Stenio Solinas Il Giornale, 26/11/2002, 26 novembre 2002
Lo sbafista raccoglie briciole sognando la torta, Il Giornale, martedì 26 novembre 2002 Sgranocchio è corta e tozza, zoppetta
Lo sbafista raccoglie briciole sognando la torta, Il Giornale, martedì 26 novembre 2002 Sgranocchio è corta e tozza, zoppetta. Lavora in un mensile di moda e la chiamano così perché a ogni doposfilata si informa. «Dov’è lo sgranocchio?», insomma, dove si mangia. Grana sembra una massaia che abbia sbagliato il parrucchiere e sia finita in quello unisex del figlio specializzato in tagli punk. A un cocktail dei bellezzari, il borsone di Prada (omaggio, naturalmente) le è scivolato di mano e il suo contenuto si è sparso in terra. Era pieno di schegge di parmigiano, lestamente arraffate dal buffet. Da qui il nomignolo. Pitone, invece, fa il critico musicale freelance, passa da Marilyn Manson a Mietta, sempre disgustato e sempre affamato. Voracissimo, ha la digestione lenta e il colpo di sonno. Come il serpente da cui i colleghi hanno preso in prestito il nome. Poi c’è Ciuccia, una laurea alla Bocconi, dice, specializzata in fashion business, dice. «Te li ciucci tutti tu i collants?», ha chiesto un giorno alla caporedattrice del settimanale femminile che sotto Natale vede la propria scrivania riempirsi di regali. Quella si è ciucciata le calze e a lei ha lasciato il soprannome. Ciuccia ce l’ha un po’ con Mercatino, copy di moda di un’altra rivista con cui collabora. Rivende ai colleghi gli omaggi delle case dei settore (scarpe, abiti, accessori), trasformando l’ufficio in negozio: «Vieni a vedere se c’è qualcosa che ti piace nel mio showroom personale», dice ironica ma non troppo. «Sì - si danno di gomito Ciuccia e le altre - il mercatino». Appunto. Nella quotidianità a volte si incrociano. Il numero di eventi, presentazioni, cocktail, lunch, brunch, afterhour, dinner, convegni, anteprime è tale che occorre una rigida scaletta e un’accurata selezione. E poi ci sono le idiosincrasie, verso gli organizzatori o i padroni di casa («sono così cafoni», «no, guarda, fanno dei ”presenti” così stinfi che non vale la pena», «figurati, facevano i guantai e ora si atteggiano a stilisti», «stilista? Ma se non è nemmeno un sarto»), le location («scherzi, dovrei cambiare linea della metro», «scherzi in periferia con la macchina? sarà pure un leasing aziendale, ma l’idea che me la ciulino non mi piace lo stesso», «scherzi, più che un loft sembra un ospedale»)... Periodicamente, però, si ritrovano tutti in qualche trasferta organizzata all’estero, l’apertura di un albergo a Evian, una nuova linea etnica a Marrakesh, un nuovo museo o una nuova mostra a Bilbao o a Barcellona, una clinica della salute in Engadina. Lì Sgranocchio, Grana, Pitone, Ciuccia e Mercatino sono come la Panzer Division che fronteggia l’esercito nemico e intanto cerca l’alleato. Che siano nella lista della pr che ha organizzato la tre giorni di talassoterapia in Normandia sembra loro dovuto, più che normale. Ma come mai c’è quel noiosone allampanato di Culetto d’oro (sorvoliamo sulle origini dello pseudonimo), collaboratore culturale del quotidiano di sinistra per eccellenza? E come ha fatto a rientrare nel giro Nasino, giornalista di turismo che a forza di sniffate ha un cratere al posto delle narici? Ah, meno male che ci sono gli inseparabili Libera e bella e Treblinka, fotografo omosessuale lui, con la fissa dei capelli vaporosi, obesa redattrice di moda ebrea lei. «Non saresti dimagrita nemmeno a Treblinka», le ha detto una volta il suo sgraziato ed esasperato direttore donna. Amiche e amici l’hanno compatita per la spregevole allusione, ma poi gliel’hanno ricamata su come una stella. Di Davide... Non c’è bisogno di andare negli States per scrivere il John Henry Festival (Minimum Fax editore), il romanzo di Colson Whitehead che celebra l’epopea degli ”sbafisti”, il Guercio, il Francesino, il Piccoletto, freelance e redattori specializzati nel dar conto di cose inutili trasformate in eventi epocali, pagati e rifocillati per questo, oggi a New York, domani a Dallas a fare le trottole sul niente essendo loro stessi niente, pedine di una lista, anzi, nella megalomania d’oltreoceano, della Lista, l’indirizzario per eccellenza dove i manipolatori dell’informazione, agenti, pr, produttori, capiufficio stampa selezionano chi manipolerà per loro nel nome della libertà di stampa. Non ce n’è bisogno perché Sgranocchio e compagnia cantante fanno parte del panorama nazionale e chiunque pratichi questo mestiere conosce loro o i mille altri omologhi che li rappresentano, diversi nei soprannomi, nelle competenze, si fa per dire, professionali, nelle testate di riferimento, ma eguali per tic, manie, ”eghi” sovraeccitati e depressioni croniche, avidità e invidie. E non c’è bisogno di raccontare di una cittadina sconosciuta della Virginia dove si tiene un festival in onore di John Henry, eroe del folklore in una nazione che non avendo un passato pesca i suoi campioni senza andare tanto per il sottile, un povero negro che con la mazza sfidò una trivella a vapore, vinse ma ci rimase secco. E nemmeno di una sagra paesana che i media trasformano in evento e uno squilibrato in tragedia. Non ce n’è bisogno perché basta aprire un qualsiasi nostro giornale per vedere come la Lista e gli sbafisti imperino: il nuovo albergo High Tech, la festa epocale della stilista tizia, il sondaggio demenziale dell’agenzia caia, il raduno rock, il festival pop, l’evento doc, il romanzo cult, il video fusion, l’orologio must, la vacanza cool. Certo, siamo in buona compagnia. Di Wendy Holden, già vicedirettrice di Tatler, il mensile britannico con la fissa dell’aristocrazia, è appena uscito Fame fatale (Salani), dove protagonista è proprio il dietro le quinte giornalistico delle celebrità, il rapporto vittima-carnefice che esiste fra chi si occupa di persone famose o aspiranti tali e quest’ultime, un balletto tragicomico dove la stampa di eventi disprezza ciò che crea ma se ne nutre, e non ne può fare a meno. E sempre inglese, anche se non ancora tradotto, è How to loose friends & alienate people (Capopress editore) di Toby Young, autobiografia di un giornalista con la fissa del ”personaggio” uno che non vorrebbe più solo raccontare lo star system, ma farne parte, non raccoglierne le briciole ma tagliarsene una fetta. Perché poi questo è un mestiere strano per gli sbafisti, gli eletti e i forzati della Lista. Perché li mette in contatto con un mondo che non è il loro, sviluppa un metabolismo da ricco in fisici da poveri disgraziati da stipendio fisso (quando ce l’hanno) e li fa sballare. L’Evento organizzato li porta in alberghi che non si potrebbero mai permettere, in ristoranti dove in una sera se ne andrebbe il loro salario mensile, a contatto con un tenore di vita che non è il loro e mai lo sarà, ma che per poche ore o per pochi giorni avranno l’illusione che gli appartenga. Di qui le crisi, le isterie, le impuntature, i giudizi. Gente il cui orizzonte estetico non è mai andato oltre alle due camere e cucina ammobiliate discetterà sul cattivo gusto degli arazzi Aubusson della cantante, sull’orrendezza dello stile impero del critico, sulla scomodità dei divani Luigi XV dell’imprenditore... è la razza di quelli che al Vittoriale irridono al «bric-à-brac» di d’Annunzio, la parola magica con cui pensano di liquidare quello che non capiscono, la razza di chi si lamenta perché al Connaghut di Londra «pensa, con tutte quelle stelle e quelle arie non c’è nemmeno il frigo bar», perché nessuno gli ha mai insegnato l’eleganza non in serie del servizio in camera, la razza di chi crede che il carpaccio sia un piatto di carne da cui ha preso nome un pittore... Aggiungete la componente intellettuale e il quadro del disastro sarà completo. Vittime di un mestiere fatto di scrittura e, almeno in teoria, di letture, gli sbafisti in particolare e i giornalisti in generale soffrono della dicotomia fra ciò di cui si vorrebbero interessare e ciò di cui si debbono invece occupare. Quello con la fissa dei film d’autore è schiavo dello strapotere della cinematografia d’azione Usa, l’appassionato di musica d’avanguardia deve recensire Sanremo, il cultore della televisione stile Blob deve ingurgitare Maria De Filippi... Ma anche per chi, in fondo, riesce a tenersi nel suo specifico la frustrazione è in agguato. Se vai troppo controcorrente rischi di tagliarti tutti i ponti, di non avere più nessun referente, di metterti fuori dal giro, insomma, e il sarcasmo di quelli del ”branco” ovvero della Lista ti trasformerà da bastian contrario in macchietta... Non si creda che lo sbafismo sia una prerogativa del giornalismo culturale in senso lato, di spettacolo, di moda... Riguarda anche la politica. Qui, quello che si perde in esotismo, in frequentazione di luoghi e posti, si compensa con l’acquisizione di un potere più tangibile, con la consapevolezza di stare a contatto con chi ha veramente in mano qualcosa. Qui lo sbafista ha il delirio di onnipotenza del tu dato al ministro (la libidine dei nomi propri è poi un’altra caratteristica di sbafisti e/o carrieristi: Cesare al posto di Romiti, Luca al posto di Montezemolo...), qualche servizio ben rimunerato, la possibilità di esercitare anche per conto terzi l’arte della raccomandazione, il brivido mentale di chi si illude di conoscere i meccanismi che regolano la vita pubblica. Miserie, naturalmente, e nessuna persona di buon senso baratterebbe un’ora della propria vita per la conversazione di un deputato o di un senatore, fra le più noiose e inconsistenti sulla faccia della terra, ma rientrano in quel combinato disposto di intellettualismo, voglia di apparire, ansia di successo, complesso di inferiorità, crisi esistenziale che connota la categoria. No, non c’è bisogno del John Henry Festival per capire quanto noi giornalisti siamo messi male. Basta andare a una conferenza stampa. O fare due passi in una redazione. Stenio Solinas