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 2002  novembre 19 Martedì calendario

Vita e opere di Gabriele Lino Verrina, il giudice che ha condannato Andreotti, La Repubblica, martedì 19 novembre 2002 Roma

Vita e opere di Gabriele Lino Verrina, il giudice che ha condannato Andreotti, La Repubblica, martedì 19 novembre 2002 Roma. Gabriele Lino Verrina, presidente della corte d’assise d’appello di Perugia e dunque primo presunto responsabile del preteso ”impazzimento” della giustizia italiana, ieri non era nel suo ufficio. Chi lo conosce pensa che sia fortemente turbato. Soprattutto per lo sconcerto e l’amarezza manifestati dai vescovi. Cattolico praticante, una consolidata fama di antiabortista, il giudice Verrina è un magistrato all’antica, molto riservato, estraneo alla vita mondana perugina e all’attività associativa di categoria, anche se è considerato vicino a Magistratura Indipendente, la corrente di centro-destra. Neanche il giudice a latere, Maurizio Muscato, ieri era in ufficio, ma è molto probabile che quel refuso nel dispositivo della sentenza (l’articolo 573, sottrazione di minore, che non c’entra proprio niente, al posto del 577, circostanze aggravanti per il reato di omicidio) l’abbia irritato quasi quanto le polemiche del dopo-sentenza: magistrato rigoroso, anzi puntiglioso, prima di approdare a Perugia è stato, per cinque anni, ispettore al ministero della Giustizia dove, tra l’altro, ha partecipato all’indagine ordinata dal Guardasigilli dell’epoca, Filippo Mancuso, sulle ”tangenti rosse”. Quanto ai rappresentanti della pubblica accusa, è annunciata per oggi un’apparizione pubblica, a Gubbio, di Sergio Matteini Chiari, il procuratore generale che ha chiesto e ottenuto la condanna a 24 anni di Giulio Andreotti. Stamane dovrebbe aprire un convegno dedicato al ruolo delle imprese nella tutela dell’ambiente organizzato dall’associazione che presiede, lo ”Studium Tutà Ikuvium”. Mentre Alessandro Cannevale, accusatore di Andreotti e Vitalone fin dal processo di primo grado, conclusa la fatica in corte d’assise d’appello, potrà tornare alle indagini della procura della Repubblica di Perugia. Indagini impegnative: Cannevale, nel giugno scorso, fu tra i firmatari del provvedimento - accolto con grande favore dalle difese di Berlusconi e Previti al processo sul ”caso Sme” - che determinò il sequestro dalla famosa bobina del bar Mandara e l’intervento dei carabinieri negli uffici della procura milanese. Ricostruendo la vita e le opere dei magistrati del processo Pecorelli si ricava l’impressione che, nel chiedere le condanne e nell’infliggerle, abbiano ragionato in buona fede esaminando gli atti, valutandoli, e raggiungendo una certa conclusione. Eventualità che, in questi giorni, appare quasi fantascientifica. Ma è proprio quel che accade tutti i giorni in tanti paesi dell’Occidente, e anche in alcuni dell’America latina. Per una coincidenza, proprio due anni fa il presidente Verrina pubblicò, per la Utet, un saggio intitolato Valutazione probatoria e chiamata di correo. Il volume, di 256 pagine, si apre con una nota dell’autore dove, tra l’altro, a proposito dei tormenti del magistrato, si legge: «Gli innocenti e i colpevoli (...) sono come fantasmi che ti perseguitano con le loro storie dolorose: dietro la concretezza durissima dei fatti c’è sempre, in tutto il suo vigore, il solenne moto evangelico ”non condannate e non sarete condannati” (Luca, 6,37)». Sì, ha uno stile antico e alato il presidente Verrina, e appare assolutamente sincero quando si domanda se sia ancora possibile, «alle soglie del terzo millennio sopportare ulteriormente il deficit di garantismo, la cultura inquisitoria, e certe prassi sulla legislazione dei pentiti e sul sistema probatorio». E quando, poco dopo, cita con orrore «La storia della colonna infame» e anche quando, in un capitolo dedicato all’attendibilità del collaboratore di giustizia, contesta la tesi di chi ritiene che il pentito sia in quanto tale credibile: «A nessuno si è mai creduto sulla parola. Nemmeno a un testimone». Il dubbio ritorna: in questi due anni l’ipergarantista Verrina è diventato un altro uomo? O ha semplicemente - giusta o sbagliata - maturato una convinzione e ne ha tratto le conseguenze? Ma è anche vero che, a volte, esiste un abisso tra la teoria e la prassi. Ed ecco un altro importante processo che, appena un anno fa, Verrina ha presieduto. Il processo di revisione (solo altri sette nella storia giudiziaria italiana) della sentenza della condanna all’ergastolo di tale Massimo Pisano che aveva già scontato otto anni di reclusione per l’uccisione della moglie. Il primo marzo del 2001, la corte d’appello di Perugia, presieduta dall’uomo che ha condannato Andreotti, assolse Pisano. Sentenza che ha resistito, pochi mesi fa, all’esame delle sezioni unite della Cassazione ed è considerata un saggio di garantismo applicato. No, le biografie dei magistrati non aiutano a spiegare il mistero di Perugia, e anzi fanno sorgere il dubbio che non esista. Anche quando si va a guardare la composizione della giuria popolare. Cittadini italiani, gente normale. Quattro donne e due uomini: impiegati della pubblica amministrazione, nelle banche, presso ditte private. E un pittore, Giuseppe Fioroni, di 64 anni. l’unico tra, i giudici popolari, che non corrisponde precisamente all’identikit dell’italiano medio. un artista, ha un sito internet (www.giuseppefioroni.it) dove espone i suoi lavori (che hanno titoli come La cavalcata del templare, La leggenda di San Giorgio, Angelus novus, Fiori, Evocazioni). arduo immaginare Fioroni - che è anche un suonatore di zampogna - coinvolto in un complotto giudiziario. D’altra parte, secondo voci ricorrenti, i giudici popolari si sono divisi sulla condanna di Andreotti. Come spesso accade, per tutti gli imputati, in tutti i processi. Anche tra i magistrati ce n’è uno che ha ambizioni artistiche, o forse semplicemente un hobby culturale. Alessandro Cannevale, ha pubblicato per l’editore Todaro un giallo: la storia di un giovane pretore che si ritrova in un paesino umbro sconvolto da una catena di omicidi. Il protagonista a un certo punto fa una considerazione che oggi ha un sapore amaro: «Magari un giorno i giudici torneranno a essere eroi». Giovanni Maria Bellu