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 2002  novembre 22 Venerdì calendario

Confessioni d’un mujaheddin, Diario, 22 novembre 2002 «Sai, io non morirò di vecchiaia ma da mujaheddin, saltando in aria con una bomba fasciata alla cintura»

Confessioni d’un mujaheddin, Diario, 22 novembre 2002 «Sai, io non morirò di vecchiaia ma da mujaheddin, saltando in aria con una bomba fasciata alla cintura». Abdul parla lento e sicuro. Ti fissa dritto negli occhi per vedere che effetto facciano le sue parole. Risponde schietto a tutte le domande: «Osama bin Laden l’ho conosciuto per la prima volta nel 1994, ero a un congresso islamico nella Costa d’Avorio. Da poco avevo finito il mio intervento sull’economia mondiale quando un signore mi si avvicinò dicendo che uno sheik voleva parlarmi in privato. Mi trovai di fronte un uomo alto dallo sguardo penetrante. Mi tese la sua mano, sottile e fredda, mi chiese di seguirlo in Sudan per approfondire la nostra conoscenza. Io, a quei tempi, non sapevo di trovarmi di fronte a uno degli uomini più devoti ad Allah. L’ultima volta che ci siamo visti è stato ancora in Sudan nel 1996. Mentre mangiavamo seduti per terra, rimasi affascinato da questo uomo leggero e semplice che trattava tutti con gentilezza. Fu allora che capii di trovarmi di fronte a un messaggero di Allah». Abdul Qadir Fad Allah Mamour non scende in particolari su che cosa si siano detti in quegli incontri. Da anni vive a Carmagnola, città di 25 mila abitanti a 27 km da Torino. nato nel Senegal nel 1964 e si è laureato in economia in Svizzera. Fa l’imam, anche se la sua vera attività la svolge a Zurigo. titolare della Fadl Allah Islamic Investment Company. La sua occupazione principale è piazzare in società sicure di mezzo mondo i petrodollari dei Paesi arabi. «Allah ci ha donato il petrolio, un tesoro che non si esaurisce mai. I musulmani mi consegnano i soldi in mano e quasi mai si firmano ricevute o documenti. Tra noi la parola conta più di ogni altra cosa. Chi la tradisce va incontro a seri guai». Gli chiedo se qualcuno lo abbia mai tradito. Abdul Qadir sorride mostrando i denti bianchissimi, mi offre un tè alla menta e intanto cambia argomento. Ora parte di quei petrodollari potrebbero finire proprio a Carmagnola. Abdul è a capo di un grande progetto: dare vita alla prima cittadina islamica d’Italia. Un intero quartiere per più di 200 famiglie, con tanto di scuole coraniche, supermercati, negozi, molto verde e naturalmente una grande moschea. La prima volta che presentò un progetto a Carmagnola fu nel 1994. In occasione della visita di un imam saudita, cognato di Osama bin Laden. I due proposero di costruire una grande moschea. L’idea rimase per anni nei cassetti dell’ufficio tecnico e infine non si fece niente. Ora Abdul Qadir si è fatto nuovamente avanti con un mastodontico progetto. Pochi giorni fa, in compagnia dell’imam Bouriki Bouchta di Torino, si è presentato nuovamente in Comune. Bouchta è un volto noto agli italiani. Dopo gli attentati dell’11 settembre fu l’unico a difendere Osama bin Laden pubblicamente, guadagnandosi la fama di duro. Di fronte a un imbarazzato Angelo Elia, sindaco eletto per il centrosinistra a Carmagnola, assisto a un incontro dai toni surreali. Il sindaco all’inizio non riconosce l’imam di Torino, si mostra gentile e ben disposto. AbdulQadir srotola i disegni della cittadella islamica su un ampio tavolo. Bouchta prende la parola e dice che in questa cittadina non vivranno terroristi ma solo «professionisti islamici». «Lasciamo alla Digos e ai servizi segreti gestire questa islamofobia che arriva dall’estero», dice l’imam di Torino. E allora il gentile sindaco lo osserva più attentamente e ha un sussulto: «Lei non è quello che andava sempre in tv a Porta a Porta?». Il volto di Bouchta si contrae in una lieve smorfia di soddisfazione: «Sì, sono proprio io». Elia rimane in silenzio, e per un momento fissa un punto immaginario sul tavolo. Poi domanda timidamente se il progetto faccia parte di un piano regionale: «No, stia tranquillo, sindaco. un progetto circoscritto solo alla vostra città». I due imam tentano di rassicurarlo, ma immagino a cosa stia pensando il sindaco. A 30 mila musulmani che, dalla vicina Torino, ogni fine settimana invaderanno la sua tranquilla città di campagna. Abdul a quel punto tenta un colpo a effetto. «Sindaco, se lei è disposto ad aiutarci in questo progetto Carmagnola diventerà famosa nel mondo intero! ». Ad Angelo Elia scappano una risata nervosa e un «E ci credo! ». Tutti scoppiano a ridere, musulmani e cattolici, credenti e non. A Carmagnola tutti sanno che Angelo Elia guida una coalizione di centrosinistra alquanto fragile. Dieci consiglieri comunali stanno con lui gli altri dieci sono l’opposizione. Il sindaco è costretto a essere presente a ogni seduta del consiglio per far valere il suo voto. Ovvero l’undicesimo, senza il quale la giunta cadrebbe. L’opposizione non attende altro che un suo passo falso, e la cittadella islamica, hanno fatto sapere dall’opposizione, potrebbe essere il colpo di grazia per il centrosinistra. Si torna a casa di Abdul. Troviamo la moglie Aisha con tanto di burqa e guanti neri. Fino a sette anni fa, questa milanese di 30 anni, usava il suo vero nome, Barbara Farina. Era una ragazza di fede cattolica che studiava lingue. Poi ha letto il Corano e si è convertita all’Islam. Come seconda moglie di Abdul gli ha dato 4 figli. Nella piccola casa in mezzo alla campagna dirige un giornale dall’inquietante nome: ”La combattente sulla via di Allah”. diffuso gratuitamente e il suo contenuto mette paura. A fianco a servizi che si occupano della «toilette e l’abbigliamento della musulmana in privato» se ne possono trovare altri come «la permissibilità di compiere atti di martirio. Nell’ultimo numero, per 11 pagine si descrivono, nei minimi dettagli, come si deve comportare un mujaheddin: «obbiettivo è quello di colpire il maggior numero possibile di nemici prima di essere uccisi», si può leggere. Oppure: «Suicida o kamikaze sono parole scelte dagli ebrei per scoraggiare i musulmani a compiere il martirio». Abdul mi regala diversi numeri, ognuno è per me una scoperta del pensiero islamico più radicale. Lo stesso Abdul, mentre sfoglio il giornale, ci tiene a sottolineare di essere lui stesso un mujaheddin: «Ho ricevuto il mio addestramento militare 15 anni fa in Libia». Chiedo a Aisha, che da dieci minuti non fa altro che parlare delle virtù di Osama bin Iaden, che ne pensa della possibilità di diventare moglie di un martire: «Ne sarei felice e orgogliosa perché saprei che mio marito si trova a fianco di Allah». Abdul interrompe la conversazione ricordando che oltre ad Allah ci sono ben 73 vergini a disposizione del martire. Aisha fa finta di niente e continua a parlare. Gli domando se l’Italia potrà un giorno diventare musulmana: «Certamente! Dovete considerare che noi a ogni generazione ci duplichiamo, mentre voi vi dimezzate». Gli domando cosa farebbe se uno dei suoi figli facesse la sua strada all’incontrario e diventasse cattolico: «Sarebbe meglio che morisse prima di uscire dalla strada di Allah». Ci allontaniamo nello studio di Abdul. Voglio sapere se conosce i guerrieri di Allah presenti in Italia. «Non posso dirtelo», mi risponde, «ma attualmente ci sono sul territorio italiano 2 mila guerrieri che hanno ricevuto un addestramento militare in Afghanistan». E cosa sono capaci di fare questi mujaheddin, gli chiedo a bruciapelo sicuro di non ottenere nessuna risposta. E invece Abdul Qadir risponde, eccome: «Tre o quattro di questi mujaheddin sono capaci di bloccare o distruggere una città grande come Londra. Ma state tranquilli. In Italia non faranno niente, sono solo di passaggio» Verso dove? Carota e bastone. «Stiamo preparando la grande rivoluzione islamica, l’Italia e per noi è solo una base. Quando la grande rivoluzione sarà alle porte noi abbandoneremo l’Italia e gli altri Paesi europei e non vi daremo più fastidio, anzi vi ringrazieremo». Ma poi lancia un messaggio sibillino: «Le autorità italiane devono smetterla di perseguitarci, sennò questi mujaheddin potrebbero svegliarsi anche qui!». E allora? «E allora ci sarebbe una guerra terribile per tutti!». Vado via senza riuscire a comprendere come mai Abdul Qadir, parli di argomenti così compromettenti con uno sconosciuto. Immaginando che per lui la guerra sia iniziata da molto tempo, riesco a cogliere il senso del suo messaggio: destare paura e seminare il dubbio. Spingerci a pensare che, dietro a ogni arabo presente in Italia, si nasconda un combattente di Allah pronto a tutto. Ruben Oliva