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 2002  dicembre 18 Mercoledì calendario

L’asso patentato, Corriere della Sera, mercoledì 18 dicembre 2002 Ai tanti Senzabrera, cioè gli adoratori del Verbo breriano, potrà pure sembrare una riduzione, ma quel che più colpisce nel narratore e nel cronista è la prosa, è l’invenzione linguistica, spesso geniale

L’asso patentato, Corriere della Sera, mercoledì 18 dicembre 2002 Ai tanti Senzabrera, cioè gli adoratori del Verbo breriano, potrà pure sembrare una riduzione, ma quel che più colpisce nel narratore e nel cronista è la prosa, è l’invenzione linguistica, spesso geniale. Al di là delle discusse opinioni tecniche (l’assioma catenacciaro o quello relativo alla presunta inferiorità atletica degli italiani), Brera è stato soprattutto un magnifico fabbro della prosa. Da lui nascono parole notissime, ormai incise nel lessico quotidiano: dall’abatino alla melina, tutte coniazioni che incrociano mondi e suggestioni diverse. E non è esagerato dire che in Brera l’accostamento alto-basso diventa felicità verbale, come la continua frizione tra tecnicismi e dialettalismi, arcaismi e forestierismi trova una sintesi mirabile tra impulso vitale e geometria euclidea, che è poi il quid dello stile. [...] Per commentare Italia-Germania 4-3, esordì scrivendo: «Non fossi sfinito per l’emozione, le troppe note prese e poi svolte in frenesia, le seriazioni statistiche e le molte cartelle dettate quasi in trance, giuro candidamente che attaccherei questo pezzo secondo i ritmi e le iperboli di un autentico epinicio. Oppure mi affiderei subito al ditirambo, che è più mosso di schemi... Un giorno dovrò pur tentare. Il vero calcio rientra nell’epica: la sonorità dell’esametro classico si ritrova intatta nel novenario italiano, i cui accenti si prestano a esaltare la corsa, i salti, i tiri, i voli della palla... ». E poi però, abbandonata la retorica «ore oriundo», «fuori le cifre». Ma il fatto è che è proprio nel raccontare le cifre che affiora il «campeon» della penna. [...] Perché Brera è narrazione, è melodia del racconto, geometria, ma è soprattutto metanarrazione. Racconta mentre ragiona, racconta mentre gioca sul proprio narrare. Un concentrato esplosivo, come il piede di Riva rombo-di-tuono che «esplode rituale macinata di collo». Applica le leggi della mitologia all’«arte pedatoria» inventando la dea Eupalla e la Nemesi del calcio, trasferisce l’ars pugnandi dei latini nel futbol (espugnare, giostrare), tira fuori dal cappello ispanismi inaspettati (goleador, goleada). Alla Gadda? Non scomodiamo l’Ingegnere, please. La formula di Eco («Brera è un Gadda spiegato al popolo») lo faceva infuriare. E a chi gli chiedeva lumi sulle sue presunte affinità con il Gran Lombardo, lui rispondeva: «Lo detesto, è uno scapigliato che non racconta nulla, fa degli arpeggi da cui non escono melodie [...]». Invece, a futura memoria di chi lo vuole tra i padani irriducibili (fino a vedervi un malcelato razzismo), è bene ricordare che gli piaceva Verga (« il mas») e il «dolcissimo» Sciascia. L’orgoglio etnico del paìs era «mera bullaggine» letteraria di chi sapeva di essere un «agile acrobata» della penna, così come Peppìn Meazza lo fu del «pedatare». Se il vecchio Meazza «parlava di sé con l’ingenua vibrazione dell’egoista troppo tempo osannato per non ritenersi alla lunga l’unico», così il Gioann sapeva bene di essere un «asso patentato». E poté permettersi di scrivere delle Olimpiadi di Los Angeles standosene tranquillamente seduto a Monterosso, davanti al televisore [...]. Paolo Di Stefano