Maurizio Crosetti La Repubblica, 04/12/2002, 4 dicembre 2002
L’arbitro che ricucì la rete della porta coi lacci delle scarpe, La Repubblica, mercoledì 4 dicembre 2002 I calciatori di Cagliari e Salernitana potranno consolarsi pensando che il loro curioso pomeriggio da geometri a Tempio Pausania, tra campi stretti e risate larghe, non è nulla in confronto a quello che videro i loro avi e colleghi di Roma-Livorno, giocata il 25 settembre 1927 al Motovelodromo Appio
L’arbitro che ricucì la rete della porta coi lacci delle scarpe, La Repubblica, mercoledì 4 dicembre 2002 I calciatori di Cagliari e Salernitana potranno consolarsi pensando che il loro curioso pomeriggio da geometri a Tempio Pausania, tra campi stretti e risate larghe, non è nulla in confronto a quello che videro i loro avi e colleghi di Roma-Livorno, giocata il 25 settembre 1927 al Motovelodromo Appio. In mezzo al campo, quel giorno, c’era un’autobotte. L’arbitro, con suprema serenità e ferrea decisione, la fece rimuovere come un qualsiasi corpo estraneo. L’operazione richiese quarantacinque minuti. Ne servirono alcuni di più, esattamente cinquantuno, per affumicare il nido di vespe insediato all’incrocio dei pali nello stadio di Marassi. Era il 9 maggio ’93, e il secondo tempo di Sampdoria-Pescara visse un lungo intermezzo entomologico. Quasi divertente come vedere all’opera l’arbitro che ricucì la rete di Van der Sar usando un laccio da scarpe. O tragicomico, tipo la bomba a mano vera, modello ”Srcm” (quelle che si usavano al Car e facevano più che altro baccano) lanciata da una curva del ”Bentegodi” dietro la porta di Zoff, in Verona-Juventus del 20 marzo 1977. Il grande Dino non si scompose per questo, o più probabilmente non se ne accorse, e comunque l’ordigno giacque inesploso per mezza partita sotto il materasso con cui lo coprirono. Strano che la Juve, nelle stranezze, sia spesso di mezzo. Come il 30 gennaio ’72, quando il Catanzaro la sconfisse all’84’ con un gol del povero Angelo Mammì detto ”Caribù” (perché aveva la testa dura), recentemente scomparso. Per tutta la settimana aveva piovuto, e tramanda la leggenda che altra acqua fosse caduta sul prato paludoso, acqua non di nuvole ma innaffiata dalle pompe. I campioni bianconeri, primi in classifica, si inabissarono, più o meno come a Perugia il 14 maggio 2000: 71 minuti di sospensione per diluvio e uno scudetto naufragato nelle pozzanghere. Ancora la Juve contro il Liverpool, 15 gennaio ’85 (in realtà 16 gennaio 1985, ndmp), stadio Comunale con la neve spalata fino a cinque minuti prima della finale di Supercoppa, pallone rosso e Boniek vincitore. Tanta neve pure a Mosca, quando Spartak e Sion si sfidarono in Coppa Uefa. Il delegato in tribuna era Paolo Casarin che racconta così la sua buffa serata: «Prima che si cominciasse, gli svizzeri presentarono riserva scritta sostenendo che una porta fosse più bassa dell’altra. Dovemmo misurarla, e siccome l’arbitro francese era piccolino chiamarono me. Senza scala, ma su uno sgabello e con 30 mila persone che ridevano sotto il diluvio, verificai l’altezza della traversa con un metro a stanga rimediato da un addetto russo chissà come. Era successo che il terreno si fosse rialzato in un punto, forse il Sion ci voleva marciare, poi si giocò lo stesso e finì 2-2. Ancora un reclamo elvetico, e l’Uefa fece ripetere la gara. Stravinse lo Spartak e non dimenticherò mai la scena della dettatura delle misure della porta, io arrampicato sullo sgabello, l’arbitro che prende appunti, i giocatori che se ne fregano e il pubblico che ride». Uno strano scherzo lo combinò l’erba a Bari, 18 settembre ’94, partita Bari-Reggiana. Al 33’ del primo tempo il centrocampista Pedone (nel nome il destino) inciampò in una buca profonda una trentina di centimetri: lì dentro era appena sprofondato un tombino di drenaggio, e l’arbitro Arena (non male neanche il suo, di cognome) convocò una squadra di giardinieri che in un quarto d’ora rovesciarono quindici chili di torba nella trappola, rendendola inoffensiva. Non male neanche quella volta in cui il Real Madrid entrò sul prato del ”Bernabeu” e scoprì che mancava una porta: l’avevano rubata i soliti ignoti. Oppure il tifoso juventino che festeggiò l’ennesimo scudetto all’ultima giornata, con invasione di campo collettiva al ”Delle Alpi”, portandosi via una traversa: lo videro uscire con la sbarra sotto il braccio e sparire nella sera. Maurizio Crosetti