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 2002  novembre 27 Mercoledì calendario

L’assassino che ama gli obitori, Il Giornale, mercoledì 27 novembre 2002 «Moro. Brigate Rosse», aveva scritto con una bic rossa sul corpo della sua prima vittima in un maldestro tentativo di depistare le indagini

L’assassino che ama gli obitori, Il Giornale, mercoledì 27 novembre 2002 «Moro. Brigate Rosse», aveva scritto con una bic rossa sul corpo della sua prima vittima in un maldestro tentativo di depistare le indagini. Era l’aprile del ’78, la violenza di Maurizio Minghella esplode e trasforma questo ladro d’auto di piccola cilindrata, le uniche che sa guidare, in un serial killer. Un omicida che potrebbe essere addirittura il terzo tra i più prolifici in Italia, subito dopo Donato Bilancia e Ludwig, se verranno confermate le accuse per dieci omicidi, oltre ai quattro per i quali già sconta l’ergastolo. Stupratore assassino o folle delirante? Negli ultimi 26 anni, è stato visitato da undici psichiatri. L’hanno sempre ritenuto capace di intendere e volere, tracciando una biografia da brivido. Padre e zio alcolisti, penultimo di 5 figli, il ”Mostro di Bolzaneto” nasce nel ’58 a Genova da parto distocico, con taglio cesareo e asfissia neonatale. Ricoverato nei primi due mesi di vita per rachitismo, trascorre un’infanzia caratterizzata dal palese ritardo nello sviluppo psicomotorio: deambulazione a 22 mesi, linguaggio a 20 mesi, enuresi notturna. Anche la famiglia si disgrega: quando lui compie sei anni, le violenze del padre provocano la fuga della madre. Con i figli va a convivere con uno straccivendolo, alcolista, ex detenuto per tentato omicidio. L’uomo, a sua volta, percuote Minghella perché non riesce a camminare. I primi segni di instabilità li mostra invece a 11 anni: «Disturba la scolaresca di proposito - scriveva la maestra delle elementari - per uscire in giardino. Prende i compagni per il collo e tappa loro naso e bocca in modo che non possano gridare». Viene quindi mandato alla ”Scuola speciale per anormali psichici”, ma in nove anni di studi rimane al palo: non supera la seconda elementare. A 12 anni gli vengono somministrati i primi psicofarmaci e si ribella: inizia a scippare donne e anziani. Nella prima anamnesi del ’75 viene descritto come un bambino umorale, che lamenta un’inferiorità dovuta agli insuccessi scolastici. «timido e inibito, suggestionabile e influenzabile - scriveva il medico -, con una intelligenza nettamente inferiore alla norma». Nel ’78 viene respinto dal servizio militare per «insufficienza mentale - si legge nel foglio matricolare - in personalità dai tratti abnormi». Superato lo scoglio della leva, si sposa «per scommessa, insomma per caso», come ammise poco dopo, con una ragazza di 17 anni che diverrà eroinomane e dipendente dagli psicofarmaci. Dopo alcune molestie sessuali ai danni di due ragazze, viene accusato di quattro omicidi. Le vittime vengono prima stuprate e poi strangolate o impiccate. La prima, Anna Pagano, è una prostituta tossicodipendente; poi Maria Catena Alba, 14 anni. Ancora: Maria Strambelli, commessa in una drogheria a Wanda Scerra, impiccata con la cintura di un impermeabile. I corpi vengono ricoperti con del fogliame o un plaid. Minghella prima confessa poi ritratta fino all’ergastolo. La passione per gli obitori. Arrogante, spaccone, appassionato di discoteche, film western e polizieschi violenti, Minghella frequenta i bassifondi di Genova. Ai periti ricorda la predilizione per camere ardenti e obitori nei quali si recava spesso. Lì costruisce un’area di fantasia privata, più adeguata che non il delirio. Ci va per osservare i cadaveri di giovani. Ci va per assistere alle scene strazianti dei familiari dei defunti, tra grida e lacrime. Dalla morte del fratello in un incidente stradale, abbandona il motocross e, ossessionato, si dedica gli obitori. Ma perché uccide? «Minghella riferisce frequenti e violente cefalgie - ricordano lo psichiatra Paolo De Pasquali e il professor Francesco Bruno nella relazione difensiva - durante i rapporti sessuali e le masturbazioni sostiene che deve raggiungere l’orgasmo almeno due volte al giorno. Non sopporta la vista del sangue mestruale: quando lo vede, uccide». Torna e uccide. Dopo 17 anni di detenzione a Porto Azzurro, isola d’Elba, ottiene la semilibertà per buona condotta. Viene trasferito nel ’95 alle Vallette a Torino. Semilibero dall’agosto del ’96 colpisce una quarantina di volte: oltre agli omicidi, gli vengono contestati undici stupri, 14 rapine, cinque pestaggi, un sequestro di persona e, ancora, spaccio di droga e distruzione di cadaveri. Le vittime? Donne, prostitute, molte straniere. Vengono derubate, stuprate, strangolate o impiccate. Alcuni corpi vengono trovati carbonizzati con riti post mortem sui quali è meglio non dilungarsi. Tornato definitivamente dietro le sbarre nel 2001, grazie alla targa del motorino memorizzata da una prostituta albanese, Minghella si chiude nell’indifferenza. Accetta di incontrare solo la madre, perde 28 chili in tre mesi, simula goffamente un suicidio e invano cerca di evadere. Fine pena: mai. Gianluigi Nuzzi