Francesco La Licata La Stampa, 20/11/2002, 20 novembre 2002
I forzieri di Vituzzu malucarattere: le conquiste di Ciancimino, il sindaco-boss morto in solitudine, La Stampa, 20 novembre 2002 Il sindaco che si fece boss è morto solo, lontano da casa, lontano da quella Palermo che - sotto sotto - non aveva mai amato
I forzieri di Vituzzu malucarattere: le conquiste di Ciancimino, il sindaco-boss morto in solitudine, La Stampa, 20 novembre 2002 Il sindaco che si fece boss è morto solo, lontano da casa, lontano da quella Palermo che - sotto sotto - non aveva mai amato. Lui era di Corleone, ”Vituzzu” vedeva Palermo come terra di conquista, come occasione di rivincita, anche per nome e per conto di quella banda di ”viddani”, per dirla con la spocchia della mafia palermocentrica, di quei contadini corleonesi che non riuscivano ad entrare né nei salotti buoni di Palermo capitale, né tantomeno nella segreteria politica della dc, motore e cervello di ogni fortuna. Il sindaco che si fece boss è morto a Roma, in un appartamento che non appare affatto lussuoso ma che guarda pur sempre nel verde di Trinità dei Monti. Era malato da tempo, il sindaco Ciancimino. Un ictus crudele lo aveva consegnato alla sedia a rotelle, ma prima di rassegnarsi, Vito, le aveva tentate tutte. Anche azzardando, come dimostra una vecchia caduta con conseguente distacco del femore. Aveva 78 anni e un’esistenza vissuta molto pericolosamente. Non se lo perdonerà, il figlio piccolo, Massimo, di non essergli stato accanto nel momento dell’addio. Lui che ha dedicato moltissimi anni della propria giovinezza alla faticosa gestione di un malato difficile e mai rassegnato alla dipendenza. I vecchi, si sa, ad un certo punto rompono i freni e chi da giovane è stato ”malucarattere”, non si aggiusta con gli anni. Non era docile, Vito Ciancimino. Non c’era proprio nessuno nella casa di salita S. Sebastianello, la notte tra lunedì e martedì. Non c’era neppure la governante russa che lo accudiva, né il marito, né l’autista, Paolo, che spesso spingeva la sedia a rotelle fino a Villa Borghese dove ”il sindaco Ciancimino” amava respirare l’aria frizzante dell’autunno romano. Certamente aveva guardato la televisione, ”Vituzzu”, la sera prima. Certamente non si sarà perso la puntata di Vespa su Andreotti. Già, il ”divo Giulio”, il politico verso cui Ciancimino non aveva mai nascosto una infinita avversione. Né quando faceva politica a Palermo e si abbracciava e scontrava col suo delfino, Salvo Lima, né dopo, quando - nel pieno delle sventure giudiziarie - cercava di dirottare verso l’ex presidente del Consiglio il peso enorme delle proprie responsabilità politiche e penali. Con Lima, per la verità, il rapporto era più mite. ”Salvuccio” era accomodante, trovava sempre una mediazione e poi, amava ricordare Ciancimino, pagava i prezzi della politica. Affermazione profetica, alla luce di quella tragica mattina di marzo 1992, quando il povero proconsole andreottiano cadde morto vicino ad un cassonetto di Mondello, abbattutto dal fuoco mafioso. Ne era passata di acqua sotto i ponti da quando imperversavano i mitici Anni Sessanta e ”Salvuccio” dava le feste e a Palermo si favoleggiava sul «primo miliardo di Salvo Lima». Ciancimino non era ancora nessuno o quasi, ma guardava e imparava. Lui era lì per conto di altri, i «suoi» non erano i mafiosi di Ciaculli, i Greco e i Bontade, che si arricchivano con la speculazione edilizia sui giardini della Conca d’Oro. I «suoi» stavano a Corleone, erano Liggio, Provenzano e Riina, e si apprestavano a conquistare il territorio palermitano. Poi toccò anche a lui, a ”Vituzzu”, in sinergia con ”Salvuccio”. Il sacco di Palermo, già. Le licenze edilizie concesse a piene mani, quattromila in una notte di cosiddetto dibattito consiliare. Lima sindaco, Ciancimino assessore all’urbanistica e fuori un’orda famelica di palazzinari. Eppure nessuno esecrava: e forse non era paura, è probabile fosse consenso. A parte qualche flebile voce di protesta, d’altra parte, era sotto gli occhi di tutti come a fronte dell’azzeramento della memoria architettonica di Palermo, le ville liberty demolite per far posto ai casermoni, sull’altro piatto della bilancia vi fosse lo spot vincente della ”casa per tutti”. E le maggioranze rimanevano tanto granitiche da non esser scalfite da manifestazioni e cortei. Erano, semmai, le faide interne a determinare fortune e disastri politici. Era autoritario, Ciancimino. Determinava la politica cittadina, controllava i congressi del partito attraverso il vecchio trucco delle tessere fasulle, come racconterà ai magistrati il pentito Gioacchino Pennino, nipote dell’omonimo boss e ”maggiorente democristiano”. Era il periodo in cui la politica si faceva a Favarella, nella tenuta del boss Michele Greco ”il papa”: a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta, quando cioè cambiava il vertice di Cosa nostra e i corleonesi ”vincenti” ereditavano l’interno vecchio sistema di potere politico-mafioso, cugini Salvo compresi. Era il periodo in cui ai vertici locali della dc, persino agli andreottiani, veniva notificato che «bisognava far entrare il gruppo di Ciancimino». Lui, ”Vituzzu”, ha sempre negato, ovviamente. Con la concretezza del ”parvenu”, descriveva senza falsi pudori la spartizione dei grandi affari. Un giorno, davanti ad un bicchiere d’acqua ghiacciata con l’anice, anzi con lo ”zammù”, seduto sul divano chiaro di piazza di Spagna si espresse così: «Lei è palermitano come me, perciò non dovrebbe avere difficoltà a capirmi. La cosa funzionava secondo la regola democratica dell’equa parte. Cioè: la dc possiede il 40 per cento dei voti? Ebbene ha diritto alla stessa percentuale di appalti. E così via, fino ai partiti più piccoli». E la sinistra? Chiedeva il cronista. «Loro», e con questo voleva dire «i comunisti», «non volevano soldi, chiedevano lavori per le cooperative». Il giocattolo sembrava perfetto, fino all’arrivo di Giovanni Falcone, che prese ad inseguire quel flusso di soldi scoprendo uno dei forzieri di ”Vituzzu”, quello del Canadà. Incredibile il giro vorticoso di soldi che ruotava attorno ad un uomo nato non ricco, figlio di un barbiere corleonese ex emigrante, arrivato al massimo obiettivo del diploma di geometra. Solo l’abilità del giudice potè avere ragione della furbizia di don Vito. E l’ex sindaco non nascondeva la propria avversione per un magistrato che descriveva come «un uomo di potere», che «cerca il potere in ogni modo utilizzando le indagini per colpire alcuni e risparmiare altri». Sembrano temi rubati alle polemiche odierne e invece risalgono agli Anni Ottanta. Cadono in contemporanea, l’ex sindaco e i cugini Ignazio e Nino Salvo. Conoscono il carcere, colpiti dalle accuse di Tommaso Buscetta che è l’arma letale di Falcone. Ciancimino a Rebibbia: sembrava fantapolitica alla vigilia del maxiprocesso. I beni sequestrati, il confino, le misure di prevenzione: un diluvio, malgrado i 19 rinvii inspiegabilmente registrati ad ogni inizio del processo per le misure di prevenzione. Era il tramonto, si intuiva che non sarebbe finita come nel 1972, quando un altro pentito lo accusò. Si chiamava Leonardo Vitale, il pentito. Ma erano altri tempi e le sue rivelazioni finirono nella spazzatura. Anzi, per la verità, gli si ritorsero contro e gli costarono prima il carcere e poi il manicomio criminale. Ma il sindaco che si fece boss era ormai in forte discesa. Unico politico condannato per mafia, era anche uno dei pochi ad aver espiato più di dieci anni di carcere. Segno che era stato proprio mollato: per lui non valsero i motivi di salute, non vennero in soccorso improvvisi ed inspiegabili dimagrimenti, non furono varate nuove leggi. Sarà stato, forse, per questo che - disperato - tentò la via della collaborazione. Incredibilmente accettò il pericolossimo ruolo di mediatore di una inespressa (e inconfessabile) trattativa tra Stato e Cosa nostra, sollecitata da apparati di sicurezza allo sbando sotto i colpi stragisti di Totò Riina. Fu ingenuo, ”Vituzzu”, in quella occasione. Perché i carabinieri portarono a casa Riina in manette e lui dovette ritirarsi precipitosamente, dopo aver sputtanato un bel po’ di Cosa nostra ed esser diventato soggetto a rischio, specialmente dopo la reazione dei corleonesi infuriati per l’esito di una campagna miseramente fallita. Tanto a rischio da scegliere di disertare Palermo per sempre. La pelle, comunque, l’ha salvata. morto nel suo letto, come avviene per le persone perbene o per i grandi boss, togliendosi lo ”sfizio”, direbbe lui se fosse vivo, di guardare in tv la faccia di Andreotti condannato a 24 anni di carcere. Francesco La Licata