Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 24/12/2002, 24 dicembre 2002
Per alcuni fanno rima con Veltroni ma è meglio dire «tommasei», Corriere della Sera, martedì 24 dicembre 2002 Romano Prodi che aveva bofonchiato qualcosa tipo «ma vaffan
Per alcuni fanno rima con Veltroni ma è meglio dire «tommasei», Corriere della Sera, martedì 24 dicembre 2002 Romano Prodi che aveva bofonchiato qualcosa tipo «ma vaffan... » fu rosolato sulla graticola da un Emilio Fede che mandò e rimandò la moviola della scenetta al Tg4 per consentire ai telespettatori di leggere bene le labbra dell’allora capo del governo, per passar poi la palla a Enrico La Loggia che fece un’interrogazione al presidente del Consiglio: «Risponde a verità che Ella mi abbia mandato affan...?». Né andò meglio a Lamberto Dini, «beccato» lui pure alla Camera mentre sibilava «e bbasta! Caz...!». Dini fu sottoposto da Striscia la notizia a un tormentone al rallentatore: l’ha detto o non l’ha detto? Con la maschia schiettezza degli arditi d’un tempo, Gianfranco Fini non ha dunque voluto lasciar margini di dubbio. E ha tuonato stentoreo nel microfono, rivolgendosi a un Giulio Tremonti asfissiato dalle sinistre: «Non rispondere a questi coglio...». è solo un equivoco fonetico, «determinato dall’assonanza con i cognomi di alcuni deputati», sono saltati subito su i deputati leghisti Ugo Parolo, Guido Rossi e Dario Galli: «Abbiamo udito più o meno distintamente, visto che l’acustica dell’Aula non è delle migliori, nominare dal banco dal governo i colleghi Panattoni e Fioroni. Va da sé che se per assonanza fonetica alcuni giornalisti hanno ritenuto di associare ai sovracitati colleghi altri vocaboli, tale fatto non può ovviamente essere attribuito a responsabilità di singoli membri del governo». Una spiegazione in linea con un antico striscione steso al Palatrussardi al congresso leghista del ’95 in cui Bobo Maroni era, diciamo così, un po’ in disgrazia: «La Lega ce l’ha duro e i maroni ce li ha sotto». Macché: neanche il tempo che Pierluigi Castagnetti chiedesse con fremente solennità che il vicepresidente del Consiglio smentisse o si scusasse, e il leader di An decideva di rinunciare sia alla testimonianza generosamente bugiardona degli amici del Carroccio sia alla via d’uscita della «smentita-non-smentita» usata da secoli dai politici nostrani ed esaltata fino all’apoteosi da una vecchia precisazione in spagnolo dell’allora braccio destro di Craxi, Gennaro Acquaviva. Il quale, non potendo negare un’intervista registrata in cui aveva detto al ”Pais” che Bettino voleva far fuori i comunisti, se la cavò dettando due righe di sublime ambiguità: «Me veo forzado a desmentir porque, de lo contrario, me linchan». No, no: troppo rischioso, ha pensato Fini, forzar la mano su una gaffe ripresa dalle tivù in una giornata già incandescente per la Finanziaria. Meglio un piccolo gesto di pace. Annunciato da Pier Ferdinando Casini: il vicecapo del governo si scusava e sarebbe venuto a ripetere le scuse in Aula. Non capita a tutti di lasciarsi scappare una parola di troppo? Di «incidenti» simili, del resto, a parte i casi ricordati di Dini e di Prodi, la storia recente della politica italiana è stracolma. [...] Successe al futuro ministro degli Esteri Franco Frattini che, senza immaginare di essere intercettato da Striscia la notizia, sbuffò col candidato del Polo alle comunali di Roma del 1997 Pierluigi Borghini: «Hai sentito ieri quelli del Ccd? Ma quelli sono dei cialtroni. Quelli sono pronti a tradire da domani». All’ex ministro della Giustizia Alfredo Biondi che si lasciò scappare un catastrofico: «Non è poi che Silvio sia una cima: ripete sempre le stesse cose!». Allo stesso Berlusconi che, preso d’assalto dai giornalisti televisivi, reagì a un microfono un po’ troppo invadente urlando: «Cribbio! Cribbio! Me lo ha sbattuto sui denti!». A Piero Fassino, che un giorno disse durante una direzione del partito, senza sapere che il microfono era collegato con la sala stampa, che il leader albanese Sali Berisha «se ne doveva andare» e fece scoppiare intorno al governo Prodi una tempesta di polemiche [...]. Né l’uso delle parolacce è poi così anomalo nelle altre arene politiche. Per citare solo la Germania o l’Austria, dove pure gli scambi dialettici ci appaiono noiosissimi, il futuro leader dei Verdi tedeschi e ministro degli Esteri Joschka Fischer, salutato dal grande scrittore Heinrich Böll come «il migliore parlatore della Repubblica», si rivolse un giorno al presidente del Bundestag così: «Con rispetto parlando, signor presidente, lei è un buco di cu...». E l’attuale Cancelliere austriaco, allora ministro degli Esteri, Wolfgang Schüssel, liquidò il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer così: «Quel Tietmeyer è una vera tro...». Nel confronto con la finezza dei politici italiani, però, non c’è partita [...]. «Francamente mi sono rotto qualcosa che fa rima con Veltroni», sbuffa un bel dì Francesco Storace. «La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culat...», spiega con la consueta bonomia il vicepresidente del Senato Roberto «Pota» Calderoli. «Qua pare che son tutti gay... se non sei culo non sei politicamente corretto», discetta al congresso di An l’onorevole Roberto Menia. «Sono stanco di farmi sodomizzare da un governo amico», eccepisce contro Palazzo Chigi l’ulivista Massimo Cacciari. «L’ex onorevole Paolo Cirino Pomicino nell’Udr non può far correnti. Al massimo correnti d’aria», ride Francesco Cossiga. «C’è puzza di mer... in questo posto», sentenzia il leghista Enrico Cavaliere a Montecitorio. «Ripa di Meana dice solo cazz...», precisa Massimo D’Alema sul suo alleato Verde. «è una vita che la Bindi dice cazz... che vengono prese per cose serie, io una vita che dico cose serie che son prese per cazz...», si lagna Ciriaco De Mita. «D’Alema tiene Berlusconi per i cogl... e cerca di tenere anche me per le palle», spiega Umberto Bossi a una intervistatrice. «Ma c’è una piccola differenza, cara figliola: le mie non gli stanno in mano». «Il mio sogno», spiega Giorgio Rebuffa dopo aver rotto col Polo, «è vedere finalmente sul ”Corriere” un titolo che dica la verità: Il Paese è in mano a delle teste di caz...». E meno male che questo linguaggio goliardico diventa di rado oggetto di dibattito parlamentare. L’unica volta in cui fu dedicata una seduta alla parola usata ieri da Fini, nell’ottobre 1997, la cosa andò per le lunghe. Tema: urlare a una pattuglia di agenti «mi avete rotto i cogli..!» come aveva fatto Vittorio Sgarbi, rientra nell’insindacabile esercizio delle funzioni parlamentari? Discussione interminabile, seduta notturna, 56 interventi in Aula, battute da caserma come quella del leghista Cesare Rizzi: «Sono ore che si parla dei cogl... di Sgarbi, sinceramente ne ho pieni i cogl... ». Unica chicca, il delizioso intervento di Filippo Mancuso, che invitò lo sboccato collega, in futuro, a chiamare i cosiddetti come Giacomo Leopardi. Che in odio all’autore del celebre dizionario, li aveva ribattezzati i «tommasei». Prenda nota, onorevole Fini. Almeno per le giornate difficili come quella di ieri. Gian Antonio Stella