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 2002  novembre 21 Giovedì calendario

Vita da ”bomzh” a Mosca, con trenta gradi sotto zero, La Stampa, giovedì 21 novembre 2002 Ieri a Mosca sono morte per il freddo tre persone

Vita da ”bomzh” a Mosca, con trenta gradi sotto zero, La Stampa, giovedì 21 novembre 2002 Ieri a Mosca sono morte per il freddo tre persone. Ogni mattina, insieme con le previsioni del tempo e le quotazioni del dollaro, l’agenzia «Interfax» batte poche righe informando quante persone non sono riuscite a sopravvivere al gelo notturno. Questi bollettini sono un segnale dell’imminente inverno, della necessità di «tirare fuori il cappotto»: compaiono ai primi di ottobre e saranno quotidiani fino alla fine di aprile. Dal primo ottobre, in meno di due mesi cioè, nelle strade della capitale russa sono stati trovati 91 cadaveri: in media due al giorno, nonostante la temperatura sia raramente scesa sotto zero. Domani arriverà un’ondata di gelo e le statistiche aumenteranno vertiginosamente, minacciando di battere l’agghiacciante - in tutti i sensi - record dell’inverno scorso: 399 vittime. Quasi mezzo migliaio di persone sono morte in una metropoli senza che nessuno abbia gridato allo scandalo, senza che il Comune abbia varato provvedimenti, senza che i giornali abbiano denunciato l’indifferenza delle autorità e dei cittadini. L’80 per cento dei morti per il freddo vengono sepolti in fosse comuni senza venire identificati. Sono «bomzh», acronimo dell’espressione usata dalla polizia per indicare i senza fissa dimora, i barboni, i senzatetto. «In realtà le vittime sono molte di più», dice Evghenij Tretiakov, presidente della fondazione ”Pomosh” (aiuto). Ha scovato una organizzazione che rifornisce le facoltà di medicina di scheletri, ossa e organi, anche di interi cadaveri per le esecitazioni degli studenti. Decine di «bomzh» finiscono lì e non compaiono nelle statistiche: nonostante le proteste di Tretiakov, la macabra azienda funziona ancora. Il ministero dell’Interno ha contato in Russia 4 milioni di senzatetto. Ma non c’è bisogno di statistiche per accorgersi di un fenomeno ormai onnipresente. In luoghi affollati di emarginati come le stazioni e i giardinetti dei quartieri bene, facendo la spesa al mercato o portando a passeggio il cane ci si può imbattere in qualcosa che a prima vista sembra un cumulo di stracci e che si rivela un essere umano, rannicchiato per terra, sulla panchina di una fermata d’autobus, dietro un cespuglio. Immobile, occhi chiusi, volto sporco, qualche volta anche di sangue: può essere addormentato, ubriaco, malato, morto. I passanti, preferendo pensare alle prime due ipotesi, corrono via. Nel codice di comportamento del moscovita il «bomzh» è un personaggio da disprezzare ed evitare: nessuno si ferma a soccorrerlo o almeno a chiamargli un’ambulanza. Che comunque non lo preleverebbe: non ha fissa dimora, dunque nemmeno un’assicurazione sanitaria. Gli ospedali autorizzati al ricovero di persone trovate in strada cercano comunque di respingerli: i «bomzh» sono sporchi, si portano addosso un esercito di pidocchi e di germi, tubercolosi e sifilide compresi, e spesso sono ubriachi e violenti. Il «bomzh» Alexandr Vassilievic - in memoria dei tempi in cui era ufficiale chiede di chiamarlo rispettosamente con nome e patronimico - mostra la mano destra: la pelle è di una sporcizia ormai indelebile, delle dita sono rimaste soltanto le prime falangi. Si considera fortunato: quando, durante il grande freddo dell’anno scorso, era finito in ospedale per congelamento, il medico voleva amputargli tutto il braccio «per evitare che torni di nuovo», disse. Ogni giorno, insieme con la lista dei morti, «Interfax» riferisce anche di una decina di ricoverati per congelamento. Ma gli ospedali accettano i «bomzh» solo quando l’arto ormai non può più venire salvato e c’è il rischio di setticemia. Alexandr Vassilievic è ormai un veterano: vive senza casa da otto anni. Licenziato dall’esercito con il disarmo dell’era gorbacioviana, si è messo a bere. Ha deciso di vendere l’appartamento, troppo grande dopo la morte dei genitori, e di comprarsi qualcosa di più modesto. Ad «affare» concluso si è ritrovato con 200 dollari in tasca e la proprietà di una casa che si è rivelata una baracca in un villaggio abbandonato. Delle vittime delle truffe immobiliari del decennio scorso - 20 mila solo a Mosca - non è sopravvissuto quasi nessuno: la combinazione di freddo, alcol e malattie ha sterminato quella prima generazione di «bomzh». Alexandr Vassilievic, faccia da folletto di una fiaba russa, barba incolta, cappello di lana abbassato fino agli occhi azzurri, due volte è stato «deportato» dalla polizia: alla vigilia di eventi politici o sportivi il sindaco Luzhkov ordina di «pulire» la capitale. Scaricato in mezzo ai campi a un centinaio di chilometri di distanza con i suoi compagni di sventura, è sempre tornato indietro alla sua discarica di Solnzevo: Mosca è spietata con gli sfortunati, ma è anche una città ricca, dove chiedere elemosina, scaricare i treni merci o frugare cassonetti dell’immondizia può fruttare fino a 20 euro al giorno. Ormai non sogna nemmeno una vita «normale»: abita in una casetta che si è costruito con i rifiuti, ha trovato perfino un televisore. Alla discarica ha conosciuto anche sua moglie, Vera, una russa fuggita dalla guerra in Tagikistan, arrivata a Mosca in cerca di giustizia, lavoro o almeno un sussidio, e finita a raccogliere bottiglie vuote. Con loro abitano circa 300 persone che hanno paura solo dei naziskin - che picchiano a morte i «bomzh» per «pulire la razza» - e della polizia, che regolarmente brucia le «favelas» per farli sloggiare. Il popolo dei «bomzh» nella maggioranza è composto da «ex gente normale», anche perché i comunisti punivano il vagabondaggio con il carcere. Ai barboni «classici» come gli alcolizzati e gli ex detenuti si sono aggiunti gli orfani dell’impero: profughi, ex militari, vittime di sciagure e della criminalità, forzati del socialismo mandati a costruire fabbriche e dighe inutili al Polo Nord e tornati con le tasche vuote. Molti potrebbero e vorrebbero tornare a una vita normale, ma non riescono a uscire da un circolo vizioso: senza casa non possono avere una registrazione ufficiale della residenza, senza la registrazione non possono trovare un lavoro, senza lavoro non hanno soldi per la casa. Lo Stato non prevede alcuna assistenza e la morale pubblica alcuna compassione. Senza la registrazione non si ha diritto a un ospedale, una scuola, un sussidio, un letto. Nei tre ospizi comunali vengono ammessi solo barboni moscoviti (se hanno documenti per dimostrarlo). «Pomosh» da dieci anni tenta di fondare ricoveri aperti a tutti in cui i «bomzh» verrebbero nutriti, curati ed eventualmente recuperati. Ma prima di tutto scaldati: a meno 30 sotto zero un tetto non è un lusso. «A Mosca - si infervora Evghenij Tretiakov - perfino un cane sta meglio di un ”bomzh”: se viene investito si merita un ”povera bestia”, se non ha padrone qualcuno gli porta gli avanzi». Dopo aver bussato a tutte le porte, compresa la Chiesa ortodossa, Tretiakov - che ha sperimentato sulla propria pelle la vita vagabonda - ora vuole chiedere aiuto al Papa. In Russia, dice, la tradizione della beneficenza è stata estirpata dal comunismo: sul conto aperto da «Pomosh» sono arrivati soltanto 20 rubli (meno di un euro) mandati da una pensionata. Anna Zafesova