Stenio Solinas Il Giornale, 30/11/2002, 30 novembre 2002
Lord Byron, il maestro pazzo e cattivo che dichiarò guerra all’etichetta britannica, Il Giornale, sabato 30 novembre 2002 «Pazzo, cattivo e pericoloso da conoscere», scrisse di Byron Lady Caroline Lamb al primo incontro
Lord Byron, il maestro pazzo e cattivo che dichiarò guerra all’etichetta britannica, Il Giornale, sabato 30 novembre 2002 «Pazzo, cattivo e pericoloso da conoscere», scrisse di Byron Lady Caroline Lamb al primo incontro. Esperta del ramo, in quanto matta, cercava un alter ego. Trovò un poeta, ovvero qualcosa di meno e molto di più. Dopo pochi mesi diede i numeri: lo pedinava, si travestiva da uomo, lo minacciava con un coltello, faceva scenate. Scrisse persino un romanzo con lui «il mostro», protagonista. Byron, per riprendersi, corteggiò e sedusse Lady Frances Webster che non desiderava altro. Quando lei, puritana ma vinta, si dichiarò sua, soprassedette: «Il più bel momento è allorché non c’è più altro da chiedere». Sulle donne aveva le idee chiare: nel Don Juan le dipingerà come sessualmente predatrici, finte sante ma vere puttane. Il problema, aggiunse, è che in Inghilterra «Cant is so much stronger than Cunt», (contano più le fregnacce della fregna). L’ultimissima biografia di Byron appena uscita, Life and legend, di Fiona Mac Carthy, che esplora tutto il possibile del variegato universo byroniano, rimette la palla al centro: se parlava così è perché era culo. Il che non esclude che fosse pazzo, cattivo e pericoloso. E appunto «Mad, Bad and Dangerous. The Cult of Lord Byron» si intitola l’esposizione or ora inauguratasi alla National Gallery Portrait di quello che Seamus Heaney, premio Nobel per la Letteratura, definisce semplicemente «il Maestro», ma che per gli inglesi resta un oggetto di odio-amore. Nessuno li ha mai strapazzati così tanto, nessuno li ha mai così tanto sedotti: «Diventerò il nemico giurato della etichetta britannica» fu la sua promessa. Mantenuta. Oltre cento gli oggetti esposti, dipinti, busti, lettere, fotografie, manoscritti, prime edizioni, abiti, memorabilia. Ci sono le maschere di Carnevale che lui indossò, i costumi albanesi, le uniformi greche, gli elmi, pelle nera, acciaio e bronzo, e le ciocche di capelli... Mancano i peli pubici, inseriti in un braccialetto di corno quelli della «Fornarina», «un’usanza italiana», macchiati di sangue quelli della Lamb, perché tagliati troppo al vivo («Per favore non mettere le forbici troppo vicino a dove quei tuoi capelli crescono», si raccomandò lei chiedendo lo scambio). E’ assente la pelle conservata come una reliquia da Teresa Guiccioli dopo un’insolazione dovuta a un bagno di mare troppo lungo. Ma per il resto c’è tutta la leggenda del byronismo, da Edward Bulwer Lytton a Oscar Wilde, dal colonnello Lawrence a Wyston Hugh Auden, da Disraeli a Oswald Mosley, Harold Nicholson, Che Guevara, da Robert Byron a Wilfred Thesiger e a Bruce Chatwin, da Rodolfo Valentino a Mike Jagger e David Bowie, e insomma gli scrittori, i poeti, i viaggiatori, gli snob, gli esteti e gli artisti, i politici di destra e quelli di sinistra, i latin lover veri e quelli ambigui, il vero sesso e il terzo sesso... Per tre mesi, seminari e programmazioni non racconteranno altro che questo: l’eroe radicale, quello cinematografico, il dandy alla moda e la società dello spettacolo. Lungo le sale i 40 ritratti, fra olii, miniature, incisioni, dedicategli nei suoi 36 anni di vita raccontano un’esistenza irripetibile, una fama incredibile, un fascino irresistibile. Curata da Fiona Mac Carthy, la cui biografia fa un po’ da catalogo sui generis, l’esposizione presenta dunque la leggenda Byron nelle sue molteplici sfaccettature. Ciò che rimane fuori è il poeta sommo che rivoluzionò la poesia del suo tempo, la straordinaria modernità e freschezza di un verso che sapeva mischiare i toni, passare dal tragico al comico, essere altero e dolce, sarcastico e commovente, sprofondare nel passato e riemergere di colpo nella contemporaneità, il ritmo travolgente su cui finiva per modellarsi una lingua altrimenti impervia. «Our harsh northern whistling, grunting, guttural, / which we’re oblig’d to hiss, and spit, and sputter all» (Il nostro duro, gutturale nordico fischiare e grugnire/ che ci obbliga a sibilare, sputacchiare e borbottare). Nessuno è perfetto, tanto meno un biografo e una mostra. Soffrire e non farlo vedere fu da subito uno degli imperativi categorici byroniani, bambino grasso, un piede equino che lo rendeva zoppo, un padre idolatrato ma assente, che poi si avvelenò, una madre sopportata ma presente, bigotta e noiosa. La crudeltà dell’infanzia che non concepisce il diverso e quindi non lo rispetta, lo aiuta a costruirsi un’armatura nella quale il fisico va rimodellato, l’handicap va superato, costi quel che costi, accada quel che accada. L’essere segnato acuisce una sensibilità che non accetta norme, costrizioni, divieti, altri impedimenti da aggiungere a quello già impostogli con il venire al mondo. Un’intelligenza precoce, un occhio curioso e attento fanno il resto: niente e nessuno lo metteranno più ai margini della vita. A ventun’anni, quando parte per il suo primo viaggio sa già cosa l’aspetta. «Il mondo è tutto davanti a me e lascio l’Inghilterra senza rimpianti». Nel presentare una serie di modelli byroniani, esegeti, ammiratori, imitatori, la mostra aiuta capire l’unicum che Byron rappresentò. Ciascuno di essi contiene una parte, ma quasi sempre manca l’essenziale, l’essere contro il proprio tempo, il saper orgogliosamente badare e bastare a se stesso. Oscar Wilde finisce stritolato dalla società che ha sfidato ma da cui non avrebbe mai voluto essere escluso, Mosley e Guevara mettono il loro talento politico al servizio di un’ideologia, laddove Byron si immedesima in un ideale, in scrittori come Chatwin e Robert Byron è carente la componente dell’azione e della dissipazione, ai divi dei cinema e della musica è lo star system a impedire la vera libertà. A ventisei anni Byron è già famoso, a 28 è già esule, a 36 è già morto. Curiosamente, l’unico che avrebbe potuto rivaleggiare con lui, d’Annunzio, è del tutto assente. Tipico provincialismo inglese. Con sprezzo l’italiano aveva per la verità spazzato via qualsiasi comparazione quando Emil Ludwig aveva provato a proporgliela: «Forse nuotava bene, ma montava ridicolarmente a cavallo. E morire di febbre a Missolungi non è un atto eroico». Sopravvivere nel Vittoriale nemmeno. Nella biografia della Mac Carthy il perché dell’esilio viene fatto risalire alle voci di incestuosità (con la sorellastra Annabelle) e di sodomia che erano venute addensandosi sul poeta in concomitanza con il fallimento del suo matrimonio, durato appena un anno e finito con una moglie in lacrime che lo accusava di crudeltà mentale. La ricostruzione è plausibile, ma non spiega tutto. L’incesto era un reato minore, una sorta di vizio aristocratico alla moda nell’Inghilterra di quel tempo, l’omosessualità era per Byron una pratica da public school e poi saggiamente sfogata all’estero, difficile tuttavia da provare in mancanza di testimonianze dirette e fatti specifici. Come accuse erano vere entrambe, ma molto più concreto e contingente era il disastro economico che gli portò l’ufficiale giudiziario in casa poche ore dopo la partenza a sequestrargli perfino lo scoiattolo addomesticato della camera da letto. In maniera contorta ma elegante due anni più tardi Byron riassunse così i termini della questione in una lettera: «Non puoi aver dimenticato le circostanze per le quali lasciai l’Inghilterra, né le voci sul mio conto. Se esse erano vere, io non ero adatto all’Inghilterra, se false, l’Inghilterra non si adatta a me». E in fondo il punto è proprio questo, l’inadattabilità di Byron: alla società, ai costumi, alle ipocrisie, ai vizi e alle virtù della madrepatria. L’idea che qualcuno o qualcosa gli volesse rimodellare l’anima e gli istinti, come quello stivaletto che da bambino gli era stato imposto per cercare invano di raddrizzargli un piede. L’idea di una società di giudici, spie, confessori...«The secret enemy whose sleepless eye/ Stands sentinel, accuser, judge and spy/... Distort the Truth, accumulate the Lie/ and pile the pyramid of calumny» (Il nemico segreto il cui occhio insonne/ sta come sentinella/, accusatore, giudice e spia/... Distorce la verità, accumula la menzogna,/ innalza la piramide della calunnia). In patria non metterà più piede, e nei dieci anni che gli resteranno da vivere darà sfogo al suo amore per le donne, i palazzi, la politica. «In una società che vietava le relazioni con i ragazzi la salvezza di Byron era nel numero delle amanti femminili», chiosa la Mac Carthy per spiegare l’apparente contraddizione di un omossessuale coperto di donne. Sarà, ma il catalogo femminile è quanto mai composito: c’è l’intellettuale e c’è l’illetterata, c’è la virtuosa e c’è la scatenata, c’è la nobildonna e c’è la popolana, la mora, la rossa e la bionda, la giovane, la matura e financo l’anziana. «Tutte troie», è la chiusa finale dell’elenco. Alcune, come la Fornarina erano tipi speciali. A Byron che l’aveva chiamata «vacca», risponderà: «Vacca tua, celenza». Quando facevano l’amore, se suonavano i rintocchi di una campana si faceva il segno della croce e poi riprendeva a cavalcare. A Madama Segati che accampava diritti di primogenitura sul poeta replicherà: «Non sei sua moglie e io non sono sua moglie. Sei la sua donna e io sono la sua donna. Tuo marito è un cornuto e così il mio. Per il resto, quale diritto hai di rimproverarmi se lui preferisce ciò che è mio a ciò che è tuo? Che colpa ne ho io?». Il negozio di merceria del marito della Segati si chiamava Il Corno. Lo ribattezzò Il Corno inglese. Il bello della Fomarina, commentò Byron, «è che non sa né leggere né scrivere. E non può perseguitarmi di lettere». Venezia fu lo scenario perfetto dove allestire la rappresentazione di una vita. A dieci anni Byron si era ritrovato con il titolo di barone per via di una serie di decessi che gli avevano spianato la strada nobiliare e con la madre era andato a Newstead Abbey, vicino a Nottingham, a prendere possesso della dimora di famiglia. Ancora adesso le rovine gotiche di Newstead sono imponenti, un priorato del XIII secolo con refettorio, chiostro, la grande finestra della chiesa. Ai tempi di Byron c’erano ancora i resti incolti dei giardini alla francese, due fortini in miniatura, un lago artificiale con la sua piccola flotta di battelli... Era una sorta di regno incantato, dove l’Inghilterra si inabissava nel passato, dove un bambino poteva sognare le gesta più nobili, le imprese più cavalleresche. Per il piccolo Byron fu una folgorazione; quando, ormai grande, si troverà costretto a venderla, un dolore aggravato dal rimorso. Palazzo Mocenigo ne prenderà il posto e Venezia, «l’isola più verde della mia immaginazione», diverrà il palcoscenico della nuova maturità. Decadenza, silenzio, amoralità, feste, nuotate, cavalcate. Un viaggiatore scriverà che in tutta la città c’erano solo otto cavalli, quattro di bronzo sulle porte della cattedrale e quattro vivi al Lido, quelli di Byron. Una litografia di J. Dash, «Lord Byron a Palazzo Mocenigo» rende la grandiosità funerea di spazi sterminati, secoli di storia, ossessioni di grandezza, solitudini di scrittura. «I capelli mezzi grigi e le zampe di gallina prodighe delle loro indelebili impronte, i denti ancora lì per titolo di cortesia», a 36 anni Byron sembrava destinato a divenire la caricatura di se stesso, «cavalier servente» di professione, legato a filo doppio a Teresa Guiccioli, dieci cavalli, otto cani, tre scimmie, cinque gatti, un’aquila, un falcone, cinque pappagalli, due porcellini d’India, una cicogna a sottolineare le bizzarrie di un treno di vita che da Venezia a Ravenna, a Pisa, a Genova gli impone il suo personaggio, il mito che ha contribuito a creare e che lo soffoca. La Grecia lo libera da tutto questo, l’idea dell’azione lo scioglie dal rischio di contemplare soltanto la propria decadenza. Il Byron politico è molto più avveduto dei tanti artisti patrioti tutto ardore ma poca capacità organizzativa e nessuna intelligenza critica. Sa che i greci sono poca cosa, rissosi e imbroglioni, sa che i turchi non sono da disprezzare. Sa essere fermo, capace, buon giudice: non gioca, non si atteggia. Se lo portano via la malaria e l’epilessia, cure sbagliate, un fisico che non regge più. La morte di Byron, il quadro di Joseph-Denis von Odevaere, un allievo di David, rimanda a quello di Marat dipinto dal maestro e prepara, cent’anni dopo, l’immagine del Che steso su una barella sgangherata nella lavanderia dell’ospedale Vallegrande in Bolivia, estrema icona byroniana del XX secolo. Stenio Solinas