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 2002  dicembre 08 Domenica calendario

Padre Santucci è una pecora nera che in parrocchia vorrebbe il ”Duce a cavallo”, Il Giornale, domenica 8 dicembre 2002 Nemmeno lui, il protagonista, sa dire esattamente com’è cominciata questa storia

Padre Santucci è una pecora nera che in parrocchia vorrebbe il ”Duce a cavallo”, Il Giornale, domenica 8 dicembre 2002 Nemmeno lui, il protagonista, sa dire esattamente com’è cominciata questa storia. Padre Pellegrino Santucci ricorda solo che aveva appena 15 anni quando, «per celebrare la fondazione dell’Impero italiano d’Etiopia», stese di getto sul pentagramma la prima delle sue oltre tremila opere musicali. Sui colli fatali di Roma declinava il sabato 9 maggio 1936, XIV anno dell’Era fascista. Da allora è stato tutto un susseguirsi di mottetti e saluti romani, di oratori ed «eia eia eia, alalà!», di inni e «a noi!», che hanno fatto di questo fine compositore il cappellano ufficiale delle camicie nere d’Italia, a 82 anni ancora in servizio permanente effettivo nonostante in vita sua non abbia mai indossato l’orbace, mai fatto i premilitari, mai combattuto una guerra, mai sparato un colpo. A Pasqua del ’44 il giovane Pellegrino era pronto a essere consacrato prete a Roma, insieme con 16 compagni di classe. Purtroppo una colonna di Alleati ebbe la pessima idea di transitare sotto le finestre del seminario. Per cui al nostro venne spontaneo rovesciare un pitale colmo di urina sugli occupanti di una jeep americana. Per punizione il diacono Santucci ricevette l’ordinazione sacerdotale soltanto tre mesi dopo, il 9 luglio, in perfetta solitudine. Ed ora eccolo qui, ancora solo, a celebrare messa nella basilica di Santa Maria di Servi a Bologna, dove presta servizio da 55 anni. Stamattina, per la verità, gli tengono compagnia cinque pie donne, età media sui 70 andanti, che non degna di uno sguardo, renitente com’è a qualsiasi riforma liturgica. Gira le spalle al popolo perché per lui prima viene Dio, e poi, ma molto poi, vengono gli uomini. Arrivato a «la pace del Signore sia sempre con voi», aspetta paziente che le vecchiette gli rispondano «e con il tuo spirito», ma si guarda bene dall’aggiungere «scambiatevi un segno di pace» e passa direttamente all’«Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi». Sì, pietà per tutti, sembra dire padre Santucci, a cominciare da Benito Mussolini, sulla cui tomba, a Predappio, ogni anno immancabilmente, officia tre riti di suffragio in latino: il 28 aprile, ricorrenza della morte («dica pure assassinio»); il 29 luglio, della nascita; il 28 ottobre, della Marcia su Roma. «Sono la pecora nera. Ho quell’idea lì e non me la cambia nessuno». Anzi, il servita ancora non riesce a capacitarsi del perché nella sua basilica debba accontentarsi della Maestà di Cimabue quando invece l’omologa basilica di Santa Maria dei Servi in Montreal, Canada, può vantare un affresco raffigurante il Duce a cavallo - «ecco qua la foto, è poco bello?» - circondato da Pio XI, cardinali, gerarchi fascisti e Guglielmo Marconi con feluca e spadino. In alternativa, gli lasciassero almeno trasferire da Predappio a Bologna la Madonna del Fascio, attualmente confinata nell’asilo di Santa Rosa, un tempo intitolato alla maestra elementare Rosa Maltoni, madre di Mussolini: «Dopo il 25 aprile ’45, i compagni volevano scalpellarla via. Le suore l’hanno salvata coprendola con un lenzuolo. Caduto il Muro di Berlino, è caduto anche il lenzuolo. Adesso è mèta di incessanti pellegrinaggi». Vi si vedono, in primo piano, due angeli che offrono alla Vergine un fascio littorio, e Dio solo sa che cosa se ne fa sua Madre di un dono siffatto. Come direttore artistico della Cappella musicale arcivescovile dei Servi fin dal ’47, padre Santucci ha diritto a vivere e comporre circonfuso di tele antiche in una specie di magazzino, attiguo alla sacrestia. Purtroppo la più preziosa, una Madonna del ’600, se la sono portata via due anni fa i ladri. «Al suo posto mi hanno appeso quella crosta», e indica avvilito un quadro a olio raffigurante un nano deforme. Mi aspettavo che celebrasse in latino. «Mi lasciano andare controcorrente solo la domenica, alle 12. la messa più frequentata della città. Lo vede anche lei come sono fatti questi bolognesi: atei, materialisti, crapuloni. Però per la messa delle 12 e per la festa di Santa Lucia sono tutti qui». Perché s’è fatto prete? «Sono nato chierichetto. I miei m’hanno imposto il nome di Pellegrino Laziosi, il primo santo della Romagna. Era un ghibellino di Forlì. Nel 1283 prese a schiaffi San Filippo Benizzi, priore generale dei Servi di Maria. Poi si pentì, gli corse dietro, chiese scusa e si fece frate». Certo che anche lei ne appioppa di sganassoni... «Non posso negarlo. Da queste parti dare ceffoni e prenderne è sempre stata la norma. Quarant’anni fa, quando scrivevo per la rivista ”Ovest Documenti” finanziata da Taviani...». ...ma come? Paolo Emilio Taviani, il ”partigiano bianco”? «Eh sì, non era ancora diventato scarlatto. Le dicevo, su questa rivista tenevo la rubrica ”Sindaci rossi sindaci ladri”. Viene il turno di Giuseppe Dozza, per 21 anni dittatore di Bologna, e io racconto che durante il fascismo era stato schiaffeggiato dal capitano Vannini. Al che Dozza gli ringhiò: ”Un giorno verrò a dormire nel tuo letto”. Finisce la guerra, Vannini viene ammazzato e Dozza occupa la villa del defunto, in via San Mamolo. Be’, ci crede che dovette intervenire il tribunale per sfrattarlo?». Com’è finita? «Stavano per condannarmi nonostante avessi detto la verità. M’è toccato riconoscere l’onestà di Dozza. Lui ha riconosciuto la mia buonafede. Querela ritirata».  stato l’unico processo? «Macché, ne ho avuti cinque. Contro L’’Espresso” mi sono tolto la soddisfazione di vincere. Aveva scritto che m’ero intromesso per far destituire l’arcivescovo Giacomo Lercaro». Non era vero? «No che non era vero. Sia chiaro, Lercaro era più comunista dei comunisti: cittadino onorario nominato da Dozza, burattino nelle mani di Giuseppe Dossetti. Però a defenestrarlo fu Paolo VI. Almeno Dossetti era un sinistroide ma, prima da deputato e poi da prete, ha sempre vissuto in povertà. Invece Lercaro si ritirò in una villa patrizia, fra arazzi, sculture e piscine coperte. Altro che il discorso sulla Chiesa dei poveri! Tutta una balla. Che poi fu Dossetti a scrivergli quel documento per il Concilio». La Chiesa non è dei poveri? «Ho appena bisticciato col mio Ordine. Volevano che partecipassi a un convegno sulla povertà. Ma se non siamo mai stati bene come adesso, noi preti! Non ci manca niente. Con che faccia possiamo fare questo discorso agli altri? una presa in giro, un’impostura». Vuol dire che non siete credibili? «Certo. Il pauperismo è diventato un pallino per il 90 per cento del clero. Ma guardi me, guardi! Ho vitto, alloggio, riscaldamento, Tv, perfino la pensione. D’accordo, me la sono sudata insegnando per 40 anni in conservatorio, però ce l’ho. Che differenza c’è fra me e lei? Nessuna. Siamo entrambi ricchi. E vogliamo darla da bere ai poveri? Ma andiamo! Don Olinto Marella sì che era povero. Amico di Montanelli, laureato in filosofia, andava a mendicare per le vie della città pur di sfamare i suoi barboni. Un santo accattone. Io non lo farei. Ma almeno risparmiamoci le prediche da padre Zapata!». Nel senso di Emiliano, il rivoluzionario messicano? «Ah, non lo so chi sia. Padre Zapata. Cioè predica bene e razzola male. Se le dico che ho scoperto un mio cantore che leggeva di nascosto ”il manifesto...”». Orrore. «Mi sono comportato da rivoluzionario soltanto nel ’53, durante la campagna sulla ”legge truffa”. Facevo parte dei ”frati volanti”. Allora sì che commettevo veri e propri reati. Mi ricordo che una sera alle 18 Dozza doveva tenere un comizio in piazza Maggiore e io suonai a morto le campane di San Petronio. Il sacrista non aveva avuto il coraggio di farlo. Di sera andavamo nei paesini della Bassa a tenere comizi. Piazze deserte, neanche un cane. Come abbaiare alla luna. Però da dietro le persiane, chiuse per paura di ritorsioni, la gente ci stava ad ascoltare». A proposito di reati. Un mese fa, alla messa nell’anniversario della Marcia su Roma, ha vilipeso il capo dello Stato dandogli in pratica del rimbambito. «Siccome Ciampi ha detto no alla revisione della storia del Novecento, mi sono limitato a osservare che la vecchiaia a volte prende al cervello. Revisione, non revisionismo, mi raccomando. Qual è lo storico che non rivede le proprie teorie, scusi? Il guaio è che i presidenti della Repubblica sono tutti uguali: re travicelli senza autorità. Non dicono niente che non sia più che ovvio». Nella circostanza ha attaccato anche Pertini. «La figura più squallida che abbia avuto l’Italia. Andava a pregare sulla tomba dei sette fratelli Cervi. Ma sulla tomba dei sette fratelli Govoni seviziati e uccisi dai partigiani l’11 maggio del ’45, sedici giorni dopo la fine delle ostilità, non c’è mai andato. Sette innocenti, fra cui una donna incinta, che non avevano fatto mai male a nessuno e la cui unica colpa fu quella d’aver aderito alla Repubblica sociale italiana». Nemmeno Scalfaro c’è andato? «Non me lo nomini neppure! Eravamo amicissimi. I miei due volumi La Madonna nella musica fu lui a presentarli al Marianum di Roma. Però ha pregato sulla tomba dei Cervi e non su quella dei Govoni. Del resto, senta, con tutti i santi e i beati che questo Papa ha messo sugli altari, è mai possibile che non abbia trovato il tempo per avviare il processo di canonizzazione di Gino Lorenzi?». Chi sarebbe? «Un bergamasco, sottotenente di prima nomina, che nella notte fra il 3 e 4 maggio del ’45, a resa già concordata, fu inchiodato a una croce fuori dalla cartiera Burgo di Mignagola, nel Trevigiano. I suoi carnefici lo incitavano ad abiurare la fede. Testimoni lo udirono rispondere: ”La croce che Gesù Cristo ha portato non può far paura a un cristiano”. Morì così, in croce, come Nostro Signore. Lo saprà Scalfaro?». A Predappio lei ha difeso i poliziotti accusati di violenze sui no-global. «Era il minimo». Ma il vescovo di Cosenza sostiene che i contestatori sono migliori dei loro coetanei che sprecano la vita nelle discoteche. «Ma si figuri se il 99 per cento dei no-global non va anche in discoteca! Io la odio questa musica leggera. solo rumore. E sì che mi sono sforzato di comprenderla». E ha capito perché piace tanto? «Me lo spiego solo con la voglia di stordirsi e con i testi, farciti di richiami al sesso e alla politica». Se le danno del fascista lei è contento? «No! Io non tolgo la libertà al mio nemico. Se si ripresentasse oggi il fascismo che ho conosciuto, sarei il primo antifascista. Perché sono uno spudorato che ama la sua libertà più di qualsiasi altra cosa. Parlo di libertà dalla menzogna, cioè la vera libertà. Ho combattuto tutta la vita per questo. Non per nulla ho scritto un libro su Mussolini intitolato Apologia del tiranno. Apologia perché difendo le cose buone che ha fatto. Tiranno perché tale fu». Quali sarebbero le cose buone che ha fatto? «La previdenza sociale, che prima non c’era. La bonifica dell’Agro pontino. Le case. Le strade. I ponti. La riforma della giustizia col codice Rocco». Infatti scrisse di suo pugno le regole per truccare il processo agli assassini di Matteotti, fissando persino la data entro cui doveva concludersi... «Qui viene fuori il tiranno. Io detesto l’iniquità. Ho sposato il Vangelo. La coscienza e la verità vengono prima di Mussolini». E le cose cattive che ha combinato? «Ha tolto la libertà. Purtroppo gli italiani avevano fame, chiedevano ordine e disciplina, pane e lavoro. Non mangiavano libertà». La guerra no? «Ah, quella proprio no! Lui diceva: se vince l’Inghilterra non ci lascia nemmeno un lago per fare il bagno e se vince la Germania ci toglierà anche l’aria che respiriamo. Il Duce odiava i tedeschi, ma riteneva che fosse meglio averli amici che nemici. Ormai erano arrivati a due passi da Mentone. Fu costretto all’alleanza con Hitler. In cuor suo sarebbe andato volentieri con gli Alleati. Comunque è stata quella guerra spaventosa a far nascere un’Europa di uguali, dove l’Inghilterra e la Francia non spadroneggiano più. Poi dicono che le armi non risolvono. Storie! Risolvono eccome. Ci siamo dimenticati di quando Londra faceva il bello e il cattivo tempo? Gibilterra, Canale di Suez, Malta, Cipro... controllava i gangli vitali dell’universo. E l’Italia costretta a mendicare». Perché mai Dio avrebbe dovuto stramaledire gli inglesi? «La politica era fatta di odio. Gli inglesi ci odiavano più di quanto lei possa immaginare. Come quegli strozzini dei francesi». Mussolini sapeva dei campi di sterminio e non fece nulla. «No che non sapeva! Gli Alleati sì che sapevano, ma non mossero un dito. E oggi hanno anche la faccia tosta di accusare Pio XII, che da solo salvò 800mila ebrei. Me lo ricordo bene io quanti perseguitati abbiamo nascosto in seminario: un’infinità. Li riconoscevi subito dalla lunghezza del saio: o troppo lungo o troppo corto». Delle leggi razziali non mi dice nulla? «Una cosa assurda, un’ignominia. Gli ebrei erano e sono le sentinelle del Mediterraneo. Senza di loro, saremmo già tutti islamici. Anche se, detto fra me e lei, la Chiesa li ha sempre combattuti e loro hanno sempre combattuto la Chiesa, c’è poco da fare». Ha paura dei musulmani? «Ho il terrore, non paura. Gesù è stato chiaro: ”Vi sarà tolto il regno e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. Noi abbiamo sfrattato il crocifisso e finiremo soggiogati dall’Islam. Siamo diventati il popolo meno religioso d’Europa». Mussolini però era amico dei musulmani. Gli regalò persino le colonne in marmo di Carrara per la moschea Al Aqsa a Gerusalemme. «Ed ebbe la Spada dell’Islam a Tripoli. La carità deve prevalere sul terrore. Nel mio convento sono arrivate due coppie di albanesi, con due figli. Dovevano restare un paio di giorni. Li ho tenuti per sette mesi. Esemplari». Gianfranco Fini ha dichiarato che Mussolini è stato condannato dalla storia. «E allora perché a Londra, da dove Fini ha detto questa stupidaggine, Churchill un giorno affermò: ” stato il più grande statista della nostra epoca. Se fossi italiano, anch’io sarei fascista”? Ero intimo di Giorgio Almirante. Una cosa simile non gli sarebbe mai uscita di bocca. Ma capisco che sono le esigenze della politica. Fini è un pragmatico. Senza di lui la destra sarebbe un cimitero». Vi conoscete? «Hai voglia! Suo papà lo portava da piccolo a sentire le mie prediche. Sono stato suo grandissimo amico. Vorrei esserlo ancora. Ma dopo quell’uscita... Non doveva condannare chi non deve essere condannato». In visita ad Auschwitz, come ha fatto Fini, lei c’è mai stato? «Sono andato a Dachau. E su un forno crematorio ho trovato questa frase scritta in spagnolo: ”Soltanto col comunismo si ritornerà qui dentro”». Il bolognese Romano Prodi lo conosce? «Grandissimo amico! Lo stimo immensamente. Da quando è in Europa non viene più a trovarmi, però. Anche se mi ha fatto avere 30 milioni di lire per le attività musicali. Di suo, senza che gli chiedessi niente». E l’altro bolognese, Pier Ferdinando Casini? «Grandissimo amico! Fin da quand’era ragazzo. Vero democristiano di una volta. Lo pregherei di non mettere nei guai Berlusconi».  contento del sindaco Guazzaloca? «Orgoglioso!». Bologna è ancora «sazia e disperata», per dirla col suo arcivescovo, cardinale Biffi? «Tutti gli italiani sono sazi e tutti gli europei sono disperati. Non hanno un progetto di vita. Il consumismo sta divorando la nostra società. Questa è la civiltà dello stomaco. ”Animalis homo non percipit quae Dei sunt”, scrive San Paolo. L’uomo animale non comprende le cose di Dio. Oggi si muore per eccesso di colesterolo, non di fame. Abbiamo troppo e il troppo fa sempre male. Io posso dirlo perché vivo solo della mia religione. Ho dedicato tutta la mia arte, tutta la mia vita a lode di Dio». Con Osama Bin Laden e Saddam Hussein che dobbiamo fare? «Bisogna impedirgli di nuocere. Formula ipocrita». Impedire in che modo? «Lei che vuol fare? Quello che fa lei, faccio anch’io. Senza la guerra avremmo ancora Hitler, non lo dimentichi. La guerra serve. I Salmi sono pieni di guerra. Sono Salmi da codice penale! ”Benedetto Iddio che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia”. Ma scherziamo? Per i Martini e i Ravasi la Bibbia è una fisarmonica: la tirano di qua e di là come vogliono loro. Ma la Bibbia parla chiaro, per chi la vuol leggere: ”Colui che rapisce un uomo e lo vende, sarà messo a morte”». Sì alla pena capitale, dunque? «Per i sequestratori, i terroristi, gli spacciatori, di sicuro. l’unico rimedio». Da eseguirsi come? (Ride). «Non saprei... Nel modo più persuasivo». Se la chiede, lo deve sapere. «Un’iniezione. Niente di doloroso». Mastro Titta non c’è più. Chi fa il boia? «Purtroppo uno disposto a farlo si trova sempre». Lei infilerebbe l’ago nella vena del condannato? «Certo, sì. Anche se ho in orrore la pena di morte. Vorrei poter dire lo stesso dei criminali». E col quinto comandamento come la mettiamo? «Non uccidere l’innocente, prescrive la Bibbia». Che cos’è la giustizia? «Quella che prende i moscerini e lascia scappare gli elefanti». E la democrazia? «Non mi piace. In Italia è odio anziché dialogo. In campo cattolico è accaduto ciò che aveva profetizzato Paolo VI: ”Siamo andati per convertire e ci hanno convertiti”». Che cosa pensa di Giovanni Paolo II? «Da soldato che darebbe la sua vita per il Papa, dico che i suoi discorsi sono insopportabili. Ma non è colpa sua: glieli scrivono male». Lei parla fin troppo chiaro. Una delle quattro virtù cardinali, insieme con giustizia, fortezza e temperanza, non è la prudenza? «San Bernardo predicava che i novizi prudenti non hanno vocazione». Il suo faro è Bach. Che c’entra con Giovinezza e Fischia il sasso? «I testi delle canzoni del regime erano stupendi». Capirà... «Faccetta nera, bell’abissina aspetta e spera che già l’ora si avvicina». « stupenda. Nella parole e nella musica». Preoccupato per il destino dell’Italia? «Molto. Sarà una terra di morti. E non solo per ragioni demografiche. Stiamo commettendo lo stesso errore che commisero gli antichi ebrei: ”Non vogliamo che Costui venga a regnare su di noi”. E scelsero Barabba al posto di Gesù. Fu la prima elezione democratica nella storia umana. Servirebbe un riarmo morale». Qoèlet è scettico: «Ciò che è storto non si può raddrizzare». «I valori sono le gambe. Senza gambe un corpo non sta in piedi». Come immagina l’aldilà? «Mussolini se la prendeva con il paradiso godereccio e bucolico del cardinal Borromeo. Io la penso come San Paolo: nel Regno di Dio non vi saranno né mogli né mariti, ma solo figli della luce». Stefano Lorenzetto