Agostino Saccà il Giornale, 16/12/2002, 16 dicembre 2002
Per Saccà la satira è uno sberleffo derisorio che non mente mai, il Giornale, lunedì 16 dicembre 2002 La satira soffre di un paradosso dalle nostre parti
Per Saccà la satira è uno sberleffo derisorio che non mente mai, il Giornale, lunedì 16 dicembre 2002 La satira soffre di un paradosso dalle nostre parti. Fa male. Fa male a chi incappa nel suo mirino e fa male anche a chi ardisce a occuparsene, a esercitare un giudizio. Dico, occuparsene, non controllarla, soffocarla ed ecco la parola fatale censurarla. O vogliamo dire che non è neppure lontanamente immaginabile guardarla, per capire se nell’esercizio di un’autonomia, che deve essere feroce e dissacrante, possa diventare altro da sé? O, ancora, vogliamo sostenere che quel linguaggio non contiene neppure la possibilità - sottolineo, la possibilità - di sconfinare, di spostarsi in altri territori, di accogliere in modo non palese strategie che dovrebbero appartenere ad altri luoghi in cui si contrattano e confliggono i rapporti sociali? Queste domande mi suggeriscono i rilievi che sulle pagine del Giornale mi ha indirizzato Paolo Guzzanti, padre di Sabina (e mio vecchio amico). Per questo, sento ancora più forte il bisogno di chiarire alcuni convincimenti che hanno guidato le decisioni adottate e che nascono da una cultura che credo a lui mi accomuni e mi fa avvertire la necessità di rimettere in fila alcuni ragionamenti. Mi pare, anzitutto, che su un punto siamo d’accordo. C’è una satira che può degenerare nell’arbitrio. Rifugiandosi nel suo sacro, inviolabile perimetro, un’opera a volte sottile, a volte tracotante, di travestimento può aggirare il presupposto di realtà su cui la satira dovrebbe eticamente fondare le sue spirali deformanti. Voglio dire che tutto le è permesso, ma a partire da quel lembo iniziale di verità che solo può dare forza e valore al suo discorso: un piedistallo che deve essere evidente e condiviso dal pubblico, che non può essere lasciato nella zona di nessuno dell’allusione, del non-detto o di un’equivoca affermazione. In altri termini, la satira è uno specchio che, in quanto tale e per condivisione collettiva, ha il sacrosanto diritto di deformare la realtà. Appunto, la realtà. E allora, cosa si deve fare quando si verifica che quel confine è stato oltrepassato e che quel rapporto creativamente simbiotico vacilla o, addirittura, viene negato? Si deve far finta di niente e rimandare tutto alla prossima puntata? Far buon viso a cattivo gioco o intervenire? Paolo Guzzanti mi accusa di aver avuto «un sussulto avvocatesco», magari ispirato da qualche tentazione codina. Non solo, stigmatizza un provvedimento che nascerebbe nel deserto di una latitante cultura aziendale e calerebbe come una mannaia occasionale e pretestuosa, non si capisce perché e senza essere legittimato da un lavoro non episodico, ma volto a ricostituire un tessuto coerente e diffuso di regole. Fosse così, il direttore generale della Rai si sarebbe svegliato o sarebbe stato svegliato... solo per lanciare uno strale ossequiosamente mirato. E se, invece, avesse in questo come in altri casi cercato di marcare un limite? Se avesse provato a ricordare, di fronte a quella che ritengo una lesione inaccettabile del «principio di realtà» della satira, che non tutto è possibile in un servizio pubblico che voglia tornare a essere consapevole della sua missione? E se avesse tentato, con questo come con altri atti, sopra e sotto la linea, di ricondurre la Rai a quel fondamento della cultura cristiana e liberale, che è rappresentato dal rispetto della persona e che non può, comunque, essere subordinato al diritto irrinunciabile di rovesciare il riso più squassante e libero sulle figure e sui comportamenti del potere? La Rai ha inaugurato un nuovo tragitto. Pieno di difficoltà quotidiane, ma intransigente sulla svolta da realizzare e sulla prospettiva di fondo su cui orientarla. Una lunga stagione ha portato l’azienda a sottovalutare la complessità delle posizioni, a perseguire obiettivi di parte, a subordinare il civile confronto alla pressione faziosa. ora di aprirne un’altra, in cui il servizio pubblico torni a essere percepito come patrimonio collettivo, spazio di appartenenza e di reciproco riconoscimento, nella diversità naturalmente delle culture e dei punti di vista. Altro che i conti del ragioniere, che pure sono importanti, anzi, decisivi se vogliamo togliere l’azienda all’angoscia del futuro e all’incertezza della sua missione. E, poi, mettiamoci d’accordo una volta per tutte, quando si imbraccia il fucile sulla «infima qualità» dei programmi! Ma di che stiamo parlando? Delle glosse alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel o di un mezzo di comunicazione che, per la sua natura generalista, può e deve raggiungere il più largo pubblico e che in ogni caso, anche quando si rivolge a pubblici minoritari, si muove inevitabilmente su grandi numeri di ascolto? La televisione va affrontata con cura, con prudenza, con la consapevolezza di un potere che deve essere disciplinato, ricostituendo un senso del limite e una distanza, soprattutto in un Paese come il nostro che, con le sue fragilità storiche e le sue strutturali debolezze culturali, ha finito per delegare al piccolo schermo troppo. Si può fare certamente meglio e ci stiamo provando, ci sono molte cose che non vanno e che hanno bisogno di essere corrette e ricondotte a un chiaro progetto che rilanci differenzialmente l’offerta pubblica, ma non si può dimenticare - e non lo dico certamente a Paolo - che in questa televisione la qualità non è un valore astratto o separato dalla quantità. E che l’eticità, lungi dall’essere un predicato del mezzo ma, davvero, qualcuno può pensare a un pulpito elettronico? anzitutto il senso di responsabilità che deve animare chi si occupa di comunicazione, in generale, e di quella del servizio pubblico, in particolare. O vogliamo continuare a storcere il naso sulla comunicazione ”popolare”, salvo poi riammetterla al consesso culturale tra vent’anni, esattamente come è accaduto alla tv oggi tanto e giustamente osannata degli anni Settanta? Infine ancora una considerazione sulla satira. Che non è - come scrive Paolo - di per sé di sinistra e manifesta ieri come oggi tragitti che solo per schemi possono essere classificati di qua o di là. Anzi, a voler essere capziosi, da Orazio a Grosz, da Plauto ad Ariosto, nasce e fiorisce all’interno delle cosiddette «classi dominanti» come riflesso autocritico, come sberleffo derisorio e caricaturale, come dannunziano gioco di distruzione e di impietosa presa in giro. Allo stesso modo verrebbe da pensare del flusso di Blob che derealizza qualunque parvenza e annichilisce la persona a fantasma sacrificalmente offerto al più cinico dei montaggi. vero che il medium non ha sostanza e che la sua verità può anche risiedere in una combinatoria indifferente a qualunque valore e corrosiva di qualunque senso. Ma, allora, cominciamo a guardarlo con la consapevolezza di un vuoto che qui sì eticamente non va abbandonato a se stesso e su cui si deve lavorare a ricondensare valori. A cominciare dal rispetto della persona, si tratti di un ministro come di un’attrice. Che non abbiamo voluto offendere, ma indirettamente richiamare a quel «principio di realtà» su cui la tv, una tv solidale e di tutti, deve reinventare il suo futuro. Agostino Saccà