a trovarlo in ospedale a Verona, sentiva che gli mancavano le forze. E questi tipi umani basano tutto sulle loro forze, su una salute di ferro, su capacità sovrumane di faticare e soffrire. Lo zio negli anni 40 era capace di andare a Napoli guidando il camion e tornando a Comerio in 48 ore senza riposare. Così come ora il Cavaliere dorme quattro ore per notte. Non c’è grande uomo che non abbia un grande fisico, e una adeguata resistenza alla fatica. Si tratta di gente naturalmente ottimista, che vive di ottimismo, di traguardi, di continue speranze e sfide. Quando comincia qualche ombra, e il fisico scricchiola c’è una caduta. «In questo ricordo di mio zio credo di essere stato obiettivo e sereno nel giudizio. Ma ciò che mi ha spinto a ricordarlo, oltre all’uscita del bel libro del giornalista Gianni Spartà che lo celebra (Mister Ignis, edito da Mondadori), è anche un altro aspetto: oggi penso che ci siano tanti piccoli e grandi Giovanni Borghi nella provincia italiana. Non sono noti, non si mettono in mostra, i giornali li ignorano, ma proprio in questo sta la loro grandezza. Viviamo in una società in cui ci si mette un po’ troppo make up nei rapporti, si bada soprattutto all’immagine e si perde di naturalezza a favore dell’artificiosità, si tende a mettersi in maschera. E questi uomini, questi capitani coraggiosi delle piccole e medie industrie della provincia italiana invece, continuano a restare naturali e veri. Sono loro la forza di questo Paese”. Gigi Moncalvo