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 2002  novembre 22 Venerdì calendario

Il Cda dimezzato e il ”liquidone” di Saccà: scene dagli ultimi giorni della Rai, La Stampa, venerdì 22 novembre 2002 La Rai si conferma fantastica, ciò che avviene lì dentro ha la potenza dell’irreale, ma la verità di solito va oltre, si mette a correre, spacca le consuetudini e va a depositarsi trafelata in quella tipica dimensione di comica infelicità o mesta allegria che poi è la cifra dell’azienda del «servizio pubblico», figurarselo

Il Cda dimezzato e il ”liquidone” di Saccà: scene dagli ultimi giorni della Rai, La Stampa, venerdì 22 novembre 2002 La Rai si conferma fantastica, ciò che avviene lì dentro ha la potenza dell’irreale, ma la verità di solito va oltre, si mette a correre, spacca le consuetudini e va a depositarsi trafelata in quella tipica dimensione di comica infelicità o mesta allegria che poi è la cifra dell’azienda del «servizio pubblico», figurarselo. Così ieri pomeriggio, mentre attorno a viale Mazzini si scatenava la più violenta e complicata battaglia politica, veniva fuori la voce, o meglio la delazione che nel fatidico incontro a due del Consiglio era stata posta all’ordine del giorno, e debitamente risolta con un sostanzioso aumento, la questione dello stipendio del direttore generale Saccà. A questo punto il presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza, il senatore Claudio Petruccioli, si attaccava al telefono chiedendo del Segretario del Consiglio, dottor Di Loreto. Ma non lo trovava. Si faceva invece sentire, pur non essendo Petruccioli esattamente un giornalista, il capo dell’ufficio stampa, dottor Nava. E allora, deve aver chiesto con legittima ma signorile curiosità il senatore, come sarebbe questa storia della retribuzione di Saccà? Ma come per magia, ecco che si faceva vivo al telefono proprio lui, il direttore generale, il presunto beneficiato. Ma no, ma no, nessun aumento, scuoteva il capo Saccà all’altro capo del telefono: nonostante da otto mesi egli ne avesse diritto. La puntualizzazione, con plausibile accentuazione di voce sulle parole «otto» e «diritto», introduceva un «però», anch’esso assai prosodicamente persuasivo. Però, continuava Saccà, su richiesta dell’azionista, che sarebbe Rai spa, in Consiglio si è deciso di adeguare il tfr (trattamento di fine rapporto) alle condizioni attuali, portandolo cioè al livello dei suoi predecessori, il dottor Celli e il dottor Cappon. Ossia: la televisione è da tempo al centro dello scontro politico, la Rai sta andando chiaramente in pezzi, su questo la maggioranza non solo è divisa, ma sta regolando dei conti, mentre l’opposizione non sa che pesci prendere. E già questo basterebbe, sennonché tutto indica che da una settimana il governo dell’azienda è virtualmente in crisi, di cinque consiglieri se ne presentano alle riunioni solo due, ciò nonostante fanno le nomine, ma più passa il tempo e più all’esterno cresce la nausea, ed è un peccato perché è sul terreno dei media che si gioca il destino della democrazia, ecco, tale è più o meno la situazione ed ecco il punto decisivo che si è affrontato ieri al settimo piano di viale Mazzini: la liquidazione del dottor Saccà. Ma sul serio. E allora sarà una debolezza, sarà poco centrale, sarà una fissa pettegola, ma viene una gran voglia di sapere almeno a quanto ammonta il ”liquidone” di Saccà. Così importante. Per cui si cerca il dottor Di Loreto, che non accetta telefonate, ma si viene cortesemente richiamati dall’ufficio stampa. Che però non dà cifre: «Perché non è obbligatorio: siamo una spa». Chi paga il canone (obbligatorio) ci rimane un po’ male. Però la Rai è davvero fantastica se nel giro di qualche minuto, su quanto prendono il presidente i consiglieri e il direttore generale, fioriscono le cifre più varie. E sono tutte cifre ragguardevoli, s’intende, pure in vista del ”liquidone” che da domani toccherebbe all’attuale direttore generale grazie alla vittoriosa battaglia del benemerito predecessore che, incalzato dalle retribuzioni dei direttori dei tg e delle reti, sarebbe arrivato a quota 700 milioni di vecchie lire. Lorde. Non si giudicherà qui l’equità e la congruenza dell’ammontare, tanto meno in relazione alla qualità del prodotto che da una ventina d’anni scivola sul video. No. Per dare un senso al dramma politico della Rai, azienda che nel bene o nel male tre generazioni di italiani sentono impressa nel cuore, varrà la pena di segnalare come, sempre nella giornata di ieri, al consigliere dimissionario Carmine Donzelli è stato chiesto il permesso di procedere al trasloco delle sue carte, dal momento che l’altro consigliere, il padano Albertoni, avrebbe colto l’occasione della crisi al vertice per trasferirsi nella stanza donzelliana, «ritenendola a lui più adeguata», secondo la garbata interpretazione dell’Ansa. E anche qui: dove credeva di andare Donzelli sei mesi fa? Non glielo avevano detto che succede in genere lì dentro? Eppure, a parte ogni ingenuità, si conferma in pieno l’impressione della Rai come di un luogo fuori del tempo e dello spazio. Un microcosmo chiuso anche alla logica e al buon gusto, se queste entità non suonassero troppo generiche, considerato lo stato di ottundimento e sottomissione che generano diversi programmi del «servizio pubblico». Ma tant’è. C’è sicuramente un nesso tra quanto va in onda e l’atmosfera che si è venuta a creare in questi giorni non solo al vertice dell’azienda, ma anche a Saxa Rubra, la città della Rai sotto il vulcano. Un clima che ricorda un fortunato titolo cinematografico e un paio di film con tuniche e sandaloni: gli ultimi giorni di Pompei. Ebbene, anche gli abitanti di quel luogo, i cristiani buoni, i centurioni cattivi, il giovane amoroso, la fanciulla delicata, insomma tutti continuavano a vivere la loro vita mentre il Vesuvio cominciava a sbuffare con qualche insistenza. Ebbene: quattrini e traslochi, capricci e omertà, arroganze e dabbenaggini sono parte di un tran tran che ormai rivendica le sue prerogative al di sopra di qualunque codice. Per cui nel marasma totale ancora ieri sono stati nominati i vertici di TeleSanMarino, che all’inizio sembrava uno scherzo. E invece era vero. E ancora più vere nella loro illusoria provvisorietà erano le altre nomine, così insidiosamente articolate e incespicate che a un certo punto della sera accettarle, per gli stessi nominati, voleva dire mettere nei guai i propri sponsor originari. Nulla che potesse ricordare il codice d’onore della Rai, il preclaro esempio di Biagione Agnes che nel novembre di 13 anni fa il giorno prima di abbandonare l’azienda mise mano in extremis ai tabulati dell’organico aziendale procedendo a circa 200 fra promozioni, sanatorie, spostamenti e gratifiche. Oggi i Ranucci, i Bianchi, gli Iseppi assurgevano invece a un ruolo mitico e magico. Il loro silenzio indica un appagato dileguarsi o un fervore pre-terremoto mentre sia pure lentamente la vita pubblica italiana, con tutti i suoi snodi e le sue durezze, seguita a ruotare attorno a un signore che fino a qualche tempo fa gestiva il lotto, dal nome Staderini, che ieri aveva detto una cosa e oggi il nulla. Fresco di favelas, il presidente della Camera Casini è costretto a marciare d’intesa con il suo più strenuo rivale, il presidente del Senato Pera, animoso in mattinata e prudente all’ora di cena. Baldassarre ancora chiuso nel suo cupo sogno di gloria. E Berlusconi comincia a seccarsi, ma non può darlo a vedere, anzi si dichiara estraneo, e magari c’è pure chi lo crede davvero. Tutto questo ha creato la Rai. Calcoli del Tfr, disarmonie strutturali e potere allo stato gassoso. La Rai che in fondo è già «privatizzata». E Berlusconi l’ha già conquistata, semplicemente, spingendola sul suo terreno di consumo, soldi e apparenze spettacolari proprio quando gli aziendalisti o il partito Rai credevano di resistergli, e perfino con successo. Filippo Ceccarelli