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 2002  dicembre 17 Martedì calendario

I kamikaze in Aula, Corriere della Sera, martedì 17 dicembre 2002 «Grillotti, dov’è il Grillotti?»

I kamikaze in Aula, Corriere della Sera, martedì 17 dicembre 2002 «Grillotti, dov’è il Grillotti?». Il relatore della Legge finanziaria sbuffa, soffia sui baffoni, geme ogni volta che squilla il cellulare. Il trillo riproduce la vecchia pubblicità di una marca di gorgonzola («Se c’è la goccia è...»). All’inizio i colleghi ridevano di nascosto. Adesso è diventato «un classico» nell’«hit parade» del Senato. Tutti lo cercano, tutti lo vogliono e «il Grillotti» si sente prezioso proprio come il Barbiere di Siviglia. Fa finta di lamentarsi, in realtà gongola e si gode il suo mesetto di gloria. Effimera. Cremonese di Rivolta d’Adda, (due mandati da sindaco), indugia volentieri a qualche espressione in romanesco («Che famo? Che me dici?»). Nel curriculum di parlamentare ha scritto che conosce, però, anche l’inglese e il francese. E infatti la sua società di tubature, collocata nella Bassa padana, si chiama, giustamente, ”International piping trade”. L’anno scorso è piombato in Senato, lista di An e ora suda (letteralmente) trascinando chili di emendamenti da un piano all’altro di Palazzo Madama. E, soprattutto, prestando la sua faccia, i suoi baffi e il trillo del suo cellulare a una linea di politica economica, di tecnica finanziaria, finanche di mediazione sociale, evidentemente decisa altrove. Più precisamente nel triangolo strategico che ha telecomandato, centimetro dopo centimetro, il tragitto di questa Finanziaria. I tre ”lati” sono il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il sottosegretario Gianni Letta, il vicepremier Gianfranco Fini. La vicenda dei dodici condoni è esemplare. Tremonti ha smentito fino all’ultimo anche solo l’ipotesi che il ministero stesse «studiando» come allargare il «concordato di massa». Poi è andato avanti Grillotti, a nome della maggioranza, con un testo che porta chiaramente le «impronte digitali» dei tecnici del ministero. Un metodo già sperimentato, per esempio, in un altro settore delicato come quello della Giustizia, con l’iniziativa del senatore Melchiorre Cirami (legge sul legittimo sospetto). In pratica: il governo detta la linea, una piccola folla di comparse parlamentari prova a portare a casa il risultato. Specie sui campi più scivolosi. Qualche volta va bene: i condoni di Grillotti e la tassa sul fumo suggerita dal senatore di An Giuseppe Valditara, praticamente sotto dettatura del ministro Letizia Moratti. Qualche volta no: Francesco Nitto Palma, deputato di Forza Italia, aveva proposto di sospendere i procedimenti giudiziari nei confronti dei parlamentari fino al termine del mandato. Certo, nulla è forse più complesso della singolare combinazione di pressioni esterne, ambizioni personali, giochi di partito, che si materializza nei tre mesi di esame parlamentare della Finanziaria. Ci sono i ”kamikaze della visibilità”, come i tre spericolati deputati di Forza Italia, (Luigi Vitali , Gianantonio Arnoldi e Giovanni Marras) che, senza fiutare l’aria che tirava dalle parti di via XX Settembre, si sono buttati con troppo anticipo (era la fine di ottobre) sui condoni. Il senatore Mauro Fabris (Udeur), invece, dopo un giro di consultazioni con i tesorieri dei partiti, voleva legalizzare il finanziamento anonimo alle forze politiche. Manovra bloccata in extremis. Pochissimi possono o vogliono giocare in proprio. Uno di questi è il deputato di Forza Italia Vittorio Emanuele Falsitta che, partendo dalla ”pornotax”, si propone di «fondare» (in termini filosofici) il fisco su basi etiche. Poi ci sono un paio di competenti rompiscatole. Entrambi ex democristiani. Uno, Bruno Tabacci (Udc), già presidente della Regione Lombardia e stretto collaboratore di Giovanni Goria, movimenta le sedute della Camera. L’altro, Luigi Grillo (Forza Italia), già ”boa” parlamentare, delle tre Finanziarie più aspre degli anni Novanta (governi Amato, Ciampi e Berlusconi I) si agita al Senato. I temi sono più o meno gli stessi: liberalizzazione dei servizi pubblici locali, salvaguardia delle prerogative delle Fondazioni bancarie. Anche i risultati sono simili: zero o giù di lì. Il motivo è semplice: Tremonti e il governo sono contrari. Così il Parlamento rischia di trasformarsi in un palcoscenico di figuranti. Luigi Casero, responsabile economico di Forza Italia, tenta l’analisi: «Bisognerebbe scorporare le richieste dei singoli parlamentari dal dibattito sulle grandi scelte». Ai tempi della Prima repubblica e del ”consociativismo” accadeva esattamente il contrario. I politici più navigati ricordano la grande influenza, tra gli anni Ottanta e Novanta, di deputati come Wilmo Ferrari , detto «Wilmo dammi la clava», democristiano, tutore di commercianti e artigiani. I ministri, invece, pativano il confronto con ”la banda dei tre”, che dominava la Commissione Finanze in quegli stessi anni: c’era il socialista Franco Piro, socialista craxiano, rapido con le parole, gli emendamenti e la sua motocarrozzella; il democristiano Mario Usellini, detestato (e molto temuto) soprattutto dal suo compagno di partito, il ministro Emilio Colombo. E, infine, Vincenzo Visco, all’epoca deputato della Sinistra Indipendente. Nel 1991 Francesco Forte, responsabile economico del Psi, rivelò uno dei tanti baratti che avvenivano sotto banco tra i partiti (in quel caso: fondi per il Terzo mondo in cambio di più risorse per l’Irpinia). La conclusione di Forte è agli atti: «In quel momento sono ricominciati i conati di vomito che hanno caratterizzato il mio approccio verso questa Finanziaria». Osservazione sicuramente poco elegante. Ma, secondo molti, ancora d’attualità. Giuseppe Sarcina