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 2002  novembre 10 Domenica calendario

Le bravate dell’alchimista al contrario: Massimo Fini, no global borghese, sa bene come trasformare l’amore in odio, Il Giornale, domenica 10 novembre 2002 L’uomo gode di cattiva fama, largamente immeritata

Le bravate dell’alchimista al contrario: Massimo Fini, no global borghese, sa bene come trasformare l’amore in odio, Il Giornale, domenica 10 novembre 2002 L’uomo gode di cattiva fama, largamente immeritata. Un’amica di solito ben informata, sapendo del nostro appuntamento con lui, ci ha esortato a chiedergli del suo divorzio da Margherita Boniver. Detto, fatto, toppato: Massimo Fini fa garbatamente presente di non essere mai stato né sposato né fidanzato con l’attuale sottosegretaria agli Esteri. Forse, anzi senz’altro, lo abbiamo confuso con Massimo Pini, Pini con la P, l’uomo di Craxi nelle partecipazioni statali. Non che sia una colpa, essere mariti o ex-mariti della Boniver: l’episodio è riferito solo per documentare il nocciolo di idiozia che è la base inevitabile di ogni leggenda metropolitana. Di quest’ultimo aggettivo si fa un grande abuso, anche per fandonie che hanno come scenario la Bassa Emiliana o la Ciociaria, ma a casa di Massimo Fini, Fini con la F, cade a proposito. Lo scrittore-giornalista vive a un piano alto del quartiere più metafisico di Milano, laterale di via Vittor Pisani, con vista sui grattacieli di Porta Garibaldi che sembrano disegnati dallo scenografo di Blade runner. «Prima che li costruissero nei giorni tersi di primavera si vedeva il Cervino», dice sconsolato. L’appartamento è quello anni Cinquanta ereditato dai genitori e lui, che non è esattamente un progressista, lo ha lasciato tale e quale, senza neanche cambiare un abat-jour. Lo studio, un bell’esempio di alto modernariato, è quello del padre Benso, il primo imperdonabile di famiglia. Fini figlio, che risultando di destra per quelli di sinistra e di sinistra per quelli di destra, è inviso a tutti quanti, il bastiancontrarismo lo ha ereditato insieme alla scrivania. Il genitore era un giornalista pisano che lavorava alla ”Nazione”, un cattolico liberale che esibiva galantomismo vecchio stile fin dal nome, più volte manganellato (negli anni Venti, a Firenze) per il suo antifascismo. Se ne dovette andare a Parigi e non fu un esilio dorato, non lo aspettavano cattedre alla Sorbona ma i morsi della fame. Si ridusse a frugare nella spazzatura (non è una metafora ma vita vissuta e raccontata al figlio) fino a quando Paolo Monelli, una delle migliori penne del ”Corriere” di sempre, non riuscì a infilarlo nella redazione parigina del giornalone. Non poteva firmare ma poteva scrivere e avere uno stipendio. Ringalluzzito, fece conoscenza con una nobile russa, figlia di grandi proprietari terrieri che avevano perduto tutto con la rivoluzione. Tra i due esuli nacque l’amore. Il frutto si vide nel 1944 a Cremeno, in Valsassina, dove la madre si era rifugiata per sfuggire ai bombardamenti americani su Milano. Il brivido dell’esilio e dello sfollamento è passato a Massimo attraverso la placenta e gli è rimasto addosso per tutta la vita. All’’Europeo” negli anni Settanta stava troppo bene, pensò quindi di andarsene, trovando un casus belli che giustificasse il gesto eroico, quasi suicida. Di quelli che piacciono a lui. In quel 1979 sopra un buon pezzo di stampa italiana si allungava l’ombra del craxismo, impersonato da Claudio Martelli. Se Fini fosse stato un altro avrebbe fatto salti di gioia: il rampante politico socialista era un suo vecchio compagno del liceo Carducci di Milano. Stessa classe? Di più, stesso banco. Grandi amici negli anni Sessanta, grandi nemici nel ’79 perché nel frattempo le rispettive idee riguardo l’amicizia, la politica e il giornalismo si erano divaricate alquanto. Fini, pur considerandosi socialista (o forse proprio per questo), si dimise. Il gesto fece scalpore, allora (ma anche oggi) non era normale lasciare un buon posto senza averne pronto un altro migliore. Gli successe un paio di altre volte di andarsene un minuto prima di essere cacciato, come invece gli capitava ai tempi della scuola: il Carducci fu solo l’ultima tappa di un giro dei licei milanesi cominciato al Parini e transitato al Berchet, una via crucis (per i professori più che per lui) fatta di bravate goliardiche e conseguenti sospensioni. Spesso i figli dei direttori dei giornali (Benso nel frattempo aveva diretto il Corriere lombardo) studiano da direttori fin da piccoli, lui invece faceva il giamburrasca così da far passare a chiunque la tentazione di cooptarlo. E sì che il padre aveva amici importanti, non ultimo Bruno Fallaci, lo zio di Oriana. Ma lui, alchimista al contrario, aveva fin da ragazzo una particolare abilità nel trasformare l’amore in odio. Il rapporto con la Fallaci somiglia a quello con Martelli: esordio affettuoso, epilogo iroso. Lavoravano nello stesso giornale, l’’Europeo”, e avevano in comune anche il modello professional-esistenziale, quel grande cercaguai di Curzio Malaparte, un altro personaggio sintetizzato dal proprio nome. « stato il maestro di tanti altri, che poi magari dimenticarono quanto gli dovevano, come Biagi e Montanelli». Lui no, lui se lo è sempre ricordato, a partire da quando il padre cercò con un sotterfugio di non fargli leggere La pelle, romanzo considerato troppo sconcio. Mettere sopra un libro la scritta ”proibito” significava eccitarne la lettura e il giovane Fini ne fece la propria bibbia. Uniti dagli avi toscani, divisi ormai per sempre dalle carte bollate, l’Oriana nazionale nel maggio di quest’anno ha querelato Fini per un pezzo uscito sul ”Giorno”. Oriana è donna che non perdona ed è scattata la richiesta di risarcimento danni: tre miliardi, che anche se in lire sono sempre tanti. Con Sgarbi idem con patate, alle affinità iniziali (una certa comune propensione a stupire) ultimamente sono subentrati gli avvocati. «Fini è un Travaglio minore», dice il critico d’arte inferocito. Il querelato ha accusato più volte il querelante di garantismo cortigiano, finalizzato a una facile carriera politica: «Ma se io ero garantista già nel ’91! Difesi Cossiga contro Casson quando di Berlusconi in politica nemmeno si parlava!». E giù epiteti irriferibili all’indirizzo del nostro uomo. Mettiamo però un bel punto al capitolo querele, perché ce ne sarebbero troppe altre da raccontare. Torniamo al giornalismo e al periodo in cui Fini faceva il controcanto al ”Giorno” di Zucconi e Magnaschi. Il quotidiano era dell’Eni, ovvero dei partiti, e lui con il senso dell’opportunità che lo ha sempre contraddistinto scriveva articoli di fuoco contro la partitocrazia. «Non badategli, è un cavallo Pazzo», lo copriva Zucconi. Pierluigi Magnaschi, oggi direttore dell’Ansa, se lo portò dietro alla ”Domenica del Corriere”. Ancora adesso si fregia di essere stato il suo unico domatore: «Nonostante la sua fama, con me si è sempre dimostrato uomo ragionevole». Non la pensava così il presidente Pertini, che quando lesse un pezzo contrario alla sua rielezione telefonò a Magnaschi ululando: «Quel Fini è un drogato, un alcolista, un terrorista!». Leggende quirinalizie, in parte coltivate dallo stesso Fini che evidentemente, prima di posare per una foto si scompiglia apposta i capelli, si scola un termos di irish coffee e infine mastica una scatola di toscani allo scopo di avere l’espressione più sconvolta possibile. Tutte balle, perché invece dal vivo è una personcina normale, con tanto di camicia stirata e uno studio in perfetto ordine, come pure il resto della casa che non mostra traccia alcuna di orge e baccanali. L’unico vizio certificato appartiene al passato remoto: tra i 18 e i 28 anni fu uno dei migliori giocatori di poker di Milano. Quindi un vincente, non un dissipatore. Lontano dal tavolo verde ha vinto poco, finendo a scrivere spesso e volentieri per testate defilate. Quelle grandi non lo vogliono, si lamenta, ma forse non bisogna considerarla una persecuzione, è solo perché gli avvocati costano e gestire un giornale è già abbastanza complicato senza le querele. Per consolarsi si è messo a scrivere libri. Per consolarsi, ma anche per non fare la fine di suo padre, che è poi quella di ogni giornalista puro, bravo o incapace che sia: dimenticato il giorno dopo aver scritto l’ultimo pezzo. Per fortuna non si tratta di raccolte di articoli ma di libri veri. Di libelli, per la precisione. Fini è per vocazione un pamphalettista, tipo di autore che ha qualcosa del profeta, dell’esibizionista e del rompiscatole. Pamphlet era Bagattelle per un massacro di Cèline. Pamphlet è La rabbia e l’orgoglio della Fallaci. Pamphlet sono Elogio della guerra e il Denaro sterco del demonio, che Fini ha scritto col coraggio un po’ sventato di chi carezza un pitbull contropelo. Adesso esce Il vizio scuro dell’Occidente. Manifesto dell’antimodernità e ci saranno ancora una volta alzate di spalle, smorfie di disgusto. Leggendolo in bozze si immagina che non gli verrà perdonato l’antiamericanismo «di centro», che non avendo né una matrice fascista né una matrice comunista non può essere facilmente liquidato come relitto ideologico. Inclassificabile, ingestibile, inopportuno, Fini non ha nemmeno la scusa di essere cattolico. No global borghese, la sua rivolta contro il mondo moderno non prende spunta da De Maistre e nemmeno da Evola o Guénon bensì da Nietzsche, nella cui opera evidentemente si può pescare tutto e il contrario di tutto. Alla base sembra esserci la Genealogia della morale, dove il filosofo tedesco spiega che la morale non è moralista ma è utile (fra parentesi è un po’ il discorso del cardinal Biffi intorno ai dieci comandamenti, chissà se Fini lo sa). Nietzsche è la passione di sempre, nello studio ci sono interi scaffali a dimostrarlo con file di volumi pieni di segnalibri e annotazioni. Sull’uomo che abbracciò un cavallo ha scritto anche una biografia, la terza dopo quelle dedicate a Nerone e a Catilina. Tre personaggi variamente disgraziati, il che non è certo casuale, anzi, ha tutta l’aria di un gioco di rispecchiamenti e identificazioni. Di Catilina, il congiurato romano ammira il coraggio di andare fino in fondo. «A me invece mi manca». Meno male, così almeno non finirà decapitato in Etruria. Camillo Langone