Gian Antonio Stella, Sette, 21/11/2002, 21 novembre 2002
I bei tempi andati della MotoMussi, Sette, 21 novembre 2002 Il giorno in cui Berlusconi disse che aveva la faccia «per metà di Hitler e per metà di un salumiere», rise: «Si vede che non ha mai saputo distinguere le persone perbene dalle altre»
I bei tempi andati della MotoMussi, Sette, 21 novembre 2002 Il giorno in cui Berlusconi disse che aveva la faccia «per metà di Hitler e per metà di un salumiere», rise: «Si vede che non ha mai saputo distinguere le persone perbene dalle altre». Quando Bossi lo chiamò «Musso, hi-ho, hi-ho» invitandolo «a studiare Gramsci, somaraccio!», fece spallucce: «E me lo dice un professore come lui? Guarda coincidenza: su Gramsci ho dato una tesi alla Normale di Pisa». Incassatore di spirito, non se la prende se per i baffi pepponiani e gli occhi a spillo lo chiamano «il Tricheco» e s’è fatto carico per anni di andare in tv quando il partito veniva bastonato dal voto: «Allora chi va fuori? Ho capito. Vado io». C’è una cosa però che Fabio Mussi incassa malissimo: le battute di D’Alema. L’ultima, al Lider Massimo che pure è cosciente del difetto («Non sono una persona violenta. La mia violenza è che non riesco a trattenere la battuta. Il sarcasmo. sbagliatissimo, lo so»), è scappata a una recente assemblea: «Io e Mussi, che siamo commilitoni dal ’67, ci siamo a lungo tollerati...». E lui, sorridendo acido dal basso: «Non solo tollerati, via...». «Commilitoni»? Valentino Parlato, che del linguaggio della sinistra è un finissimo osservatore e un giorno s’imbarcò in una allucinante disputa con i lettori duri e puri che rifiutavano l’idea della domestica contestando chi «progetta raffinate architetture informatiche» mentre «altri puliscono il pavimento, il cesso e la cucina», ha drizzato le orecchie: «Mai sentito usare quella parola a sinistra: io l’ho sempre associata ai militari, alla naja, alle caserme». Dopo la ”kista” (la confessione pubblica che veniva professata alla scuola quadri delle Frattocchie) e i piani quinquennali e il centralismo democratico è diventata merce avanzata anche la parola «compagno», che pure veniva usata anche da Giuseppe Saragat, Sandro Pertini o Bettino Craxi? Mussi dice di no. E cerca di sdrammatizzare ricordando come Paolo Spriano, a chi gli rinfacciava di aver chiamato Giuliano Procacci «amico», rispose: «Compagni qui lo siamo tutti, ma Giuliano è di più». Quella battuta di D’Alema, però gli ha gettato sale nelle ferite aperte un anno e mezzo fa. Quando Baffino di Ferro usò la sua influenza perché il partito scegliesse come capogruppo alla Camera Luciano Violante facendosi scappare parole che inutilmente avrebbe smentito: «Non possiamo fare opposizione con uno che sa solo raccontare barzellette». Non che lui, Mussi, da bravo toscanaccio, si risparmi nelle staffilate. Basti ricordare quella a Fini: «Bravo ragazzo, ha solo un difetto: è un po’ fascista». Essere liquidato così, lui che ama le eleganti citazioni sulla curva di Abel o sulla disputa di Gerberto contro Oderico davanti a Ottone II sulla matematica e la fisica, gli sembrò però insopportabile. Come gli deve essere insopportabile sentire D’Alema ironizzare su decenni di amicizia elevati in reciproca tolleranza. Quella tra Fabio e Massimo, infatti, prima della sventurata battuta dalemiana e della astiosa reazione mussiana riassunta nell’accusa al «commilitone» di «culto della personalita», è stata una delle rare amicizie vere e profonde di tutto il «palazzo». Si erano incontrati la prima volta, racconta Fabio, una mattina di ottobre di tanti anni fa, sulle scale del pensionato della Normale di Pisa: «Avevamo due borse a testa, una per mano. Dalla Casa dello Studente arriva un gran casino. I fascisti avevano tentato di mettere su una manifestazione per i colonnelli greci. Quelli di sinistra avevano reagito. Mollammo le borse sulle scale e ci precipitammo. Capitando in mezzo ad un massacro». Si conobbero così, «nel furore della battaglia, diciamo. Lui era asciutto come un’acciuga, aveva i baffetti appena accennati e una testa enorme tutta ricci. Era tutto spigoli ma aveva un’intelligenza scintillante». Per anni e anni furono inseparabili. Assemblee, manifestazioni, feste, seminari, esami, corteggiamenti, scampagnate sui colli con la «MotoMussi» una vecchia Ducati 98. Fu a Fabio che Massimo telefonò la notte in cui, davanti alla Bussola, venne coinvolto negli incidenti in cui rimase paralizzato Soriano Ceccanti: «Mi chiamò a Piombino verso le due disse: ”Vieni, è successo un disastro”. Mi cambiai, mi misi un giaccone pesante, presi la ”MotoMussi” e arrivai a Pisa che era ancora buio». E fu di nuovo da Fabio che si rifugiò l’estate più straziante della sua vita: «Quando in un incidente stradale morì Giusy, la sua compagna, Massimo venne da noi a Piombino. Si fermò un mese. Uscivamo con un gommone piccolissimo io, mia moglie, le bambine e lui. Fu un estate di solitudine, dolore, malinconia...». Dentro la loro rottura c’è dunque qualcosa di più della crisi di un rapporto politico. C’è sullo sfondo, al di là del caratteraccio di D’Alema che spesso cede alla tentazione di infilzare chi gli sta intorno (ve la ricordate sua definizione dell’Ulivo? «Un partito politico e dodici virus») il guaio umano prima ancora che politico di una generazione di leader di sinistra alle prese con un problema più grave ancora che non le sconfitte elettorali o il rapporto con gli elettori. La mancanza della «colla» indispensabile per dare vita ad un progetto: la reciproca stima. Gian Antonio Stella