Riccardo Barlaam Ventiquattro, 7/12/2002, 7 dicembre 2002
In Brasile i musicisti dell’Est fanno rivivere i fasti dell’era del caucciù, Ventiquattro, 7 dicembre 2002 Ogni volta che Svetlana apre la custodia del suo violino, volge lo sguardo alla Madonna nera di Minsk
In Brasile i musicisti dell’Est fanno rivivere i fasti dell’era del caucciù, Ventiquattro, 7 dicembre 2002 Ogni volta che Svetlana apre la custodia del suo violino, volge lo sguardo alla Madonna nera di Minsk. La foto appoggiata sul velluto la riporta per una attimo a casa. Alla messa ortodossa della notte di Natale. Alla scia dei suoi piccoli passi nel silenzio della neve. Alle mani ghiacciate. Da tremila giorni vive a Manaus, nel cuore della foresta amazzonica; a cinque ore di volo da San Paolo. Nella zona più povera del già povero Nordeste brasiliano. E, manco a dirlo, tien muta saudade della sua casa, nostalgia del freddo e degli inverni della Bielorussia. Lo dice in portoghese, l’unica lingua che conosce oltre la sua. La stessa saudade, all’incontrario, che provano i brasiliani quando vanno in Europa. Alexander suona il fagotto. Uno strumento solido e forte come lui che, con gelido sarcasmo post-comunista, liquida tutto con un «no problem». Certo, il caldo tropicale che appiccica i vestiti gli dà fastidio. Gli mancano la sua patria, gli amici, il padre e la madre, la neve e le nuvole. Ma, in fin dei conti, per questo glaciale russo trapiantato in Amazzonia, costretto ad annegare le sue serate solitarie nella caipirinha piuttosto che nella vodka («non è la stessa cosa, certo, ma non è neanche male»), va tutto bene. «I feel good», taglia corto mentre con il suo fagotto prova un fraseggio del secondo atto della Carmen di Bizet. Viktoria, statuaria bionda di 34 anni, suona l’oboe. Si è trasferita qui con il marito che fa lo scultore, e il figlio di otto anni. Per loro un’esperienza positiva, inevitabile probabilmente. «Nel mio Paese i musicisti di talento sono tanti, ma il futuro è incerto». Qui hanno trovato un lavoro sicuro, una Fiat Uno bordeaux di quarta mano, una n affitto con l’aria condizionata. E sperano un giorno di tornare Europa, per far studiare il loro ragazzo in una scuola dell’ex Unione Sovietica: «C’è più disciplina, il sistema educativo da noi è una cosa molto seria». Non a caso, molti dei ragazzi che studiano in uno di quei Paesi hanno il destino già scritto. Finiscono sempre per diventare dei professionisti. Bravi. E che costano poco rispetto ai loro colleghi occidentali. Vadim, un sosia di Chet Baker con i capelli rossi, virtuoso del clarino invece che della tromba, non ha dubbi sulla sua scelta. Manaus per lui significa opportunità. Opportunità che altrove non avrebbe potuto avere, nonostante la svalutazione del real e la crisi economica. Lavora nell’orchestra sinfonica e in un quintetto. Insegna alla scuola di musica comunale, che offre la possibilità di un futuro migliore a tanti bambini di strada. Ed è docente di ruolo al Conservatorio. Da poco, racconta, ha cominciato a suonare anche in un gruppo jazz. Standard. Pezzi di Benny Goodman, Duke Ellington. Cose così. Questi musicisti dell’Est, che hanno deciso di tentare la sorte e costruire, o ricostruire, la loro carriera in una terra esotica, hanno la pelle candida, gli occhi azzurri e i capelli chiari. Colori che contrastano con le carnagioni olivastre, lo sguardo scuro, i visi larghi della gente di Manaus, discendenti in larga parte dagli indios. Come tanti, puntini bianchi schizzati su un foglio bruno, in sessanta sono arrivati da Minsk, Mosca, San Pietroburgo o Sofia per vincere una scommessa: creare un’orchestra sinfonica nel cuore della foresta amazzoníca. La cosa più difficile da accettare è stata il clima. Qui le stagioni praticamente non esistono. Fa sempre caldo. Un caldo che oscilla dai 25 ai 40 gradi. Con un tasso di umidità superiore al 90 per cento. Le orchidee crescono senza difficoltà, ma se ci si allontana dall’aria condizionata si è assaliti dalla canicola, non si respira, gli abiti si bagnano e spesso bisogna armarsi di un ombrello per ripararsi dal sole. L’unica eccezione, tra gennaio e marzo, in quello che da queste parti chiamano ”inverno”, sono le piogge che cadono abbondanti. In questo posto c’è uno dei più bei teatri dell’opera del mondo. Il Teatro Amazonas, condannato a un oblio lungo ottant’anni, oggi riportato agli antichi splendori grazie a un attento e costoso restauro. Manaus, capitale dello Stato dell’Amazzonia, indipendente dal 1850, alla fine dell’Ottocento conosce uno sviluppo impetuoso grazie alla produzione di caucciù, indispensabile per la macchina industriale europea e statunitense, e diventa per un breve periodo l’avamposto della civiltà occidentale in Sud America. Prima che a Rio de Janeiro e a San Paolo, la luce elettrica arriva a Manaus, attorno al 1880. Dal moderno porto fluviale sul Rio Negro partono ogni settimana navi per New York, Liverpool e Le Havre. Nei salotti le signore conversano in francese. Nelle edicole si vendono giornali francesi, americani, inglesi, tedeschi e perfino arabi. La moneta corrente è la libera sterlina. E ce n’è tanta. In quest’atmosfera cosmopolita, non tarda a farsi sentire l’esigenza di avere un teatro all’altezza di quelli delle capitali europee e in grado di ospitare gli artisti del Vecchio Mondo. I baroni della gomma, che finanziano l’opera, sognano di superare nello sfarzo i templi della lirica di Parigi e Milano. Il Teatro Amazonas viene progettato da un architetto italiano, Celeste Sacardim, lo stesso che ha disegnato il Teatro Nazionale de Dona Maria II a Lisbona. La platea ha 640 posti a sedere e nei tre piani dell’edificio si susseguono una cinquantina di palchi. Dall’Europa arrivano i materiali più pregiati del tempo: porcellane di Sèvres, lampadari di Murano, marmi di Carrara, passamanerie e velluti francesi, mobili Luigi XV, specchi antichi, dipinti e stucchi inglesi, colonne, candelabri dorati, tappeti orientali, statue in bronzo. Le balconate in ferro battuto dei palchi vengono realizzate a Parigi. La volta del teatro, il foyer e la sala delle danze sono affrescate da Domenico De Angelis e Crispim do Amaral. L’opera viene ultimata nel 1896: un edificio neoclassico con influenze déco. Un pezzetto di Belle Epoque piantato nel cuore della selva amazzonica. Il grande Enrico Caruso inaugura il teatro con un Rigoletto che passa alla storia. I cronisti dell’epoca raccontano del lusso, dello scintillio di quel luogo, delle mise delle dame e dei signori che plaudono, gaudenti, al celebre tenore. «Fu una notte di splendore. Una notte che scrisse un capitolo nuovo nella storia della cultura dell’Amazzonia». Manaus entra nel giro internazionale dei grandi teatri, diviene una mecca per gli artisti più famosi. Oltre alla lirica, si tengono spettacoli di danza, drammi, commedie, concerti. Compagnie italiane, francesi, spagnole e americane calcano le sue scene. La divina Sarah Bernhardt rappresenta la Fedra di Racine, la ballerina Ana Pavlova danza un languido Lago dei cigni, il compositore Heitor Villa-Lobos fa risuonare i suoi preludi. Per uno strano scherzo del destino, nel 1896, lo stesso anno dell’inaugurazione dell’Amazonas, dall’altra parte del mondo, in Malesia, l’inglese Henry Wickhan comincia a produrre il caucciù. La coltivazione intensiva avviata dagli inglesi permette ben presto alle piantagioni asiatiche di esportare una quantità di gomma dieci volte superiore a quella amazzonica. I brasiliani perdono il controllo del mercato. Pochi anni dopo viene scoperta la gomma sintetica. Il ciclo dell’Eldorado amazzonico volge inesorabilmente al tramonto. E con esso la programmazione dell’Amazonas. Nel 1910 il teatro è già uscito dal giro delle grandi compagnie. L’anno prima, la Compagnia lirica francese vi rappresenta l’ultima opera, La juive di Jacques Halévy. Ma dopo quella data cominciano a utilizzarlo per eventi di altro genere. Cose come i banchetti per festeggiare il genetliaco del governatore, esibizioni di fachiri e illusionisti di serie B, balli di carnevale, proiezioni di film muti. Il leggendario palcoscenico con il sipario dipinto da pittori parigini ospita patetiche sfilate di moda e concorsi di miss di periferia. Fino a diventare un campo da gioco per una squadra di basket locale. Durante la Seconda guerra mondiale, la società americana Rubber development, l’ultima che continuava ad acquistare la gomma amazzonica, viene autorizzata a spostarvi i suoi uffici. Il teatro si riduce infine a deposito di caucciù e gasolio. La decadenza investe anche la città, che si trasforma rapidamente in una metropoli disseminata di favelas e baracche galleggianti. Quello che è ancora oggi. Manaus, un milione e ottocentomila abitanti, vive quasi esclusivamente di turismo verde, punto di partenza per il trekking nella foresta amazzonica che attira comitive di americani, francesi e giapponesi. Il centro offre un fatiscente e colorato quartiere di negozi, la ”zona franca”, poco traffico e un porto fluviale da dove ancora partono carichi di legno e cacao. Le casupole in legno abbarbicate una sull’altra sul fiume raccontano una realtà povera ma più affascinante rispetto a quella di Rio. Fatta di gente che sembra felice di niente. Gli edifici in stile liberty, a parte il teatro e il Palazzo di giustizia, sono tutti cadenti. Non senza un certo fascino rétro. Negli anni Sessanta comincia la lenta resurrezione del teatro. In quel periodo viene dichiarato monumento di interesse nazionale. Un bene da tutelare, insomma. E, chissà quando, da restaurare. Nel 1974 partono i primi piccoli interventi, ma è solo nel 1990 che viene interamente recuperato. Grazie alla tenacia degli amministratori locali e alle ricerche dello storico Mario Ypiranga Monteiro, che scova i progetti con gli arredi e i colori originari. Un lavoro lungo e meticoloso, che impegna 600 artigiani e tecnici per tre anni e quattro mesi. Per cancellare ottant’anni di incuria ci sono voluti, tanto per avere un’idea dell’operazione , 2.600 metri quadrati di velluto francese, 2.100 di passamaneria, 8mila litri di vernici per gli affreschi e per l’esterno, 36mila mattonelle di ceramica decorata a mano con i colori della bandiera nazionale per ricoprire la cupola neoclassica. A questo punto il Teatro Amazonas è pronto, è tornato a essere quello che era. Ma non bastano i muri e gli arredi per rilanciare questo tempio della cultura. La sfida più difficile è farlo ridiventare in qualche modo un polo di attrazione. Bisogna creare un’orchestra sinfonica di un certo livello. In Brasile ci sono musicisti classici, a San Paolo e a Rio. Ma nessuno di loro se la sente di trasferirsi nel torrido clima tropicale. E certo non ci sono i soldi per ingaggiare musicisti occidentali. Nel 1997 l’Orchestra sinfonica della Bielorussia viene a suonare in Brasile. Robèrio Braga, illuminato segretario alla Cultura dello Stato dell’Amazzonia, capisce che deve cercare in Europa dell’Est i musicisti, e viene sostenuto in questa iniziativa un po’ folle dal governatore Amazonino Mendes. Una commissione di esperti vola a Minsk, San Pietroburgo, Mosca e Sofia per fare le audizioni ai musicisti locali, ai quali presenta un’allettante proposta: assunzione a tempo indeterminato in un teatro stabile finanziato dallo Stato, un ottimo stipendio (equivalente a 2.500 euro al mese) e visto con un biglietto di sola andata per fuggire dai disastrati Paesi dell’ex blocco sovietico. Vengono selezionati sessanta professionisti, che accettano con entusiasmo di partire. Oggi l’Ente del Teatro Amazonas vanta un’orchestra di 70 elementi, con un coro di altrettante persone e un corpo di ballo con 18 artisti. Luiz Fernando Malheiro, 44 anni, dirige la Filarmonica ed è direttore artistico del festival operistico che si svolge ogni anno tra marzo e maggio. Originario di San Paolo, ha studiato pianoforte e canto in Brasile. Si è specializzato in composizione e direzione d’orchestra in Germania e in Italia, dov’è stato allievo del maestro Carlo Maria Giulini. Dal ’97, da quando il teatro è diventato Ente, dirige la programmazione dell’Amazonas. «Prima di occuparmene, non avevo idea di come fosse questo posto. Anzi, a dire il vero un’idea l’avevo, era un pregiudizio legato soprattutto all’immagine di sottosviluppo che si ha di questa zona del Brasile e del suo clima infelice. Invece ho scoperto delle persone molto belle dal punto di vista umano. Con una grande energia. E una cultura popolare sconosciuta e ricchissima che sto cercando di mettere in luce». Così, grazie a una serie di ingredienti giusti - la volontà politica, i giovani musicisti dell’Est, il direttore d’orchestra bravo e ottimista - il Teatro Amazonas è ridiventato qualcosa di simile a quello che era all’inizio della sua avventura: un centro culturale nel deserto della giungla. In cartellone ha spettacoli musicali, una stagione lirica, una rassegna di danza e di musica folcloristica, concerti jazz. Per non dire dell’accademia di chitarristi e del teatro per bambini. «C’è un’offerta completa e di buon livello», dice il maestro. L’orchestra sinfonica di Manaus è probabilmente la migliore del continente grazie ai suoi talentuosi solisti. Che hanno deciso di rimanere, nonostante la svalutazione del real che ha abbattuto il valore dei loro stipendi (oggi guadagnano più o meno l’equivalente di 750 euro al mese). Solo quattro di loro sono tornati indietro. E i colleghi brasiliani fanno la fila per trasferirsi da queste parti. La cosa più sorprendente di questa storia è che attorno al Teatro Amazonas si è sviluppata tutta una serie di attività che hanno coinvolto un sacco di gente. Le ”scuole popolari”, il Conservatorio, i corsi di danza o di teatro sono frequentati da 15mila tra bambini e ragazzi che studiano musica con l’aiuto di questi professori biondi dallo strano accento portoghese, che loro chiamano paradossalmente ”gli americani”. La musica è la possibilità di affrancarsi da una vita che da queste parti offre troppo poco. Certo è strano vedere il pubblico che riempie la sala dell’Amazonas. Abituati alle serate dei grandi teatri europei, fa specie imbattersi in tutte queste camicie variopinte. O semplici magliette bianche, gialle, rosse. Il teatro è molto frequentato anche perché i biglietti costano poco. «A Manaus - spiega Malheiro - abbiamo il pubblico più giovane del mondo, non soltanto anagraficamente ma anche in termini di cultura musicale. In certi Paesi europei la lirica è diventata una macchina ripetitiva e noiosa. Le opere vengono fatte e rifatte più o meno sempre allo stesso modo, davanti a spettatori addormentati e anzianotti. è routine. Lavorare a Manaus è eccitante perché il pubblico è uno straordinario laboratorio: per loro tutto è nuovo ed entusiasmante. L’altro giorno mi ha fermato un vecchio per strada e mi ha detto: ”Maestro, l’opera che mi è piaciuta di più è quella in tedesco dell’anno scorso”. Mi ha stupito. Si riferiva alla Valchiria di Wagner». Una di quelle opere che in Europa fa tremare le vene ai polsi anche a molti melomani. «Ho frequentato a lungo il loggione della Scala e ricordo di aver visto più di una persona cedere al sonno durante le sei ore della Valchiria. Il pubblico di Manaus non viene in abito da sera. Ma la sua passione non ha eguali». Riccardo Barlaam