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 2002  novembre 26 Martedì calendario

La Rijndelta e la sua ciurma a caccia della marea nera, Corriere della Sera, martedi, 26 novembre 2002 Galizia Bank (Oceano Atlantico)

La Rijndelta e la sua ciurma a caccia della marea nera, Corriere della Sera, martedi, 26 novembre 2002 Galizia Bank (Oceano Atlantico). In alto mare ha albeggiato da poco. Sul ponte di comando della nave olandese Rijndelta Bert, Backus setaccia onde radio e frequenze, poi attacca: «Polmar two, polmar two, qui è Rijndelta: dov’è la chiazza più grande?». Dall’aereo francese che sorvola la zona rispondono in pochi secondi: «Coordinate 42.28 Nord, 10.50 Ovest: saranno 100 metri per 150». Un lampo negli occhi di Backus fa pensare a Achab, ma quando apre bocca ti sembra Bruce Willis: «Molto bene, è proprio questo il bambino che stavamo cercando». Questo olandese di 50 anni, che lavora per il governo dell’Aja e mostra la foto delle figlie parlando di porti in Caribe e tempeste al largo della Cornovaglia, è uno dei responsabili della battaglia contro la marea nera qui in Spagna. L’olio per lui è un nemico e insieme una ragione di vita. Qualche ora fa, mentre la Rijndelta avanzava fra onde di tre o quattro metri verso il combustibile perduto dal Prestige, lo spiegava così : « un peccato che succedano cose come queste. Ma quando accadono ci vuole qualcuno che sappia come affrontarle». Il resto non c’era bisogno di dirlo: Backus sa come si fa. La gente della Rijndelta pure. Li hanno chiamati perché in questo campo sono tra i migliori al mondo, e loro non vedono l’ora di cominciare. Con Arie Lagendijk, il capitano, per intendersi basta un’occhiata: motori a tutta, finalmente ci siamo. Dopo quattro giorni passati in porto e una notte di viaggio, la nave venuta da Rotterdam a ripulire l’Atlantico può entrare in azione. A bordo i sedici dell’equipaggio ci tengono a farlo prima di tutti gli altri. E soprattutto prima della Ailette, una nave francese, che è salpata anche lei non appena il tempo lo ha consentito. Sono in pochi in Europa a fare questo lavoro, si conoscono tutti e negli anni, di disastro in disastro, fra loro è nata una rivalità. Magari sembrerà strano, visto che lottano assieme per evitare catastrofi, eppure c’è: scanzonata ma inevitabile. Perché questi uomini di mare sono fieri e di sicuro qualcuno sul Rijndelta sta pensando: «Facciamo vedere al mondo come si comportano gli olandesi». Così quando dall’aereo dicono a Backus che in zona incrocia anche la Ailette la risposta è perentoria: «Questa è roba nostra, ok?». E nessuno ha nulla da obiettare. Sono le 10 del mattino quando la prua della nave si tinge di nero. Un marinaio tira un sasso nell’olio, si ferma sospeso a metà nell’enorme pozzanghera: «Deve essere spessa almeno cinque centimetri». Le braccia metalliche della Rijndelta si allargano a destra e sinistra dell’imbarcazione, gli argani le calano in mare, perpendicolari rispetto allo scafo, finché non affondano in acqua per un buon mezzo metro. Tutto intorno c’è puzza di raffineria, in coperta viaggiano scariche di adrenalina: «Yaaa-hiii», qualcuno fa il verso agli Apache. In equilibrio sulle travi di acciaio, soltanto un metro sopra l’oceano, gli olandesi spostano tubi di gomma pesanti decine di chili. Sono capaci di spaccarsi la schiena per ore, ma se li guardi sorridono subito come per dire: «Fatica io, ma che scherzi?». «Questa è la gente di cui c’è bisogno», ghigna Bert Backus. Gli arti meccanici sono lunghi 12 metri: manovrandoli in modo che tengano un angolo di 60 gradi rispetto alla nave, arpionano l’olio e lo costringono fra sé e lo scafo, incanalandolo verso le pompe. Se queste fossero davvero due braccia, e la nave il corpo di un uomo supino che avanza nell’acqua con i piedi rivolti alle chiazze, allora le pompe sarebbero sotto le ascelle. Così la Rijndelta si muove nel fuel: le pompe lo aspirano per scaricarlo nel tanker, il serbatoio che occupa tutta la parte centrale dell’imbarcazione. un fiotto nero, viscoso e pesante: quasi l’Atlantico fosse pieno di «blob». Il lavoro è senza fine, gli uomini si danno il cambio ai comandi dei due macchinari. Fatta eccezione per il capitano e per i suoi due ufficiali, c’è una sola persona che li può fermare: è Alex, il cuoco di bordo. di Capo Verde e somiglia a Toninho Cerezo, fa il giro del ponte con lo strofinaccio legato alla vita: muoversi, il pranzo è servito. Ubbidiscono tutti. Attorno al tavolo si siedono i marinai chiamati a difendere le coste spagnole dall’avanzata della marea nera. Ecco Johan, l’elettricista timido, che stamattina a colazione si è ritrovato, forchette e coltello in mano, a mezzo metro dal toast che stava imburrando: un’ondata aveva colpito la nave con tanta forza da spostare la sedia con tut ti i suoi 80 chili sopra. Al suo fianco, con gli avambracci tatuati e la grinta da duro, è seduto Kees Overduin: è il più grosso di tutti, i polpacci che sembrano meloni e tutto il resto in proporzione, ma la prima cosa che ti colpisce di lui è il sorriso. E ancora, c’è Ijsbrand de Haas, uno dei secondi del capitano, che lavora in mare da quando aveva 15 anni e oggi che ne sta per compiere 59 ama ancora raccontare di quando trasportava mandrie sui cargo che dall’Europa navigavano verso il Perù , o di quando in Nigeria due banditi gli piombarono addosso da sopra un albero per derubarlo di tutto quanto aveva in tasca. Poi arriva Richard Larus, che ha 20 anni ed è il più giovane del gruppo, si è unito alla ciurma un anno e mezzo fa, ma conosce i motori come nessuno. Mentre l’uomo con i favoriti bianchi si chiama Wout Verschoor, in cabina tiene le foto di famiglia e un libro di poesie ed è lui che, quando il pilota del porto di La Coruña è salito a bordo della Rijndelta per portare la nave fuori dalla rada, come previsto dai regolamenti, semplicemente, non gli ha lasciato i comandi. Ridono e si prendono in giro mentre consumano il pasto preparato da Alex, ma le loro sono pause di pochissimi minuti. Smettono la tuta e i guanti da lav oro solo il tempo necessario per mangiare, poi tornano sul ponte, a dare il cambio ai compagni che ancora stanno faticando. Lunedì mattina l’aereo è in ritardo, Bert Backus non vuol perdere tempo: domani l’oceano sarà pieno di onde alte cinque o se i metri e con quelle non si può lavorare. «Si va sottovento - decide -. Direzione Sud-Ovest. L’esperienza mi insegna che le macchie più grosse si trovano lì». vero, ci sono: tantissime. Lui si sporge dal ponte e inspira come fosse in montagna: «Ahaaa, olio», poi ride forte. Il lavoro riprende. Ora sono le 8 di sera e la Rijndelta sta ancora pompando. Il suo serbatoio può contenere tremila tonnellate di fuel. Bisogna tornare col pieno. Mario Porqueddu