Tommaso Pellizzari Sette, 28/11/2002, 28 novembre 2002
La signora Milly Moratti è una cuoca felice solo se l’Inter gioca in trasferta, Sette, 28 novembre 2002 Signora Milly Moratti, dica la verità: prima di conoscere suo marito Massimo si era mai interessata davvero al calcio? «No
La signora Milly Moratti è una cuoca felice solo se l’Inter gioca in trasferta, Sette, 28 novembre 2002 Signora Milly Moratti, dica la verità: prima di conoscere suo marito Massimo si era mai interessata davvero al calcio? «No. Mi capitava di andare qualche volta allo stadio, perché era divertente. Poi, subito dopo, si andava ai cavalli, scommettendo al massimo mille lire». Più che allo stadio, andavate a San Siro. «Sì, in moto, come in gita». Andavate a vedere l’Inter? «Be’, veramente no, sia Inter che Milan, indifferentemente. Questo non depone a favore?». Lo vediamo subito: Sarti-Burgnich-Facchetti... «No guardi, a Picchi non ci arrivo». Non conosce il mantra interista?! «Effettivamente no. Mazzola, Corso ...». Va be’, passiamo oltre. Con quest’intervista vorrei capire in che modo l’Inter entra nella vita quotidiana della sua famiglia. «Più che altro non esce mai». In che senso? « come una cosa subliminale, che non se ne va mai. La partita della domenica, o del mercoledì è solo il momento terminale di una settimana che tende a quello». Ecco: com’è la domenica della famiglia Moratti? «Ci svegliamo un po’ più tardi del solito, e andiamo a messa. Poi io cerco di preparare un bel pranzo, cosa peraltro che mi sforzo di fare anche durante la settimana. Ma insomma, la domenica ho le tre ore necessarie per l’arrosto. Solo che poi, quando la carne sta caramellando per bene ...». Che succede? «Che mio marito e i miei figli scendono in rosticceria a prendere pollo, patatine e crocchette, che Massimo mangia velocissimamente e poi va allo stadio». E il suo arrosto? «Io provo a metterglielo lì nel piatto, ma nemmeno lo distinguono dal pollo». Come dire, anche nelle migliori famiglie. «Per fortuna che ogni tanto ci sono le partite in trasferta alle quali non si va». In quel caso... «... l’arrosto viene rispettato. O perlomeno riconosciuto». Meno male. A questo punto la domanda è inevitabile: che cos’è il calcio per lei? «Un evento che ti mette sulla graticola ogni domenica. E già da questo si capisce che la dinamica che lo governa è sbagliata: tutto sale troppo in alto e scende troppo in basso a seconda della casualità, cui alla fine è appesa la mia serenità familiare. Non so, nel calcio c’è qualcosa di strano». Cosa? « come se le persone vedessero realizzarsi in un gol le cose che durante la settimana avrebbero voluto far andare bene. In fondo è questa la sua bellezza e uno dei motivi per cui mio marito fa tutto questo». E quali sono gli altri? «Primo, è un tifoso. Secondo, pensa che il calcio sia un modo di dare almeno una piccola felicità alle persone. Terzo, è convinto che il calcio possa insegnare tante cose, a partire dai comportamenti del calciatore egoista rispetto a quelli dei compagni più generosi». Quarto, gli provoca un sacco di sbalzi d’umore. «Altroché, cambia dal bianco al nero». E smette di parlarvi? «Al contrario: parliamo sempre, tantissimo, troppo. Dalla nonna ai figli, ci infiliamo tutti in discussioni calcistiche in cui si finisce anche nel battibecco». Tocca ripetersi: anche nelle migliori famiglie. Ci manca solo di scoprire che passate tutte le vostre domeniche sera davanti alla tv. «Dipende. Se la partita è andata bene, purtroppo i programmi ce li sciroppiamo tutti». «Purtroppo»? «Sì, purtroppo, perché io arrivo a capire il calcio della partita, il calcio dal punto di vista di una società e dei tifosi, ma non il calcio commentato in tv. Mi spiace, ma non ci arrivo». E se la partita è andata male? «Se è andata male, visto lo stile di certi dibattiti, uno non è così autolesionista da guardarseli. Oppure lo è, se li guarda e a volte non sa star zitto e interviene per dire come la pensa». A parte questo dettaglio, suo marito sembra un tifoso come tanti. «Ci sono altre non lievi differenze. Per esempio la montagna di videocassette di giocatori da visionare». Fantastico. E suo marito le dice mai: «Cara, stasera invece di guardarci un film, perché non visioniamo un po’ di calciatori»? «Ci mancherebbe anche questa». E quindi cosa fate di quelle cassette? «Io tento anche di registrarci sopra, ma quei disgraziati che ce le mandano hanno tolto le linguette». Altre non lievi differenze tra suo marito e gli altri tifosi? «Le continue telefonate di persone che chiedono del presidente». In effetti il vostro numero è sull’elenco. Quante telefonate ricevete al giorno? «Tante». Ma chi è che vi chiama? «Ci sono anche gli habitué. Per esempio, un ragazzo che telefona sempre a mezzanotte e mezzo». E cosa vuole? «Ma niente, discutere dell’Inter». E voi? «A volte risponde direttamente Massimo, che si fa prendere dalla discussione. Ogni tanto invece capita che a quell’ora io sia ancora impegnata sulla versione di greco o latino di mia figlia e magari sia un po’ nervosa. In quel caso prendo io la cornetta e gli chiedo se a casa sua telefonano a quell’ora». E lui? «Nessun problema, continua a chiamare, Poi c’è la signora con il figlio che non mangia». E cosa c’entra con l’Inter? «C’entra, perché lei chiama e si fa dire che cosa mangeremo quel giorno. Prende nota, va dal figlio e gli dice: ”Ecco, questo è il menu del presidente”. Glielo rifà, e così lui mangia. Se il calcio serve anche a questo... Certo, a volte penso che un po’ più di privatezza non guasterebbe, ma una volta stabilito un certo tipo di rapporto con le persone, è brutto tirarsi indietro». Quante volte ha detto a suo marito: «Ma chi te l’ha fatto fare»? «Conta più quel che dissi quando stava per comprare l’Inter». Cosa disse? «Non farlo, non farlo, non farlo. Se lo fai me ne vado di casa». E lui? «Lui comprò l’Inter senza dirmelo: lo seppi dalla televisione». Ma no. «Ma sì. Stavo preparando la minestra e al telegiornale vidi mio marito intervistato. Pochi giorni prima mi aveva giurato che non l’avrebbe fatto. Quella sera mi aveva chiamato dall’ufficio e mi aveva detto che avrebbe fatto un filo tardi. Allora chiamai la sua segretaria che mi confermò che lui era ancora lì. Le risposi che lo sapevo bene, perché l’avevo visto in tv e lei mi disse ”In effetti c’è anche la Rai”». E poi? «Poi arrivò a notte fonda». E lei lo aspettò col mestolo in mano per darglielo in testa? «No. Mi disse solo che era stata una scelta passionale. E in effetti le scelte passionali si fanno solo così. Alla fine l’ho presa in modo positivo. Una squadra di calcio è un modo fantastico di comunicare con la gente e far passare dei messaggi positivi. Ne dico uno per tutti: nell’Intercampus di Gaza, che adesso è stato chiuso, giocavano insieme bambini israeliani e palestinesi». (Ride). «Certo, lo so anch’io che i tifosi deIl’Inter vogliono meno Intercampus e più scudetti. Io dico che vincere vince uno solo. Per cui prima o poi... Però cose come queste sono preziose». Chi sono i suoi interisti preferiti? «Del passato, Giacinto Facchetti, l’esempio dell’atleta fisicamente completo, che avrebbe potuto fare qualunque cosa. Ma è uno che è completo come uomo, che ha un’idea del gioco di squadra. Una testimonianza vivente di quel modo di fare calcio». E di quelli di oggi? «Xavier Zanetti. Uno che lavora sempre, che sia in forma o meno, perché il calcio non è fatto di picchi, non nel senso di Armando, eh? Certo, Xavier non è italiano, quindi è meno collegato alla nostra realtà di Facchetti, che conosce tutti i problemi dei campetti degli oratori. Ma sta imparando». Peggio il Milan o la Juve? «Peggio la Juve. Il Milan è l’antagonista di casa, con cui c’è la rivalità più sana, quella da ufficio, da bar, da scuola il lunedì mattina. Con la Juve abbiamo un po’ di cose che ci hanno fatto male e perciò il sentimento è più negativo». Senta, cosa dice una moglie al marito che ha appena perso uno scudetto in modo agghiacciante? «Niente. E’ che ci siamo rimasti proprio male. Di solito, in materia di calcio il suo sentimento è più forte del mio. Quel giorno la reazione è stata omogenea. Tutti andavano via e noi eravamo lì, di fronte al materializzarsi della casualità del calcio o allo spaventoso esito della non concentrazione dei giocatori. incredibile, a volte gli atleti sono perfetti e altre commettono dei disastri inspiegabili. Con la concentrazione, con la voglia di crederci si può fare tutto: Umberto Pelizzari, il sub, riesce a stare anche sette minuti senza respirare grazie allo yoga». Ho capito la metafora: in quel momento i giocatori dell’Inter li avreste volentieri strangolati... «Sì, li avremmo strangolati». Lei non diceva niente. E suo marito? «Nemmeno lui. Quando ci sono, diciamo così, clamorose sviste arbitrali (come quella volta a Torino), lui si lascia andare a cose irriferibili. A Roma non ha detto una parola. Anche perché dal punto di vista della correttezza non c’era proprio niente da dire». Ciliegina sulla torta, la fuga di Ronaldo. «Eh, Ronaldo... Era venuto a mangiare da noi tre giorni prima. Quella volta ci diede l’impressione di essere troppo ragazzo per affrontare tutto quello che gli stava succedendo. Tra l’altro, impazzì per le alici. Non sapeva cosa fossero, se ne mangiò una montagna. Forse quella golosità è la stessa che ha messo nelle sue scelte». Ultima domanda: cos’è disposta a fare purché l’Inter vinca lo scudetto? «Non mi lamenterò più quando mio marito e i miei figli si porteranno il piatto davanti alla tv». Tommaso Pellizzari