Vivia Benini Diario, 29/11/2002, 29 novembre 2002
Cesare Matteucci de Nobili, partigiano bianco sugli Appennini e cacciatore di diamanti in Venezuela, Diario, 29 novembre 2002 «Ho avuto un’infanzia gloriosa
Cesare Matteucci de Nobili, partigiano bianco sugli Appennini e cacciatore di diamanti in Venezuela, Diario, 29 novembre 2002 «Ho avuto un’infanzia gloriosa. Gli Appennini tosco-romagnoli sono stati il mio regno: lì ho conosciuto l’amore, lì ho commesso, per circostanza di sorte, il mio primo delitto. Sono stato ufficiale di cavalleria; ho fatto le guerre della mia epoca. Ho partecipato attivamente alla guerra partigiana. Ho combattuto per gli ebrei contro gli egiziani. Ho cercato tesori, ho cercato diamanti, ho congiurato in Ecuador. Ho fatto molti errori; ho distrutto il mio patrimonio. Scrivo con emozione per liberarmi di colpe». Così si presentava sul risvolto di copertina l’autore di un romanzo breve dal titolo Il soldato Cafolla (Rizzoli, 1964), che vinse il premio Viareggio, opera prima, in quello stesso anno. Classe 1916, discendente di una nobile famiglia marchigiana, cui a Fermo è dedicata la torre più antica della città, Cesare Matteucci de Nobili vive in Toscana, in Versilia, circondato da cimeli di famiglia, una ricca biblioteca e molti ricordi che accompagnano i suoi racconti. Fra Pescia, dove è nato nel quattrocentesco palazzo di famiglia, Lucca e il lungomare, da Forte dei Marmi a Lido di Camaiore, di cose certamente ne ha da raccontare «II Marchese», come ancora lo chiamano qui. Dopo aver attraversato quasi per intero il secolo appena concluso, con il suo passo di uomo che ha visto ancora in faccia l’Ottocento, dice, oggi, di sentirsi un po’ stanco, ma non rinuncia alla sua autonomia, alle ore passate con una macchina da scrivere e pile di fogli da riempire. «Ho provato con le nuove tecnologie, ma il computer sarebbe troppo... tutto, grande, misterioso, complicato». Così, nell’era di internet, la memoria è il suo «motore di ricerca» «Avevo sei anni quando mia madre morì di parto e mio padre ci spedì in una fattoria di 3 mila ettari che aveva in Val della Meta, sull’Appennino sopra Pistoia, lasciati alle cure di una fattoressa. Avevo paura di lui. Di cinque figli, ero l’unico maschio. Iracondo e grosso, mio padre mangiava soltanto carne, ed esercitava la medicina senza essere medico: sperimentava rimedi «diavoleschi» contro il cancro, strane pozioni a base di formiche che provava su animali e uomini. Curava i suoi contadini con certe ricette che spesso ammazzavano invece di guarire. La gente chinava il capo di fronte a lui e molti lo consideravano un benefattore. In realtà era un folle che, essendo molto ricco, passava per originale. Per questo mia madre, pur religiosissima e sottomessa, cercò, finché visse, di tenerci lontani da lui. Mio padre amò alla follia la sua seconda moglie, una contadina giovanissima che morì alcolizzata. Lui allora uscì di sentimento e, fino alla morte, non vide mai più la luce del giorno. Si ubriacava la notte e all’alba ci volevano due uomini per portarlo a letto. Un vecchio cameriere chiudeva le tende e così, per anni, mio padre annegò in una vita cupa e desolata. Non andai al suo funerale». E le vostre proprietà? «Fattori e amministratori svendevano, fetta dopo fetta, il patrimonio. Produrre qualcosa era impensabile. Come un secolo prima, si viveva del proprio, senza sapere che un giorno sarebbe finito tutto. C’erano già industrie in quell’Italia degli anni Venti, ma nella fattoria di Val della Meta c’era l’altra Italia, dove si andava solo a cavallo per sentieri e forre, dove le mogli del padrone venivano messe su una portantina fatta con una sedia e due stanghe rette da contadini, uno più alto e uno più basso per le salite e le discese. Eravamo dei ”bambini-selvaggi”, io e le mie sorelle. Ci alzavamo all’alba, magnifica, sullo sfondo degli Appennini, giravamo a cavallo nei pascoli fra le mandrie di vacche, assistevamo agli accoppiamenti delle giumente con gli stalloni. Capivamo la vita, la morte e il sesso, vivevamo in comunione con la natura, testimoni di un mondo che di lì a pochi anni sarebbe scomparso per sempre. Ho portato con me, nell’adolescenza e nell’età adulta, un senso di superiorità per aver conosciuto le cose misteriose e magiche, legate a quei luoghi. Una sorta di unità interiore. Forse per questo, dicono che sono un uomo di un altro secolo». Eravate dei piccoli analfabeti? «Arrivai a 11 anni senza saper leggere né scrivere: i mesi dell’anno in fila, la posizione delle lettere nell’alfabeto, non le ho mai imparate. Eppure, in sintonia con quel mondo primitivo, ero felice; quando mio padre, si ricordò che avrei dovuto avere un’istruzione. Per affrontare gli esami di ammissione al ginnasio, fui portato a Firenze da un giorno all’altro. Chiuso con un precettore, un prete spretato, nel nostro palazzo in città, in via dell’Oriuolo. Fine dell’infanzia, passaggi forzati: e così si cresceva. E studiare fu per me una vera, profonda passione. Amavo il latino, i classici, trascorrevo ore in biblioteca a Firenze e, nonostante il ritardo, riuscii a passare onorevolmente la licenza liceale che allora non era uno scherzo». Mentre lentamente il patrimonio si assottigliava. Ve ne rendevate conto? «Venne venduto anche il palazzo. Io però ero sicuro che avrei sempre avuto per me un cavallo, un fucile e un cane, che non avrei mai cambiato vita, almeno interiormente. Sono stato ricco e poverissimo, ma sempre con lo spirito di un milionario». Un «giovin marchese», segnato dai piaceri e dai doveri della sua epoca e del suo rango? «Seguii la strada che mi era destinata: il servizio militare nell’esercito, come ufficiale di carriera, ovviamente in cavalleria. Restava dentro di me, indomita, una sfida alle regole rigide, la sete d’avventura, l’insofferenza per gli apparati fanfaroneschi del nuovo regime. Non che fossi antifascista cosciente, non capivo molto. Non sapevo cosa fosse il marxismo. Stalin era un dittatore, ma ce ne avevamo uno anche noi. Dei fascisti nostrani vedevo i lati di arroganza e di parata e mi infastidivano. Un compagno d’armi, crociano, mi apri gli occhi. Cominciai a capire l’inconsistenza ideologica del regime, la follia proterva di chi cominciava a parlare di guerra quando noi, che eravamo dragoni, ancora ci esercitavamo con le lance. Ricordo una visita di Mussolini al nostro reparto: occhi spiritati, sedere da massaia romagnola, gonfiava quel petto che pareva dovesse scoppiare. Era esteticamente ridicolo: difficile combattere per uno come lui». Com’era la vita degli ufficiali negli anni Trenta? «Quella che si vede in certi film. La caserma, a Torino, gli attendenti. La vita quotidiana era ritmata sulle esercitazioni, gli appuntamenti nei circoli cittadini frequentati dalla buona società, quelli galanti, il palco all’opera (che io detestavo), gli inviti ai balli e alle cacce alla volpe. Poi c’erano gli scherzi ai nostri superiori, uno dei quali mi costò la promozione e il trasferimento. Scrivevo il resoconto della giornata sul libro di reggimento, che nessuno andava a controllare. Allora mi sbizzarrivo con frasi del tipo: 12 maggio 1936, due ”liofanti” avvistati nel cortile, massima all’erta. Qualcuno fece la spia e scoppiò lo scandalo». Lei è citato da alcuni storici per aver resistito ai tedeschi sopra Roma, a Monterosi? «è vero. Il mio superiore era scappato. Gli ordini dall’alto, in quei giorni, furono più che ambigui. Continuai a fare sparare i miei uomini sui tedeschi che avanzavano verso Roma. Furono i civili a pregarci di smettere per timore di rappresaglie. Lo ritrovammo, il capitano, in una cantina, tremante, che mangiava del formaggio. Dalla tenuta dei Del Drago, nelle colline sopra Bracciano, assistemmo allo sfascio dell’esercito italiano in rotta. Sciolsi il mio reparto in nome di Sua Maestà: ero ufficiale e avevo resistito ai tedeschi, dunque ero in pericolo. Mi travestii da commerciante di carbone, requisii un barroccino e tornai a casa, in Toscana, dove avevano già fatto dire varie messe in mio suffragio. Rimasi ”morto” per un bel po’. Ormai avevo deciso da che parte stavo. Non sarei mai andato con Salò. Provavo rancore per i fascisti e mi buttai in quella guerra civile». Ebbe parte attiva nella Resistenza toscana? «Feci tutto quel che dovevo fare. Le formazioni più organizzate erano quelle comuniste e, da noi, quella apartitica di Pippo Ducceschi, che agiva in Garfagnana. Io rappresentavo il partito liberale. Ci muovevamo fra Firenze, Roma e oltre, attraverso le linee del fronte, in bicicletta e a piedi. Una volta, durante un fallito ”lancio” degli alleati in Garfagnana ci trovammo circondati dai tedeschi. Scappai buttandomi fra i rovi, giù, per le forre dell’Appennino. Se qualcuno avesse parlato sarebbe stata la fine e decisi di fare la cosa più letteraria. Mi cambiai, arrivai a Firenze ed entrai all’Excelsior, dove, del resto, avevo abitato in tempi migliori. Era l’albergo dove c’era lo stato maggiore tedesco e vi si vedevano i notabili fascisti insieme a quelli della famigerata banda Carità, i torturatori di via Bolognese. Mi sarei nascosto nel loro covo. Dagli sguardi intorno a me capii che stavano per prendermi. Ero tesissimo quando, forse inconsapevolmente, mi salvò l’avvocato Gigi Pacini, uno dei capi dell’Ovra, che mi venne incontro e mi abbracciò. Mi chiese se lo aiutavo a ritrovare i famosi diari di Ciano, cui tutti davano la caccia. Pensava che conoscessi la gente giusta e mi chiese di parlare con Emilio Pucci che, si diceva, li avesse. Ricambiai l’abbraccio e fui salvo. Diventai l’agente segreto della Resistenza all’Excelsior. Stavo al bar, cosa che non mi riusciva difficile, facevo battute e sapevo farli parlare. Un certo Biagini, che faceva parte del gruppo di assassini di quella banda, credendo, anche lui, che fossi un grosso personaggio del fascismo, mi si avvicinò al bar dell’albergo, una sera; cominciammo a chiacchierare e mi sussurrò: ”Oggi alle 5 abbiamo ammazzato quel fottuto di Gentile”. Mi misi subito in contatto con Aldobrando Medici Tornaquinci del Comitato di liberazione nazionale. Il giorno dopo non uscì nulla e credemmo di essere stati depistati. Poi arrivò la notizia che Gentile era stato ucciso dai partigiani. Io non l’ho mai creduto, e comunque è ragionevole avere dei dubbi». Bambino-selvaggio, marchese a cavallo, membro della Resistenza, e poi? «Dopo la guerra, per lungo tempo non mi ha abbandonato quel desiderio di avventura, di emergenza. Non è stato facile riabituarsi alla normalità, che per me significava continuare a vendere il poco che era rimasto del mio patrimonio». Riprese la vita della costa toscana? «Riaprì la Capannina al Forte dei Marmi, suonavano le orchestre americane, ricominciavano le notti della Versilia. C’erano Nando del Drago, Gingi Dzieduszycki, che a Firenze si chiama Seduceschi, Ludovico Lante della Rovere, i Lanza, gli Agnelli, belle donne: la ”buona società” fa presto a ricompattarsi, e quasi tutti erano stati favorevoli al fascismo. Sto scrivendo adesso di un certo De Larderel, un fiorentino della banda di Osvaldo Valenti e della Ferida. Cocaina, delitti: un vero personaggio di quei tempi. Conobbi in quegli anni la mia futura, bellissima moglie, Giuliana Carducci Arternisio la minore di cinque sorelle che molti allora corteggiavano per la loro avvenenza. Ci sposammo: lei aveva 15 anni, io più del doppio. Appena prese la patente le regalai una Giulietta Spider. Ne avevamo due identiche, lei rossa e io argentata. Lei guidava molto meglio di me. Grandi bevute, giochi di carte, corse in macchina sul lungomare. Alla fine degli anni Cinquanta la Versilia cambiò: turismo di massa, invasione di automobili, fine delle estati ”ruggenti” del primo dopoguerra. Ma gli inverni diventarono più luminosi. Al caffè Casablanca di Viareggio ci vedevamo con Mario Tobino, Giancarlo Fusco, Arrigo Benedetti, Antonio Delfini, Mario Marcucci, grandissimo pittore. Si parlava e si beveva fino all’alba. Viareggio era per noi una zattera alla deriva con i personaggi più eterogenei, bagnini e grandi intellettuali, fuoriusciti dall’Est e vecchi nazisti: un mondo unico di rifugiati dalla vita». Il matrimonio calmò il suo spinto di avventura? «Per niente. A 16 anni mia moglie aspettava quello che sarebbe stato il nostro unico figlio, Sapo, da Guidubaldo Saporoso, un mio avo che rapì la figlia di Solimano e la tenne prigioniera per molti mesi. Un nome difficile, ma il mio figliolo lo porta onorevolmente. Avevo un ufficio a Roma, una di quelle tipiche situazioni del dopoguerra, dove non si faceva nulla, ma si chiamavano di import-export. Decisi di partire con due amici, Enrico Middleton e Alfonso Vinci, grande viaggiatore, forse l’ultimo vero esploratore italiano, a cercare diamanti in Venezuela. Middleton sembrava un attore americano, gaudente e simpatico, era diventato ricchissimo con i diamanti, ma in un’estate, fra Venezia, Forte dei Marmi e Capri, aveva speso tutto. Il risultato di quel nostro viaggio? Caracas, notti stellate venezuelane, alto Orinoco con i diamanteros, molte illusioni e poco arrosto. Rovinai però il mio matrimonio che da allora cominciò a non funzionare. Poi c’è stato l’aiuto a Israele durante la guerra del 1948, ho ancora la medaglia che mi conferirono. Qualche anno dopo sono partito per Kansas City alla ricerca di un tesoro. Venni arrestato perché scavavo con una mappa nel parco centrale della città». Oggi rimpiange quei tempi? Adesso non si annoia? «Questo sentimento non mi appartiene. Non mi dispiace stare da solo, ho il mio orto, vorrei un cane ma mi accontento di una gattina, amo le passeggiate sul mare d’inverno, scrivo, sogno ancora una gloria letteraria, la mia unica vera ambizione. Ho con me il ricordo di cari amici e la compagnia di tanti altri; ho due nipoti con i quali riesco a parlare di tanto in tanto. Mi vogliono bene perché devono aver capito che sono un vecchio saggio che sta dalla loro parte. Mi chiedono spesso di raccontare le mie ”storie”, e allora sento che c’è un legame fortissimo che attraversa la mia discendenza. Di tutto il mio patrimonio ho tenuto soltanto una parte del palazzo di Pescia, dove ho portato mio nipote Pietro, per fargli vedere le sue radici. Dove c’era la stanza da letto di mio padre con i broccati rossi alle pareti, ora ci sono le tombole domenicali. Siamo entrati nei magazzini umidi, sotto le volte e io gli ho detto: ”Tutto questo sarà tuo”. E lui mi ha risposto: ”Speriamo di no”». Vivia Benini